Botta e risposta su una sinistra fondata sulle partecipazioni statali

Andrea Orlando e Simone Oggionni replicano a un articolo del Foglio sul ruolo dello stato nell'economia e rivendicano una nuova politica industriale ispirata al rapporto Draghi. La risposta di Boccadutri e Stagnaro: "Nel pantheon del Pd, oggi c’è più Trump che Prodi"

14 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 12:25
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Al direttore - Vorremmo anzitutto ringraziare Sergio Boccadutri e Carlo Stagnaro per lo sforzo di fantasia compiuto. Chi propone politiche industriali e indica strumenti concreti per realizzarle viene solitamente liquidato con gli evergreen del repertorio liberista: Gosplan, pianificazione sovietica, ritorno ai carrozzoni pubblici. Questa volta, al repertorio si aggiunge anche Donald Trump. Se non altro, il vocabolario polemico si arricchisce.
Cambiare idea, scrivono i due autori, non è un peccato. E’ un’affermazione condivisibile, tanto più se a formularla è, insieme a Stagnaro, lo stesso Boccadutri, che fu tesoriere nazionale di Rifondazione Comunista. Ma il punto non è se le idee possano cambiare – le nostre sono cambiate, evidentemente anche le sue – bensì se a cambiare sia anche il mondo nel quale quelle idee prendono forma.
Il richiamo a Trump dovrebbe facilitare la presa d’atto della realtà. Se persino gli Stati Uniti sono tornati negli ultimi anni a utilizzare strumenti di intervento pubblico, sostegno diretto ai settori strategici e politiche industriali esplicite forse non siamo di fronte a una improvvisa conversione statalista di Washington. Siamo piuttosto davanti al risultato di un cambiamento strutturale e storico. Come ha sostenuto Mario Draghi, oggi la competizione non è più soltanto tra imprese, ma tra sistemi economici e politici nel loro complesso. Continuare a leggere il presente — il tempo della permacrisi e degli shock a catena — con le categorie degli anni Novanta significa semplicemente non vedere il mondo che è cambiato.
Vale lo stesso per l’Europa. Boccadutri e Stagnaro continuano a identificarne il cuore nel mercato e nella concorrenza. Ma è la stessa Unione europea ad aver progressivamente corretto quella impostazione di fronte all’esigenza di competere con Stati Uniti e Cina: dal Green Deal Industrial Plan alla revisione della disciplina sugli aiuti di Stato, dal Rapporto Draghi alle proposte della Commissione per un Competitiveness Fund europeo e nuovi strumenti comuni di investimento. Certo, ci sono limiti, esitazioni e rischi, il primo dei quali è fare coincidere la politica industriale con il riarmo nazionale. Ma la traiettoria è chiara.
Arriviamo al giudizio sulle partecipazioni statali, liquidate come semplici «carrozzoni clientelari». Da due autorevoli esponenti del liberismo italiano ci saremmo aspettati un’analisi più articolata. È evidente che, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, non sono mancati clientelismo, inefficienze e occupazione politica delle imprese pubbliche. Ma fermarsi a questo significa cancellare un pezzo decisivo della storia economica italiana. Senza l’IRI, senza l’ENI e, più in generale, senza l’intervento pubblico, sarebbe difficile spiegare il miracolo economico italiano. Detto questo, noi non proponiamo un ritorno al passato ma una nuova governance pubblica, strumenti di investimento, coordinamento e condivisione del rischio con il mercato, un’Agenzia per la ricerca applicata. Si tratta di strumenti con cui le principali economie avanzate orientano da anni gli investimenti strategici, anche senza bisogno di nazionalizzare. Se questi modelli non vengono bollati come sovietici quando sono tedeschi o francesi, non si capisce perché dovrebbero esserlo quando sono italiani.
Anche rispetto alle privatizzazioni sarebbe utile evitare semplificazioni, a partire da una distinzione tra queste e le liberalizzazioni che i due autori tendono invece a far collassare l’una nell’altra. Boccadutri e Stagnaro ricordano la discesa del debito pubblico tra il 1994 e il 2007, attribuendola alla stagione delle dismissioni. E’ una lettura parziale e fuorviante. Il calo del debito fu dovuto principalmente ai giganteschi avanzi primari fiscali sostenuti dai cittadini e al cosiddetto “dividendo dell’euro”, cioè il crollo drastico dei tassi di interesse sui titoli di Stato dopo l’ingresso dell’Italia nella moneta unica. Non fu affatto il ricavato delle privatizzazioni la leva decisiva: come attesta la Corte dei Conti, l’introito delle dismissioni coprì solo circa il 10% del percorso di riduzione.
Al netto di questo, il bilancio complessivo sulla stagione delle privatizzazioni, a distanza di trent’anni, è decisamente più controverso. La relazione che la stessa Corte dei Conti scrisse nel 2010 ha messo in luce come il recupero di redditività di molte imprese cedute ai privati — dalle banche alle autostrade, dall'energia alle utilities — fosse derivato in larga misura dall’aumento delle tariffe più che da consistenti guadagni di efficienza o da un incremento degli investimenti. Per non parlare dei 2,2 miliardi di euro di costi di procedura e delle criticità registrate sul piano della trasparenza. Non è una lettura ideologica né una requisitoria contro il mercato: è la valutazione della magistratura contabile della Repubblica.
Infine, l’argomento che i due autori sembrano considerare risolutivo: se un domani un governo guidato da Vannacci si trovasse nelle mani gli strumenti di politica industriale che proponiamo, ne farebbe l’uso peggiore. La risposta, qui, è fin troppo facile: se dovesse vincere Vannacci, i problemi che ci troveremmo ad affrontare sarebbero considerevolmente più gravi della composizione del capitale di Invitalia o di Cdp.
Andrea Orlando, responsabile Politiche industriali Pd
Simone Oggionni, coordinatore Forum Industria Pd

Ringraziamo Andrea Orlando e Simone Oggionni per l’articolata risposta. E’ certamente vero che le politiche industriali oggi hanno riconquistato un ruolo che per decenni avevano perso e che anche all’interno dell’Unione europea se ne parla apertamente. Tuttavia, a Bruxelles questo non ha fatto venire meno la tensione per il mercato interno (che infatti è oggetto di una raccomandazione recente). Inoltre, le politiche industriali europee non sono ritagliate sulle imprese pubbliche: sono calate nel mercato. La peculiarità della proposta di Orlando e Oggionni non sta nel chiedere un ruolo maggiore nello Stato, ma nella riproposizione delle partecipazioni statali come strumento per realizzarlo. Qualcosa che è del tutto assente dall’orizzonte europeo e che è invece centrale nelle politiche della Casa Bianca. In effetti, i due esponenti del Pd insistono che non è un ritorno al gosplan. Noi non abbiamo detto che il partito del Nazareno si ispira a Stalin, ma che guarda a Trump. Questa replica lo conferma: prendiamo atto che, nel pantheon del Pd, oggi c’è più Trump che Prodi (che infatti non viene neppure citato).
Carlo Stagnaro e Sergio Boccadutri