La rivolta dei Nimby vip nelle campagne di Orvieto

L’apocalisse climatica è imminente, ma se una pala eolica si vede dal castello e un pipistrello rischia la vita, la transizione energetica può aspettare. L’attrice, lo stilista, la principessa tra i cento “no” famosi che insieme alla burocrazia e al conflitto stato-regione bloccano il parco eolico

29 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 11:52
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Foto Ansa

Da un lato c’è una multinazionale tedesca che vuole piantare a Orvieto delle enormi pale eoliche, alte quattro volte il maestoso Duomo che sovrasta la cittadina. Dall’altro lato ci sono 100 artisti, registi, stilisti, cantanti, attori, ambientalisti e intellettuali che si mobilitano per difendere i beni culturali e il paesaggio dalla speculazione. “Ancora una volta siamo di fronte alla privatizzazione dei profitti e la socializzazione dei danni”, scrivono in una lettera indirizzata al capo dello stato Alice Rohrwacher, Salvatore Settis, Paola Cortellesi, Gabriele Salvatores, Tomaso Montanari, Mario Tozzi, Alessandro Barbero, Ginevra Elkann, Chiara Valerio, Teresa Ciabatti e altri 90 non meno celebri firmatari. Tra la società energetica della Ruhr di nome Rwe che vuole piantare sette aerogeneratori alti 200 metri con un progetto chiamato “Phobos” (dal nome della divinità greca, figlia di Ares e Afrodite, che rappresenta la paura) e la meglio intellighenzia benecomunista italiana che vuole difendere il territorio umbro e il Duomo duecentesco, la scelta è facile. Se poi ai 100 intellettuali si aggiunge anche Fiorello, non c’è partita. La carica dei 101 a tutela del paesaggio e della cultura si tira dietro i media, l’opinione pubblica e la politica. Lo showman, a metà maggio, durante una puntata de La Pennicanza ha messo sotto accusa “l’impatto devastante” del parco eolico: “Ce l’avete presente l’Umbria quanto è piccola? Ma a scuola avete studiato le proporzioni? Lo faranno tra Orvieto e Castel Giorgio, una zona turistica, paesaggi rurali intatti per secoli, città, piazze… piazzi l’equivalente di due grattacieli di 70 piani, un impatto devastante! L’Umbria scompare, di questo passo”. Fiorello ha così suggerito alla regione di avviare “un procedimento di annullamento in autotutela del silenzio-assenso” per non “devastare una terra meravigliosa come l’Umbria”. E così è stato. Pochi giorni dopo la denuncia di Fiorello su Radio 2, la presidente della regione Stefania Proietti ha annunciato che la giunta ha deliberato l’avvio del procedimento amministrativo indicato dal comico. “Fiorello boccia le maxi pale eoliche”, “Fiorello salva Orvieto dalle pale eoliche” sono alcuni dei titoli che in tanti hanno potuto leggere nelle scorse settimane.
La questione, tuttavia, è un po’ più complessa. Ed è molto diversa da come è stata raccontata e rappresentata. Più che una storia di tutela dell’ambiente, è un caso di sindrome Nimby Vip: la transizione ecologica sì, ma non nel mio giardino. O meglio, non nel giardino della mia villa. Quelle di personaggi ricchi e famosi che non vogliono che una pala eolica “rovini” il panorama che si ammira dalla propria dimora. Il Duomo di Orvieto c’entra ben poco. Su giornali e tv sono state pubblicate immagini grafiche, elaborate da associazioni ambientaliste ostili al progetto, che affiancano la turbina eolica al Duomo quasi fosse un campanile, evidenziando che è quattro volte più alto della chiesa, oppure rendering che mostrano enormi pale eoliche visibili dalla rupe di Orvieto. In realtà non è affatto così. Gli aerogeneratori sono previsti a grande distanza dal Duomo e dal centro della città, oltre 8,3 chilometri per la turbina più vicina, e verranno posizionati dietro una collina che un tempo era la caldera del lago vulcanico di Bolsena: nella consistente documentazione allegata al progetto, vagliata e approvata dai tecnici del ministero dell’Ambiente (Mase), sono inclusi i fotoinserimenti ante e post operam da vari punti visivi che mostrano come da Orvieto le pale eoliche non si vedono.
