Economia
saldo al timone •
Per capire cosa pensa il Mef dell’Opa di Messina su Mps ascoltate Lovaglio
Il direttore dell'istituto senese si confronta con l'offerta di Intesa Sanpaolo usando toni molto cauti. E Bpm, da lontano, segue gli sviluppi "con soddisfazione"
17 LUG 26

Foto Getty
Milano. Per Luigi Lovaglio è come una pena del contrappasso. Da scalatore è diventato scalato. Lo scorso anno di questi tempi era lui – il risanatore di Mps – contro Alberto Nagel, allora ad di Mediobanca. Quest’anno è sempre lui contro (si fa per dire) Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo. E siccome il banchiere coi baffi conosce pesi e misure di questo mondo, evita l’attacco frontale alla prima banca italiana. Evita anche di fare commenti in prima persona – fatto insolito – nel comunicato che ieri ha seguito il consiglio di amministrazione del Monte.
La nota non dice apertamente che quella di Intesa è un’offerta “ostile”, non usa termini come “inadeguata” o “distrugge valore”, non sbandiera l’indignazione tipica della banca sotto attacco. Il consiglio, che da Lovaglio è guidato, mette nero su bianco considerazioni “preliminari” critiche, talvolta affilate, su diversi punti. Il primo è il prezzo, argomento che Lovaglio sa fare molta presa sugli azionisti: il corrispettivo proposto da Intesa sarebbe a sconto rispetto al valore di mercato delle azioni di Mps. Inoltre, le sinergie prospettate nell’offerta sarebbero sostanzialmente sopravvalutate rispetto ad altre operazioni simili. Ci sarebbero rischi Antitrust a causa di un ulteriore rafforzamento della posizione del principale gruppo finanziario del paese “in numerosi comparti operativi” e un “significativo impatto sul livello di concentrazione e assetto competitivo del sistema bancario italiano”. Il dubbio sollevato non è solo relativo agli sportelli che, infatti, Intesa cederà in parte a Unipol-Bper. Permangono, secondo Mps, elementi di incertezza sulle valutazioni che le autorità “potrebbero effettuare in riferimento all’acquisizione della partecipazione detenuta da Mps tramite Mediobanca nelle Assicurazioni Generali” visto il ruolo che entrambe le società hanno nel mercato vita e in considerazione di “possibili riflessi sugli equilibri concorrenziali, sugli assetti di governance e sulle dinamiche commerciali e strategiche dei soggetti coinvolti”.
E ancora vengono avanzati dubbi sul fatto che la partecipazione in Generali detenuta da Siena possa beneficiare del cosiddetto Danish Compromise e, infine, sull’indebolimento del marchio Banca Mps, fortemente radicato sul territorio. A fronte di questi fattori, la creazione di valore che deriverebbe dalla fusione tra Mps e Mediobanca è “chiara e sostenibile” e, dulcis in fundo, si va avanti nella valutazione della proposta di Banco Bpm. La famosa “lettera d’amore”, così l’aveva definita Messina per caratterizzarne la scarsa rilevanza sul piano economico, riscuote un primo apprezzamento dal board di Siena: “Non presuppone la disaggregazione delle attività della rete distributiva e del marchio della Banca”. La risposta dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna non si è fatta attendere. Attraverso un portavoce, anche qui da notare l’approccio impersonale, Bpm ha fatto sapere di prendere atto con “soddisfazione” di quanto comunicato dal consiglio di Mps in relazione “alla valenza industriale” e alla concretezza della proposta volta a creare valore “per gli azionisti di entrambe le banche”. Insomma, da Siena Lovaglio prova, con toni pacati ma fermi, a smontare l’operazione messa sul tavolo da Intesa Sanpaolo, e da Milano Castagna prende al volo l’assist. Nessun commento, invece, da parte di Messina, per adesso.
Il risiko bancario si sta tornando a infiammare, ma rispetto alla prima serie andata in onda nel 2025, la seconda è forse anche più difficile da interpretare. Quando c’è stata la scalata di Mps a Mediobanca, era abbastanza evidente che Lovaglio godesse della piena fiducia del Mef che puntava a ridurre la sua partecipazione rilevante nella banca senese. Adesso la quota del Mef si è ridotta al 5 per cento e la posizione del governo è cambiata. La linea è: fuori dalle banche. Lo ha ribadito lo stesso Giorgetti alla riunione dell’Abi, anche se ha specificato che continuerà a monitorare con attenzione l’evoluzione degli assetti proprietari. Cosa voglia dire nel concreto è poco chiaro, ma forse non è azzardato ipotizzare che le preoccupazioni di Lovaglio rispecchino quelle espresse più volte dal ministro dell’Economia sulle aggregazioni bancarie le quali, a suo parere, “non hanno valore in se” ma lo assumono quando migliorano la capacità delle aziende di competere a livello internazionale e preservano la concorrenza nel credito. Al momento, per Mps non si vede all’orizzonte un cavaliere bianco disposto a contrastare un’offerta strutturata come quella di Intesa. E così Siena prepara una resistenza a tutto campo.