Economia
Il dibattito •
Patrimoniale, la tassa che agita le elezioni in Italia e Francia
La Zucman Tax rischia di diventare il convitato di pietra delle presidenziali francesi del 2027, ma secondo un nuovo studio la misura nel lungo periodo diventerebbe persino una spesa per lo stato. Landini intanto prende spunto e propone una versione italiana della Zucman tax

Nel 2027 la tassa patrimoniale potrebbe essere il convitato di pietra sia delle elezioni politiche italiane sia delle presidenziali francesi. Anzi, in Francia, questa possibilità è già una realtà, tanto che per scongiurare il rischio che la Zucman tax – dal nome dell’economista francese Gabriel Zucman che l’ha proposta – diventi oggetto di campagna elettorale per le presidenziali, è arrivato a dar man forte il collettivo “Trop, c’est trop!”, composto da 2 mila imprenditori indignati contro la deriva fiscale francese e guidati da Patrick Martin, presidente del Medef, l’equivalente della nostra Confindustria. Il collettivo ha così pubblicato uno studio realizzato da Pierre Andrews con l'aiuto scientifico di Antoine Levy, professore di economia a Berkeley, e Olivier Redoulès, già capo economista del Medef. Ecco, per loro, la tassa non solo porterebbe molto meno gettito di quanto promesso, ma nel lungo periodo diventerebbe persino una spesa per lo stato.
La Zucman tax prevede un prelievo del 2 per cento annuo sui patrimoni netti oltre i 100 milioni di euro, che colpirebbe circa 1.800 famiglie e da cui, secondo i calcoli dell’economista francese, si potrebbero raccogliere fino a 20 miliardi di euro di gettito annuo e una dose di equità fiscale contro la presunta anomalia secondo cui i ricchi pagherebbero in proporzione meno tasse del loro autista.
Il rischio evocato dai critici di un esodo dei ricchi con i loro patrimoni e capitali viene ridimensionato da Zucman, che cita l’esperienza dei paesi scandinavi. C’è chi però, come appunto il collettivo “Trop, c’est trop!”, ha provato ad andare più a fondo nelle stime. E il ragionamento è il seguente: se si contano gli utili che restano dentro le società come reddito del proprietario, com’è nella logica di Zucman, allora va scontata l’imposta sulle società già pagata su quegli stessi utili, altrimenti lo stesso euro viene tassato due volte. Già così, per lo studio, il gettito scenderebbe a circa 5,5 miliardi. Non solo: la tassa, secondo il collettivo, abbasserebbe il pil stabilmente di oltre l’1 per cento. E con meno produzione, lo stato incasserebbe meno entrate da ogni altra imposta. Quel buco, sul medio periodo, supererebbe ciò che la tassa raccoglie, e il saldo finale andrebbe persino in rosso.
Inoltre c’è chi, come il premio Nobel Philippe Aghion, teme una tassa che colpisce anche il valore di startup ancora senza utili finisca per soffocare l’innovazione, specie in un paese come la Francia che punta a creare i futuri campioni europei dell’AI. Il caso studio è quello di Mistral AI, l’unicorno parigino che vale 12 miliardi ma non guadagna un euro. Tassarne ogni anno una quota del patrimonio significherebbe tassare una valutazione su una promessa di rendita, senza contare che i fondatori di una società come Mistral possono sì essere più che benestanti sulla carta, ma non avere liquidità per pagare la tassa senza vendere quote dell’azienda – Zucman per un momento ha proposto di cederle allo stato; praticamente un esproprio.
Ma la tassa, in Francia, piace: in un sondaggio dell’Institut français d’opinion publique di settembre 2025 l’86 per cento dei francesi si diceva favorevole alla tassa Zucman, con un consenso quindi trasversale. E la sinistra, dal Partito socialista di Olivier Faure fino alla France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, ne ha fatto la sua bandiera, mentre la destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella, oltre al presidente Emmanuel Macron e i suoi alleati di centro, la respingono in blocco.
Ma il dibattito francese ha già attraversando le Alpi. Così il segretario della Cgil Maurizio Landini ha proposto una patrimoniale per l’Italia che ricalca proprio quella di Zucman. La differenza è solo nei parametri: Landini abbassa l’asticella all’1,3 per cento (anziché il 2 per cento) ma per i patrimoni sopra i 2 milioni di euro (invece di 100 milioni), per toccare circa 500 mila contribuenti da cui la Cgil stima 26 miliardi di gettito annuo. Il tema non scompare mai perché il problema dietro è reale: il fisco italiano tassa molto il lavoro e quasi nulla i patrimoni che si ricevono in eredità. La patrimoniale, semplicemente, non è la soluzione.