Da Bpm alla Puglia. Cosa cambia nel risiko con l’avanzata di Crédit Agricole

La crescita del gruppo francese si inserisce nella linea del Tesoro, favorevole alle aggregazioni ma attento a preservare concorrenza e contrappesi tra grandi gruppi. Il ruolo del Mef resta decisivo anche nelle privatizzazioni bancarie

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Foto Ansa

L’avanzata di Crédit Agricole in Italia non passa solo attraverso la salita in Banco Bpm – di cui sarebbe arrivato a detenere il 29,9 per cento del capitale tra partecipazione diretta e derivati, come emerge da insistenti rumor di mercato che la banca non smentisce – ma anche attraverso l’acquisto di istituti di credito minori. Secondo quanto risulta al Foglio, il gruppo francese sarebbe in pole position per acquisire la Banca del Mezzogiorno che il Mediocredito centrale ha messo sul mercato. Il dossier potrebbe subire un’accelerata dopo una prima fase di valutazione delle tre manifestazioni di interesse che sono state presentate dalla Banca Popolare di Puglia e Basilicata (in cordata con Bcc-Iccrea), dal Credem e, appunto, dal Crédit Agricole. Quest’ultima viene accreditata come l’aspirante acquirente che potrebbe fare l’offerta economica più elevata (non vincolante, in questa fase) entro la scadenza del 29 giugno.
L’obiettivo è arrivare a conquistare i 200 sportelli disseminati in un territorio come quello del Sud Italia dove il gruppo francese è poco presente. Ma non è finita. Qualche giorno fa è saltata la vendita della Cassa di Risparmio di Orvieto, che è sempre di proprietà del Mediocredito centrale, alla Banca del Fucino. L’operazione era praticamente arrivata vicino alla chiusura, ma poi un disaccordo sui valori avrebbe indotto le parti a interrompere la trattativa. Ebbene, fonti vicino all’operazione non escludono che anche la Cassa di Risparmio di Orvieto possa essere venduta al Crédit Agricole, che, in questo caso, otterrebbe di rafforzarsi nel centro Italia. La Banque Verte sta spingendo per aumentare la sua presenza nel nostro paese secondo una logica di presidio dei territori che appare in controtendenza con la strategia di consolidamento finanziario che guida le grandi manovre del risiko bancario (sinergie, risparmio di costi, economie di scala).
Un approccio, quello francese, in sintonia con la visione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il quale nella recente audizione parlamentare, ha ribadito un concetto a lui caro: le aggregazioni vanno bene ma è necessario preservare la concorrenza. La linea del governo Meloni è quella di uscire dalle banche, compreso Mps, di cui detiene ancora il 4,8 per cento, ma, di fatto, è il Mef che decide in che modo. E fino adesso lo ha fatto mostrando di avere un indirizzo in testa che è quello del controbilanciamento del potere dei grandi gruppi. Così Crédit Agricole è riuscito ad accreditarsi nelle stanze di via Venti Settembre, mostrandosi disponibile a lasciare Banco Bpm indipendente e dicendosi aperto a ragionare su un ventaglio di opzioni. Non è un caso che anche la privatizzazione della Banca del Mezzogiorno è stata alcune volte letta in una logica più ampia e di sistema. Fino a che Intesa Sanpaolo non ha messo sul piatto l’offerta pubblica di acquisto e scambio su Mps, stava prendendo forma un disegno di aggregazione tra la banca senese e Banco Bpm, particolarmente gradito al Mef e il cui unico punto debole, da un punto di vista di sensibilità politica, era la presenza di un gruppo francese come primo azionista post fusione.
Tale criticità sarebbe stata superata offrendo a Crédit Agricole una parte consistente delle filiali dell’istituto milanese in cambio dell’uscita o di un netto ridimensionamento nel capitale. E se questo non fosse bastato anche gli sportelli della BdM sarebbero potuti entrare in questa sorta di scambio al fine di gettare le basi per la creazione di un terzo polo bancario a trazione italiana. Le cose sono andate diversamente e adesso a Banco Bpm risulta difficile replicare all’offerta di Intesa Sanpaolo. E il Crédit che fa? Fonti finanziarie escludono che intenda immischiarsi nella partita per Mps, che ritiene troppo costosa e troppo esposta politicamente. Intanto, però, ha praticamente raggiunto la soglia dell’opa in Banco Bpm e in relazione a questo ieri sera il ministero ha detto che non è previsto alcun incontro con Giorgetti, come da indiscrezioni di stampa, ma se il Crédit lo avesse chiesto, sarebbe certamente stato fissato. Una nota di freddezza che fa riflettere. In altri tempi, la Consob, da mesi ormai senza un presidente, avrebbe chiesto a Crédit Agricole di comunicare senza indugio l’entità esatta della sua partecipazione in Banco Bpm e il mercato avrebbe sollecitato un’indicazione sui suoi piani futuri.