Ma andiamo con ordine. Phobos è un impianto eolico composto da sette aerogeneratori, da 6 MW ciascuno (in totale 42 MW), da realizzarsi nel territorio dei comuni di Castel Giorgio e Orvieto capace di coprire il fabbisogno energetico di 40 mila famiglie. L’11 agosto 2021 la società tedesca Rwe Renewables presenta al Mase la richiesta di una Valutazione di impatto ambientale (Via), primo atto di un lungo iter autorizzativo. Il 19 ottobre 2022 la regione Umbria con la Commissione tecnica regionale per le valutazioni ambientali esprime un parere favorevole, pur ponendo alcune raccomandazioni e condizioni. Il 7 dicembre 2022 il progetto ottiene il parere favorevole per la compatibilità ambientale della Commissione tecnica Pnrr-Pniec del Mase, ma con 15 condizioni.
Pochi giorni dopo, il 13 dicembre 2022, la Soprintendenza speciale per il Pnrr del ministero della Cultura (Mic) esprime, invece, parere contrario. Come sempre accade in questi casi, tutt’altro che rari, quando c’è un contrasto tra il parere del Mase e quello del Mic, la risoluzione spetta al Consiglio dei ministri che, dopo aver fatto un bilanciamento degli interessi in campo, il 27 giugno 2023 esprime un giudizio positivo di compatibilità ambientale concedendo la Via. L’iter prevede poi che la regione, in questo caso l’Umbria, abbia 60 giorni di tempo per il rilascio dell’Autorizzazione unica (Au), che riguarda gli aspetti urbanistici del progetto, al termine dei quali viene concessa per silenzio-assenso. E’ ciò che accade. A questo punto, dopo un paio d’anni e attraversando due governi (Draghi e Meloni), il procedimento amministrativo dovrebbe essere concluso. L’azienda ha prodotto un’istruttoria enorme di migliaia di pagine; i privati, gli enti e le associazioni contrarie sono intervenute nell’iter sottoponendo i propri pareri; l’amministrazione ha valutato e deliberato. Molte persone, come accade per ogni opera sul territorio italiano, sono contrarie ma fa parte del gioco. La peculiarità del caso di Orvieto, che l’ha reso rilevante a livello nazionale, è che molti degli opponenti al parco eolico sono Vip. A opporsi a qualsiasi atto amministrativo a favore dell’impianto di energie rinnovabili ci sono infatti la famiglia Rohrwacher, quella dell’attrice Alba e della regista Alice; lo stilista Alessandro Michele, direttore creativo di Valentino e prima di Gucci; la principessa Marie-Astrid von Liechtenstein con il marito Ralph Worthington V.
Reinhard Rohrwacher, padre di Alba e Alice, possiede una proprietà composta da 10 ettari e due fabbricati, dove vive e svolge l’attività di apicoltore (il contesto familiare è quello raccontato da Alba Rohrwacher nel film “Le meraviglie”). Sostiene che l’impianto avrebbe un notevole impatto negativo dal punto di vista visivo in una zona dal grande valore storico, paesaggistico e culturale; un impatto negativo sulla filiera agroalimentare, sulla pastorizia e sul turismo; deprezzerebbe il valore degli immobili e delle proprietà nella zona; e danneggerebbe la salute per la diffusione di sostanza inquinanti, oltre che per gli “effetti acustici” e le “vibrazioni rilevanti” delle pale: “Nel complesso l’impianto provoca impatti diretti e misurabili sulla salute umana, combinando effetti chimici, acustici, percettivi e ambientali, con conseguenze negative certe per il benessere delle popolazioni”. Sembra la descrizione di una discarica abusiva di rifiuti tossici: l’energia eolica come la Terra dei Fuochi.
Alessandro Michele, stilista di fama mondiale, è invece dal 2018 il proprietario del Castello di Montalfina, nel comune di Castel Giorgio: un complesso con vari fabbricati, una chiesa e 400 ettari di terreni circostanti di cui 180 ettari di bosco. Il problema del direttore creativo di Valentino è che a 2,6 chilometri è prevista l’installazione di uno dei sette aerogeneratori del progetto Phobos che, pertanto, si vedrebbe dal balcone del castello ledendo così irreversibilmente il suo “diritto al panorama”. Che non è tanto un concetto bucolico-paesaggistico, ma un diritto patrimoniale poiché il panorama costituisce un valore aggiunto che l’impianto eolico svaluta (“a tacere dei danni e disagi come rumori, polveri, immissioni moleste di ogni genere provocati durante l’esecuzione dei lavori”, aggiunge Michele nelle sue osservazioni).
