Economia
contratti da rivedere •
Le responsabilità dei sindacati sul dramma dei salari in Italia
I dati Ocse indicano un calo ulteriore del potere d'acquisto nell'anno corrente e una ripresa minima nel prossimo. E la detassazione degli aumenti contrattuali potrebbe non essere la strada giusta per superare questo blocco
9 LUG 26

Foto ANSA
L’Ocse ha confermato che in Italia i salari reali non hanno recuperato la perdita provocata dall’inflazione. Il nostro paese resta il peggiore tra le grandi economie avanzate: il potere d’acquisto delle retribuzioni è ancora sotto del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre 2021. Quando l’inflazione è tornata, i rinnovi dei contratti sono arrivati tardi, spesso quando l’inflazione era già scesa. Negli altri paesi il recupero è stato più rapido; in Italia la caduta si è trasformata in una perdita permanente. La cosa più preoccupante è che rischia di succedere di nuovo. Nel 2027 arriverà un nuovo giro di scadenze contrattuali. Se non cambia nulla, ci saranno nuovi ritardi e nuove perdite di potere d’acquisto. L’Ocse prevede già per il 2026 un nuovo calo dei salari reali dello 0,9 per cento e per il 2027 un recupero di appena lo 0,2 per cento. La risposta delle parti sociali sembra essere un nuovo grande patto, una sorta di aggiornamento del Patto della fabbrica, con dentro produttività, rappresentanza e partecipazione: una parola per Confindustria, una per la Cgil, una per la Cisl. Sarebbe molto opportuno farlo. Il problema è che il Patto della fabbrica non ha impedito la caduta dei salari reali. Oggi non basta firmare un nuovo documento solenne se poi i contratti continuano ad arrivare in ritardo e con indici che non recuperano davvero l’inflazione. Dovrebbe essere interesse di tutti trovare un accordo. Ma oggi tutti fanno politica. Le associazioni datoriali sono in difficoltà perché negli ultimi anni si sono fatte concorrenza tra loro: Confindustria, artigiani, commercianti, servizi, cooperative. Tutti cercano di rappresentare imprese piccole, medie e grandi, spesso negli stessi settori. I perimetri della rappresentanza datoriale sono diventati confusi ed è difficile dire chi firma davvero per chi.
Sul fronte sindacale non va meglio. La Cgil avrebbe interesse a firmare, anche perché un nuovo accordo sulla rappresentanza sarebbe uno dei pochi risultati concreti. La Cisl ha cercato un rapporto privilegiato con il governo e ha ottenuto la legge sulla partecipazione. La Uil ha puntato invece sulla detassazione degli aumenti contrattuali. La differenza è importante: la partecipazione è una legge discutibile nei dettagli, ma giusta nell’impianto. La detassazione degli aumenti contrattuali, invece, rischia di essere una legge sbagliata. Il punto è semplice: la difficoltà del sindacato a rinnovare i contratti non si risolve scaricando il costo sulla collettività. E’ vero che la norma aiuta 3,8 milioni di lavoratori privati, ma lo fa in modo selettivo e ingiusto. Un lavoratore il cui contratto è stato rinnovato riceve il beneficio fiscale, per un solo anno; un altro, con contratto ancora bloccato, non riceve nulla. C’è poi un problema più serio. Vedremo nel 2027 se questa norma incentiverà davvero i rinnovi oppure se produrrà l’effetto opposto: rinnovi più bassi dell’Ipca, perché tanto una parte dell’aumento netto viene pagata dallo stato. Io temo la seconda ipotesi. Se l’impresa sa che il lavoratore riceverà un beneficio fiscale, avrà meno pressione ad aumentare il salario lordo. Questa norma è quasi un unicum. Non è come detassare premi di risultato, una tantum, straordinari, lavoro notturno o tredicesime. Quelle misure possono avere una logica. Qui invece si usa il fisco per pagare una parte del salario ordinario che dovrebbe essere riconosciuto dalle imprese nei contratti collettivi. Alla fine, un nuovo accordo tra le parti sociali è auspicabile. Ma rischia di non bastare. Se resta un accordo generico, senza una regola stringente sui tempi dei rinnovi e sugli indici di prezzo, il prossimo anno potremmo trovarci davanti a un nuovo calo dei salari reali. E questa volta non ci sarà nemmeno il boom dell’occupazione a compensare politicamente il problema. Sarà anche più difficile trovare risorse pubbliche per coprire ciò che i contratti non saranno riusciti a fare.
Per questo nel 2027 il governo, qualunque esso sia, dovrà esercitare una pressione forte su imprese e sindacati per ottenere una cosa che dovrebbe essere scontata: i contratti vanno rinnovati nei tempi giusti e con gli indici di prezzo giusti. Poi ciascuna organizzazione datoriale e ciascun sindacato firmeranno i contratti che credono. Ma tempi dei rinnovi e rispetto dell’Ipca devono essere garantiti. Altrimenti avremo altri cali dei salari reali. E a quel punto crescerà la pressione politica per il ritorno della scala mobile, già evocata nei programmi di diversi partiti. Sarebbe la classica toppa peggiore del buco. E sarebbe anche una promessa in larga parte vuota: oggi, a differenza di quarant’anni fa, l’Italia vive dentro una moneta unica. E’ difficile immaginare che gli altri paesi europei accettino un sistema nazionale di indicizzazione automatica dei salari capace di alimentare nuova inflazione. Bisogna intervenire prima: non con scorciatoie fiscali, ma facendo funzionare davvero la contrattazione.