Economia
caro acciaio •
C’è un altro disastro del governo sull’acciaio. Si chiama Dri, vale milioni
Il governo Meloni ha definitivamente cancellato il progetto dell’impianto pubblico di preridotto da costruire a Taranto per alimentare i futuribili forni elettrici dell’Ilva. Il progetto del governo Draghi, i ritardi, le promesse di Urso, le continue perdite dell'Ilva
14 LUG 26

Con l’ultimo decreto-legge sull’energia, il governo Meloni ha definitivamente cancellato il progetto dell’impianto pubblico di preridotto da costruire a Taranto per alimentare i futuribili forni elettrici dell’Ilva. L’idea era nata nel 2022 con l’allora governo Draghi, che aveva istituito la società pubblica DRI d’Italia (Direct Reduced Iron, cioè ferro preridotto), affidandone la guida ai manager Franco Bernabè e Stefano Cao. All’epoca ArcelorMittal e Invitalia erano pronte a realizzare i due forni elettrici da affiancare ai tre altoforni, per raggiungere il break-even point degli 8 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno. Ma gli acciaieri del nord, che dagli anni Ottanta producono con forni elettrici a rottame, si opposero all’eventualità che nuovi forni elettrici a Taranto sottraessero altre quantità di rottame al mercato italiano. A quel punto, l’alternativa era che i forni elettrici di Taranto, ancora tutti da costruire, venissero alimentati con preridotto.
Anche questo materiale, però, scarseggia e nessuna società privata era intenzionata a investire su un materiale costosissimo e senza acquirenti. A quel punto, l’unica soluzione era farlo produrre dal pubblico. Il governo Draghi trovò anche una linea di finanziamento: un miliardo di euro dal pacchetto hard-to-abate del Pnrr, che prevedeva una sola condizione: che l’impianto fosse alimentato a idrogeno verde, cioè prodotto da fonti rinnovabili.
DRI d’Italia procedette alla gara per la realizzazione dell’impianto, che venne vinta da Paul Wurth. Ma la seconda classificata, Danieli, fece ricorso e il Consiglio di Stato annullò la gara, che non sarebbe mai più stata rifatta. Nel frattempo, si avvicinava la scadenza del 2026 e, in assenza di quella quantità ingente di idrogeno green, il progetto venne stralciato dal Pnrr e inserito nel capitolo dei fondi Fsc, passando dall’alimentazione a idrogeno a quella a gas.
Ma anche in questo caso serviva una fonte di gas immensa. Nel giugno 2022 il presidente Bernabè venne audito in Consiglio regionale e comunicò che per il piano, al 2032, servivano 5 miliardi e un rigassificatore a Taranto. Emiliano, che pure era stato contrario all’approdo Tap a Melendugno, era favorevole al rigassificatore a Taranto. E questo nonostante gli esperti di siderurgia, tra tutti il professor Carlo Mapelli, dicessero che l’impianto DRI fosse per l’Italia fosse un’opera già obsoleta e irrealizzabile: non avremmo mai avuto tutto quel gas e non avremmo mai ammortizzato l’investimento. Non a caso, persino Federacciai aveva iniziato le trattative per realizzare un impianto DRI in Algeria.
Nel frattempo, i governi cambiarono e nel 2024 il ministro Urso decise di bloccare la ricapitalizzazione di Invitalia nella società con ArcelorMittal, lasciando che la joint venture pubblico-privata andasse in insolvenza, così da commissariarla. Cambiò anche i vertici di DRI d’Italia. Da quel momento il ministro Urso ha iniziato a ripetere che avrebbe fatto dell’Ilva “il più grande siderurgico green d’Europa”, ma dopo quattro anni quel progetto è definitivamente morto.
Mentre l’Ilva perde 50 milioni al mese, gli altoforni si sono spenti uno dopo l’altro, insieme alle batterie e alle cokerie. Il ministro Urso ha promesso in Parlamento e alla Commissione europea che sarebbero ripartiti entro il 1° maggio. Ma così non è stato. Nel frattempo, dei forni elettrici neanche l’ombra. La chiusura della gara per la vendita viene posticipata di mese in mese.
Oggi le veline di Palazzo rilanciano la possibile cessione dell’Ilva per un euro agli indiani di Jindal, quelli che persero la gara nel 2018 contro Mittal. Per realizzare forse un forno elettrico, con quattromila esuberi, chiedono al governo 2 miliardi e 800 milioni. Ma hanno già detto che a loro non serve il DRI italiano: hanno già dato mandato a Danieli di costruirgliene uno in Oman.
Per questo il governo ha ora spostato i fondi destinati al DRI dal Ministero dell’Ambiente a quello delle Imprese e del Made in Italy. E saranno gli 800 milioni che andranno a Jindal tramite contratti di sviluppo. Nel frattempo, in questi sei anni, la società pubblica DRI d’Italia conta perdite per 14 milioni di euro tra consulenze, stipendi, viaggi e affitti. Senza aver prodotto neanche un disegnino. Un monito per chi invoca un’Ilva pubblica.