La preoccupazione per il deprezzamento del patrimonio causato dalle rinnovabili è anche ciò che muove la principessa Marie-Astrid von Liechtenstein. La nipote di due nobili capi di stato, il Gran duca del Lussemburgo Enrico e il principe del Liechtenstein Hans Adam II, che nel 2021 si è sposata a Capalbio con Ralph Worthington V (discendente del fondatore della società petrolifera americana Metropolitan Oil Company), nel 2020 acquistò con il futuro marito il Castello di Montiolo: un complesso con 60 ettari di terreno, sito anch’esso nel comune di Castel Giorgio. Ebbene, anche dal balcone del castello della principessa si vedrà un aerogeneratore previsto a 1,1 chilometri di distanza. Il problema, scrive la nobile coppia nel ricorso al Tar, è che loro hanno previsto lavori di manutenzione straordinaria per trasformare i fabbricati e il castello in attività turistico-ricettive e “la realizzazione dell’impianto è destinata ad arrecare pregiudizio all’attività ricettiva, a determinare un deprezzamento del valore commerciale della proprietà, un aumento dell’inquinamento acustico”. Insomma, per far produrre energia alla tedesca Rwe si rischia di far svanire il sogno di una giovane coppia che sta mettendo i suoi risparmi per aprire un bed & breakfast.
Non si dica che questi vip siano insensibili alle tematiche ambientali. Rhinhard Rohrwacher produce miele biologico e si batte contro l’uso di pesticidi e diserbanti. Alice Rohrwacher è considerata un’esponente di spicco dell’“ecocinema”, sia per mettere al centro delle sue opere il rapporto tra uomo e ambiente, ma anche per applicare protocolli per la sostenibilità ecologica sul set dal catering a km zero alle cialde del caffè compostabili, dall’acqua rigorosamente nelle borracce alla condivisione dei mezzi di trasporto per risparmiare benzina, nulla è lasciato al caso e tutto è pensato per ridurre l’impronta carbonica. Alba Rohrwacher ha invece prestato la sua voce narrante al documentario “Antropocene – L’epoca umana” che racconta le devastazioni ambientali prodotte dall’uomo dalla sua apparizione sulla faccia della Terra.
Alessandro Michele, già quando era direttore creativo di Gucci, aveva abbandonato l’uso di pellicce e avviato un sistema di compensazione per le emissioni di gas serra nella fase di produzione: la mission della casa di moda includeva una vision ecosotenibile attraverso il portale Gucci Equilibrium, dedicato alle iniziative ambientali del marchio del gruppo Kering. Fu proprio Alessandro Michele a lanciare “Gucci off the Grid”, una collezione pubblicizzata da Jane Fonda fatta di capi e accessori unisex realizzati con materiali biologici, riciclati o biodegradabili “disegnata per chi è attento al proprio impatto ambientale”. Insomma, l’impegno di Michele per la sostenibilità ambientale, l’economia circolare, la transizione energetica e la biodiversità è indiscutibile. Dopo tutto quello che ha fatto contro il cambiamento climatico da stilista, non gli si può piazzare una pala eolica a 2,5 chilometri di distanza dal suo castello deprezzandolo. Le pale eoliche andrebbero messe dove vivono i poveri, che generalmente posseggono auto inquinanti, si vestono di robaccia a basso costo prodotta generando tonnellate di CO2 e che vivono in case energeticamente inefficienti che comunque non subirebbero alcun deprezzamento perché già valgono poco.
“Il vero grande problema è che questi Vip, facendo il gioco di alcuni comitati e associazioni che si oppongono agli impianti, finiscono per contribuire a quella mistificazione della realtà che a sua volta non fa che fomentare la popolazione e la politica, che segue a rimorchio”, dice al Foglio Maurizio Zara, presidente di Legambiente Umbria. “Di questa vicenda si parla a livello nazionale perché ci sono personaggi, in qualche caso possessori di ville e castelli, che gradirebbero una vista libera da impianti, con un atteggiamento che pretende un uso del territorio come servile per le classi abbienti, un po’ come erano le riserve di caccia per i nobili di un tempo. L’interazione tra attività antropiche e natura è qualcosa da considerare attentamente, che come ambientalisti ci preoccupa, ma non è un aspetto estetico funzionale al weekend”.
