50 anni di salari fermi spiegati dall’improduttività delle aziende. Parla Schivardi

Uno studio del XV Rapporto Inps ricostruisce cinquant’anni di buste paga: salari fermi perché le imprese non sono riuscite a produrre più valore


14 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 07:12
Immagine di 50 anni di salari fermi spiegati dall’improduttività delle aziende. Parla Schivardi
E’ un errore pensare che la stagnazione dei salari italiani sia una storia recente, figlia dell’adozione dell’euro o della crisi del 2008. La crescita delle retribuzioni reali nel settore privato ha cominciato a rallentare già nei primi anni Ottanta e la frenata è spiegata quasi interamente da ciò che è accaduto alla produttività delle imprese. Lo dimostra una ricostruzione di mezzo secolo di buste paga firmata da Maria De Paola (Università della Calabria) e Fabiano Schivardi (Luiss), contenuta nel XXV Rapporto annuale dell’Inps e basata sugli archivi dell’istituto che coprono tutti i rapporti di lavoro dipendente privato dal 1975 al 2024. La crescita dei salari reali nel settore privato è passata da un aumento del 3 per cento annuo alla fine degli anni Settanta a valori vicini allo zero nella seconda metà degli anni Novanta. Intorno allo zero è poi rimasta per i due decenni successivi fino al quinquennio 2020-2024, durante il quale la crescita dei salari reali è diventata negativa, meno 0,6 per cento in media, complice lo choc inflazionistico del 2022-2023.
Per capire che cosa abbia prodotto questa lunga frenata, lo studio scompone il salario di ogni lavoratore in due parti: una componente legata alle competenze e all’esperienza del lavoratore, che restano le stesse indipendentemente dall’azienda di impiego, e una componente legata al premio salariale riconosciuto dall’impresa ai propri dipendenti, che riflette una combinazione di fattori come la produttività e le politiche retributive dell’azienda; in parole semplici, quanto quell’azienda paga in più o in meno delle altre a parità di dipendente. Secondo lo studio il calo della crescita dei salari reali è spiegato “quasi del tutto” da questa seconda componente, quella dell’impresa, che è scesa dal 3 per cento annuo tra il 1976 e il 1979, allo 0,2 per cento tra il 1989 e il 1994, per poi fermarsi.
La scomposizione mostra dunque che le caratteristiche dei lavoratori spiegano poco del rallentamento, mentre il problema principale riguarda la capacità delle imprese di produrre valore. I bilanci Cerved indicano, infatti, che nel corso del tempo i salari hanno seguito il valore aggiunto per addetto, cioè la ricchezza prodotta in media da ciascun lavoratore. La produttività è però rimasta stagnante e ha contribuito poco alla crescita delle retribuzioni, mentre il rent sharing, cioè la quota dei risultati aziendali trasferita ai dipendenti, è inizialmente diminuito per poi risalire moderatamente. Nel complesso, secondo l’approfondimento, la capacità dei lavoratori di partecipare ai risultati delle imprese “non si è complessivamente indebolita”, ma è mancata soprattutto la crescita delle risorse con cui finanziare gli aumenti.
Le aziende hanno infatti continuato ad aumentare di poco le retribuzioni reali, con un lieve recupero dal 2016, ma senza mai raggiungere l’intensità della fine degli anni Settanta. E’ mancato anche lo spostamento verso le aziende che pagano meglio. Se le imprese più produttive si fossero espanse assumendo lavoratori da quelle meno efficienti, il salario medio sarebbe cresciuto. Neppure il ricambio del tessuto produttivo ha sostenuto le retribuzioni: in cinquant’anni, da un lato l’uscita dal mercato delle aziende con salari bassi ha innalzato leggermente la media dei salari, ma dall’altro le nuove imprese – soprattutto pmi, che tendono a pagare meno di quelle già presenti e il cui contributo negativo si è accentuato dal 2004 – hanno compensato quell’effetto.
“Non c’è un aumento del valore aggiunto da spartire – spiega al Foglio Schivardi, uno dei due autori –. La quota del lavoro oscilla, ma non mostra un calo evidente come quello dei salari: è un problema di generazione di ricchezza più che di come questa ricchezza viene distribuita”. L’economista conclude: “Il quadro generale è di un sistema produttivo che non riesce a far crescere la produttività delle imprese esistenti e non riesce neanche ad agire attraverso l’entrata di nuove imprese: anche quando ne vengono di nuove, nascono in settori a bassa produttività”.