L'export italiano cresce nonostante i dazi di Trump

Il rapporto dell'Agenzia per il commercio estero fotografa un export sostenuto dalla farmaceutica e dagli acquisti anticipati prima dell'entrata in vigore dei dazi: le esportazioni italiane crescono del 3,3 per cento e superano la performance di Germania e Francia. Tajani: "700 miliardi per export è obiettivo raggiungibile

16 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 17:25
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Foto LaPresse

Nel primo anno dei dazi di Donald Trump le esportazioni italiane di merci sono cresciute del 3,3 per cento, fino a 643 miliardi di euro, più che in Germania (0,9 per cento) e in Francia (2,3), mentre la Spagna ha chiuso in calo dello 0,5 per cento. Perfino le vendite verso gli Stati Uniti sono aumentate del 7,2 per cento, spinte soprattutto dal comparto farmaceutico italiano – uno dei pochi rimasti sostanzialmente esenti dai dazi –, che nel 2025 ha aumentato l'export verso il paese del 54,1 per cento rispetto al 2024. A certificare i numeri è la quarantesima edizione del Rapporto Ice sull'Italia nell'economia internazionale, presentato oggi insieme all'Annuario Istat-ICE, a un evento alla Camera dei deputati.
Presenti, oltre al presidente dell'Agenzia Matteo Zoppas, anche i ministri Antonio Tajani, Adolfo Urso, Francesco Lollobrigida e Gianmarco Mazzi. "Tra ringraziamenti e strette di mano, i ministri hanno aperto i lavori con i rispettivi interventi. Il ministro degli Esteri ha detto: "Zoppas è una delle persone più collaborative che io conosca e il rapporto di oggi certifica che la strategia della diversificazione ha pagato", per questo motivo, aggiunge: "Io credo che i 700 miliardi di export sia un obiettivo raggiungibile".
Anche il ministro Urso ha lodato la collaborazione tra il governo e l'Agenzia, aggiungendo: "Nello scorso mese di maggio, dati confermati anche oggi dall'Istat, l'Italia ha scalzato in un balzo sia il Giappone che la Corea del Sud, collocandosi al quarto posto tra i paesi esportatori mondiali". E precisa: "Dieci anni fa eravamo all'ottavo posto, poi abbiamo superato anzitutto i paesi europei, la Francia, la Gran Bretagna, e ora i due giganti asiatici, il Giappone e la Corea del Sud. Davanti a noi ci sono i grandi colossi: gli Stati Uniti, la Cina, la Germania". Ma lì la partita è chiaramente un'altra. Il ministro delle Imprese aggiunge: "Siamo primi nel G20 per varietà di beni esportati, compensiamo i rallentamenti in Europa con la crescita nei mercati extra-Ue e non dipendiamo da pochi grandi gruppi: le prime dieci imprese rappresentano appena il 10,9 per cento dell’export e in circa mille prodotti il paese è tra i primi tre al mondo per surplus commerciale". La forza, anche qui, sta nella diversificazione: "È questa presenza capillare che rende il nostro sistema produttivo più resiliente, consentendogli di attenuare gli effetti dell’instabilità, adattarsi rapidamente ai cambiamenti dello scenario globale e continuare a crescere".
Tornando al rapporto, poi, oltre alla farmaceutica, anche la cantieristica navale e il settore aerospaziale hanno retto grazie a dazi nulli o contenuti, mentre la meccanica e l'agroalimentare hanno invece chiuso l'anno in flessione, secondo l'Ice. Ma in ogni caso, nel complesso, nel 2025 le esportazioni italiane di merci sono salite. Il risultato è stato favorito certamente dagli acquisti anticipati nei primi mesi del 2025 – il front loading –, prima dell'entrata in vigore delle barriere doganali.
Secondo il Rapporto, l'aliquota effettiva sulle merci italiane all'entrata negli Stati Uniti è infatti passata dal 2,2 per cento nel primo trimestre del 2025 all'11 per cento nell'ultimo, registrando nel corso del 2025 una media pari al 7,6 per cento. Il divario dipende dalla composizione settoriale delle vendite, perché l'Italia esporta di più nei comparti con barriere più alte. Ma finora, osserva il rapporto, i costi sono ricaduti in larga parte sugli importatori e sui consumatori americani, e le imprese esportatrici rischiano comunque una domanda estera più debole.
Rispetto agli Stati Uniti, difficilmente si ripresenteranno le principali leve del 2025. Da un lato gli acquisti anticipati, che l'anno scorso hanno sostenuto anche il commercio mondiale (cresciuto del 5,1 per cento in volume, oltre le previsioni), si sono esauriti con l'entrata in vigore dei dazi - tanto che l'Organizzazione mondiale del commercio prevede per il 2026 un rallentamento netto degli scambi di merci, dal 4,6 all'1,9 per cento nel totale, e sempre a condizione che il conflitto in Medio Oriente resti circoscritto. Dall'altro il grande exploit farmaceutico, perché senza tale comparto le vendite italiane negli Usa sono invece complessivamente diminuite dell'1,6 per cento.
Oltre metà delle vendite di merci italiane all'estero (51,3 per cento) resta diretta all'Unione europea. Tra i principali sbocchi, c'è sicuramente la Spagna, dove gli acquisti dall'italia sono aumentati del 10,6 per cento. Invece le vendite verso la Cina sono diminuiti del 6,6 per cento.
C'è poi una risorsa che l'Italia sembra non sfruttare, secondo il rapporto dell'Ice: le aziende che sì esportano da anni, ma sotto la propria capacità. Infatti, secondo il documento, se le piccole e medie imprese non multinazionali alzassero di appena due punti la loro propensione all'export, il paese guadagnerebbe circa 7 miliardi di euro. Se invece si allineassero pienamente agli standard delle esportatrici migliori, il potenziale inespresso salirebbe fino a 40-47 miliardi, concentrato soprattutto tra le piccole e medie imprese manifatturiere.
"Lo scorso anno abbiamo raggiunto quota 643 miliardi di export, in aumento del 3,3 per cento. Nei primi cinque mesi dell'anno l'export e' aumentato il 3,4 per cento, trainato soprattutto dei mercati extra Ue", ha detto ancora Tajani. Per il governo "l'obiettivo è raggiungere 700 miliardi di export entro la fine del prossimo anno" e "i dati ci confermano che è un percorso che può portarci a raggiungere questo risultato", perchè "lavoriamo con una visione di sistema". In conclusione: "Intanto, sull'export, siamo quasi al 40 per cento del prodotto interno lordo del nostro paese, e questo nonostante due guerre, nonostante i dazi. Questo vuol dire che c'è una strategia".