La vicenda di Orvieto presenta anche una spaccatura nel mondo ecologista, con associazioni che si confrontano su opposte barricate.
Da un lato ci sono organizzazioni come “Amici della terra”, che alla diffusione delle pale eoliche sul territorio preferirebbero l’adozione dell’energia nucleare perché avrebbe un impatto inferiore sul consumo di suolo e sul paesaggio nazionale – una posizione quantomeno più coerente degli ambientalisti che denunciano la crisi climatica in pubblico ma non vogliono le rinnovabili vicino casa – e “Italia nostra” che, invece, si dedica alla tutela sacrale del paesaggio e non vuole né le rinnovabili né il nucleare. Sull’altro fronte ci sono associazioni come Legambiente, che invece giudica lo sviluppo dell’energia eolica necessario e compatibile con il patrimonio paesaggistico e culturale dell’Umbria. Zara fa l’esempio di Piansano, un comune sul lato viterbese del lago di Bolsena, distante pochi chilometri dal progetto Phobos. “Lì da 14 anni esiste un impianto eolico della stessa potenza, solo con la tecnologia dell’epoca che prevedeva pale eoliche più piccole ma più numerose. Anche all’epoca – ricorda il presidente umbro di Legambiente – ci furono furiose proteste a mezzo stampa e social, previsioni catastrofiche sul paesaggio e sul turismo, rendering fotografici di comitati contrari che mostravano il lago di Bolsena costellato di candeline... Malgrado tutto ciò, ricorsi al Tar inclusi, l’impianto si fece e oggi non ne parla più nessuno. Anzi, oltre ad aver portato risorse nelle casse comunali, ora il comune valorizza l’impianto come risorsa per il turismo”.
Tutti questi ricorsi contro la Via concessa dalla presidenza del Consiglio – nonostante l’appello dei 100 colleghi vip a Sergio Mattarella – sono stati bocciati dal Tar Umbria e dal Consiglio di stato nel 2025. A quel punto la regione Umbria, governata dal centrosinistra (giunta Proietti), ha deciso di avviare una nuova procedura di Autorizzazione unica (Au) con esito negativo, ignorando il fatto che fosse già scattato il silenzio-assenso sotto la precedente amministrazione (Tesei di centrodestra). Allora la Rwe ha fatto altri ricorsi alla giustizia amministrativa, vincendoli. Ma dopo il Tar e il Consiglio di stato, come ultimo grado di giurisdizione, è intervenuto Fiorello. Come detto, il comico ha suggerito alla nuova governatrice Stefania Proietti, di annullare in “autotutela” l’Au già rilasciata col silenzio-assenso. E con quali motivazioni? Non il Duomo, ma i pipistrelli.
Facciamo un passo indietro. Nella Via un capitolo riguarda la protezione della fauna presente nella zona. Nello specifico testuggine, geco verrucoso, lucertola muraiola, ramarro, biacco, vipera, salamandra pezzata e per quanto riguarda i mammiferi riccio, toporagno, scoiattolo, crocidura ventre bianco, istrice, volpe, donnola, puzzola, tasso, cinghiale... Per tutelare questi animali, la Commissione tecnica del Mase ha imposto alla Rwe che l’attività di cantiere sia programmata in modo da non arrecare disturbo nei periodi critici come quello riproduttivo. Ma c’è un problema con i chirotteri, ovvero i pipistrelli. Per questa specie ci può essere un impatto non solo nella fase di cantiere ma anche quando l’impianto sarà in funzione per la possibile collisione con le pale. L’azienda aveva proposto un sistema di video rilevazione chiamato “Dt Bat”, che prevede l’arresto degli aerogeneratori quando la velocità del vento scende sotto i 7 m/s nel caso fossero state ritrovate almeno cinque carcasse di pipistrelli in un anno. Ma la Commissione ha ritenuto insufficiente la proposta e ha imposto alla società come condizione autorizzativa che il sistema di arresto per venti sotto i 7 m/s venga applicato a prescindere, senza aspettare che muoia anche un solo chirottero. E questa condizione è l’escamotage a cui si appiglia la regione per annullare l’Au, come spiega al Foglio l’assessore regionale all’Ambiente Thomas De Luca: “Secondo le nostre stime la ventosità è più bassa di quanto previsto dal progetto e, in virtù della prescrizione per la salvaguardia di chirotteri che impone di fermare le turbine, la producibilità dell’impianto si riduce in maniera significativa e questo, nel bilanciamento degli interessi contrapposti, sposta l’ago della bilancia verso il parere negativo. Si tratta di una procedura affidata a un tecnico – dice l’assessore umbro del M5s – che verrà conclusa entro il mese di giugno”. In sostanza, la regione nella revisione dell’Au sta rifacendo una valutazione di un aspetto che è uno dei cardini della Via: la producibilità dell’impianto è stata già stimata dall’azienda e rivista dalla Commissione tecnica sulla base di una relazione fondata sull’analisi dell’incertezza dei dati e sulle risultanze di un anemometro virtuale che ha elaborato le misurazioni del vento di due parchi eolici vicini. Per giunta, la contestazione della regione presuppone che la multinazionale tedesca – pubblicamente accusata di essere un’avida speculatrice – in realtà non sappia fare il proprio interesse, visto che investirebbe oltre 42 milioni di euro per un parco eolico che starebbe per gran parte del tempo fermo, senza produrre energia e quindi soldi.
