La parte finale del Pnrr non può diventare il bancomat della manovra

Il giudizio storico sul Piano nazionale di ripresa e resilienza arriverà più avanti. Ma una cosa si può dire già oggi: dopo aver dimostrato che lo stato può spendere meglio quando ha obiettivi, scadenze e incentivi allineati, sarebbe un errore usare le ultime risorse per rattoppare i conti

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Foto Ansa

Sul Pnrr le letture sono opposte, come era prevedibile tanto più che l’anno prossimo si vota. C’è chi lo considera un fallimento e chi lo racconta come un successo pieno. La verità sta probabilmente nel mezzo. Per capire cosa resterà bisognerà aspettare: molte opere sono in corso, molte infrastrutture devono essere collaudate, molti servizi dovranno funzionare. Un asilo costruito non è ancora un asilo aperto; un ospedale di comunità non è ancora sanità territoriale. Finora, però, è difficile sostenere che il Pnrr abbia prodotto riforme trasformative nella scuola, nella sanità o nei trasporti. La scuola di oggi non è molto diversa da quella di cinque anni fa: sull’edilizia qualcosa si è mosso, ma su reclutamento e stabilizzazione degli insegnanti il cambiamento è rimasto debole. La sanità territoriale ha visto nascere case e ospedali di comunità, ma il vero problema sarà il personale, l’organizzazione e la continuità.
Eppure il Pnrr non va liquidato. La sua eredità più importante è stata amministrativa. Dal 2008 l’Italia investiva poco e spendeva lentamente. Fino al Pnrr gli investimenti pubblici erano bassissimi, le amministrazioni non volevano, non potevano o non sapevano spendere. Il Pnrr ha cambiato questo equilibrio: ha concentrato attenzione, risorse, scadenze e responsabilità. Soprattutto ha modificato il ciclo finanziario degli investimenti. I fondi ordinari vivono dentro programmazioni settennali, con tempi lunghi e rinvii; il Pnrr invece ha introdotto rate semestrali, milestone, target e controlli continui. Il cambiamento più importante riguarda gli incentivi. Nei fondi ordinari l’incentivo della Ragioneria era contenere la spesa, e quello dei comuni evitare rischi. Con il Pnrr, Ragioneria e comuni hanno avuto lo stesso obiettivo: spendere in tempo e raggiungere i target. Qualcosa di simile è avvenuto tra comuni e imprese. Nel ciclo tradizionale, l’impresa vince l’appalto, incassa un anticipo limitato, mette riserve e cerca maggiori risorse nel corso dell’opera. Con il Pnrr, tempi rigidi e finanziamenti anticipati hanno ridotto l’incentivo a trascinare i cantieri. E’ anche per questo che molti comuni medio-grandi sono soddisfatti: hanno potuto fare opere ferme da anni.
L’altra eredità è infrastrutturale. Asili, scuole, tratte ferroviarie, rigenerazione urbana, interventi nei comuni: molto è stato costruito o avviato. Nel Mezzogiorno il Pnrr ha dato una spinta agli investimenti pubblici e alla capacità di appaltare. Sugli asili nido il divario tra Sud e Nord si è ridotto fortemente: ora il problema non è avere i muri, ma aprire i servizi, assumere personale, coprire i costi correnti e renderli accessibili alle famiglie. Il Pnrr ha costruito pezzi importanti di capitale pubblico. Ora sapremo farli funzionare? Proprio per questo sarebbe importante finire bene, lasciando qualche eredità strutturale. E invece il finale rischia di essere il punto più debole. Sono avanzati molti soldi (25 miliardi) e c’era la possibilità di impiegarli in riforme importanti. Nell’ultima revisione del Pnrr c’era l’idea di finanziare con circa 1,2 miliardi la Rosco, società del materiale rotabile. Non era una misura marginale: avrebbe potuto separare la proprietà dei treni dalla gestione del servizio, ridurre le barriere all’ingresso, rendere più contendibili le gare regionali e aumentare la concorrenza. Non è saltata perché Bruxelles non la volesse ma perché il governo non ha trovato un accordo: Trenitalia non voleva perdere competenze e controllo sul materiale rotabile, e nessuno ha voluto assumersi il rischio di aprire davvero il mercato. Poi lo stesso ordine di grandezza di risorse, 1,2 miliardi, è stato destinato al Piano Casa. Anche qui si trattava di una riforma importante. Oggi il Piano Casa è stato approvato ma il finanziamento Pnrr è stato tolto all’ultimo minuto. Ancora una volta non per un veto europeo, ma per mancanza di accordo politico interno.
Il punto è che quelle risorse sembrano servire sempre più a coprire esigenze di bilancio. E’ già successo. Nel 2024 circa 6 miliardi del Pnrr furono spostati per finanziare Industria 5.0, misura nata con grandi ambizioni e poi rivelatasi difficile da attuare. Nella manovra per il 2026, come ha scritto Banca d’Italia, la rimodulazione del Pnrr ha prodotto circa 4,8 miliardi di miglioramento dell’indebitamento netto: misure previste per il 2026 sono state sostituite con interventi già realizzati. Ora le somme non impegnate rischiano di tornare al Tesoro e di essere usate per finanziare la prossima legge di Bilancio.
Questo non è un buon modo di chiudere il Pnrr. Il Piano doveva servire a fare investimenti e riforme, non a diventare un bancomat di fine corsa. Il giudizio storico arriverà più avanti. Ma una cosa si può dire già oggi: dopo aver dimostrato che lo Stato può spendere meglio quando ha obiettivi, scadenze e incentivi allineati, sarebbe un errore usare le ultime risorse per rattoppare i conti.