Difficile che questo nuovo atto possa reggere a un altro ricorso alla giustizia amministrativa di Rwe, che inevitabilmente ci sarà. Ma l’obiettivo è mettere altra sabbia negli ingranaggi della burocrazia per prendere tempo e ripartire dalla Via: spingere il governo ad annullare “in autotutela” la Valutazione d’impatto ambientale concessa nel 2023. Nel frattempo, infatti, è successo che il 4 giugno il Consiglio dei ministri aveva autorizzato un analogo parco eolico di 13 aerogeneratori nei pressi di Viterbo e, una settimana dopo, in seguito alle proteste locali capeggiate dalla regione Lazio (governata da Francesco Rocca di FdI), il governo è tornato sui suoi passi annullando la Via appena concessa. Immediatamente, la regione Umbria e il Pd, con i parlamentari Walter Verini e Anna Ascani, hanno chiesto al governo di fare altrettanto con il progetto di Orvieto. In sostanza, mentre a livello nazionale il campo largo accusa il governo Meloni di fare una “guerra ideologica alle rinnovabili”, così ha detto nei giorni scorsi Elly Schlein, a livello locale prega quello stesso governo di bloccare impianti di rinnovabili annullando le autorizzazioni già concesse. Fonti del governo dicono al Foglio che il caso di Viterbo è una “assoluta eccezione”, che non può in alcun modo “diventare un precedente”, e comunque non ha a che vedere con il caso di Orvieto perché si tratta di una decisione rivista nel giro di pochi giorni e due Cdm consecutivi “come se ci fosse stata una valutazione prolungata”. Ma ormai è inevitabile che questo precedente, avvenuto per soddisfare le esigenze locali del centrodestra, diventi il grimaldello attraverso cui le amministrazioni locali di centrosinistra puntano a far saltare Phobos a Orvieto e quelle di qualsiasi altro colore gli altri impianti in qualsiasi altra regione.
Lo scontro tra stato e regione Umbria non riguarda solo il caso di Phobos, ma tutto l’impianto normativo. Palazzo Chigi infatti ad aprile ha impugnato alla Corte costituzionale la legge regionale umbra sulle “aree idonee” per definire i criteri sulle rinnovabili, perché la giunta Proietti ha deciso di inserire nella norma le cosiddette “aree non idonee” dove non si possono installare nuovi impianti di energia verde. E’ un conflitto tra centro e periferia che va avanti da tempo e che ha visto il governo vincere già alcune battaglie alla Consulta contro le norme ultrarestrittive della regione Sardegna. “Con il ricorso contro le leggi dell’Umbria lo stato punta innanzitutto a ottenere una validazione da parte della Corte costituzionale della propria scelta, molto chiara, di estromettere le regioni dall’individuazione delle cosiddette aree non idonee, riservando loro soltanto l’individuazione di ulteriori aree idonee rispetto a quelle definite ope legis dallo stato” dice al Foglio Giovanni Boggero, professore di Diritto costituzionale e pubblico all’Università di Torino. “Aver stabilito, come ha fatto l’Umbria, che a fronte di classificazione come non idonea di una certa area corrisponda un’elevata probabilità di valutazione negativa in sede autorizzatoria sembra prefigurare un automatico divieto di installazione che la Corte ha già ritenuto diretta violazione dei principi di decarbonizzazione e di massima diffusione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili”, conclude il costituzionalista. L’Umbria, tra l’altro, è tra le regioni più indietro sulle rinnovabili con -173 MW di nuova capacità installata rispetto al cronoprogramma del burden sharing indicato dal Piano nazionale energia e clima (Pniec). “Noi siamo pienamente favorevoli alle rinnovabili – precisa l’assessore umbro all’Ambiente – ma bisogna seguire una logica di pianificazione territoriale. Nella nostra legge regionale non introduciamo un divieto generalizzato e aprioristico nelle aree non idonee, è un’impostazione totalmente diversa da quella della Sardegna – precisa l’assessore De Luca, che pure è dello stesso partito della presidente sarda Alessandra Todde – semplicemente non vogliamo che si facciano impianti senza alcun vincolo di tutela”.
Il tema del conflitto tra stato e regioni, con la mancata definizione delle competenze sulle aree idonee/non idonee, è uno dei freni principali alla transizione energetica. Per Massimiliano Atelli, che è stato a lungo presidente della Commissione Via-Vas, quella che concede le autorizzazioni agli impianti Fer, “sarebbe una buona idea tornare a una competenza statale non solo con riferimento alla disciplina delle aree idonee. Perché – spiega l’ex presidente della Commissione tecnica Pnrr-Pniec – l’ampliamento della competenza regionale finisce per produrre risultati curiosi, decisioni opposte a fronte di casi identici. Questa confusione si porta poi dietro l’inconveniente della litigabilità nei 21 Tar diffusi sul territorio nazionale, con decisioni non coincidenti, che moltiplicano l’incertezza e il disordine. Tutto questo è il contrario della giustizia predittiva e non fa bene agli investimenti né alla transizione energetica”, conclude Atelli.
Se il caso di Orvieto rappresenta qualcosa non è tanto la rapacità delle multinazionali ma la vischiosità della burocrazia, soprattutto per la realizzazione degli impianti eolici. “L’idea che un progetto eolico venga autorizzato senza colpo ferire fa sorridere – dice al Foglio Tommaso Barbetti, partner di Elemens, società di consulenza specializzata nel settore energia –. Dei progetti che hanno chiesto l’autorizzazione dal 2020 in avanti, pari a 66 GW, a oggi sono ne stati autorizzati meno del 5 per cento, pari a 3 GW. E ancora meno sono quelli che sono stati costruiti. Non stupisce quindi se siamo lontanissimi dal raggiungere l’obiettivo al 2030 di 26 GW contro i 14 GW attualmente installati che questo governo ha proposto all’Unione europea. Il ritmo di costruzione, rispetto agli ultimi anni, dovrebbe quintuplicare. Molti pensano che gli obiettivi europei siano per definizione una chimera ma quelli del fotovoltaico, che erano ben più ambiziosi, verranno raggiunti. In Italia c’è un problema con l’eolico”. Alcuni dati rendono la dimensione del problema, anche per quanto riguarda la procedura nazionale riservata ai progetti più grandi che dovrebbe essere più celere. Dal 2020 su 54 GW di richieste solo 5 GW hanno ottenuto la Via nazionale, che spesso viene rilasciata dalla presidenza del Consiglio quando Mase e Mic sono in disaccordo, situazione che nel caso dell’eolico si presenta nel 90 per cento dei casi per il parere negativo delle Soprintendenze. Questo passaggio dal Consiglio dei ministri richiede mediamente 16 mesi in più. Poi dovrebbe arrivare quasi automaticamente l’Au, secondo la legge entro due mesi, ma per la quale in realtà bisogna aspettare 18 mesi. Poi ci sono i ricorsi al Tar e al Consiglio di stato. Se proprio va di sfiga, come capitato alla tedesca Rwe, arriva la famiglia di attori e registi che fa il miele, lo stilista sostenibile che ha il castello con il bosco, la principessa che deve aprire il b&b, gli intellettuali, Fiorello e, infine, i pipistrelli. La crisi ambientale è urgente, l’apocalisse climatica è imminente, ma se una pala eolica si vede dal castello e un pipistrello rischia la vita allora la transizione energetica può aspettare.