L’Ue pretende standard che i fornitori di metano non rispettano, e ora undici paesi frenano in Consiglio

A partire dal 2027, gli importatori dovranno dimostrare che i prodotti acquistati all’estero rispettano parametri equivalenti a quelli europei. Ma queste norme pensate per incentivare la trasparenza potrebbero paralizzare gli approvvigionamenti

26 GIU 26
Immagine di L’Ue pretende standard che i fornitori di metano non rispettano, e ora undici paesi frenano in Consiglio

Foto Ansa

Al Consiglio europeo di oggi, undici paesi (tra cui l’Italia) guidati da Repubblica Ceca e Slovacchia chiederanno di rinviare di tre anni le parti più controverse del regolamento Ue sulle emissioni di metano. Il regolamento, approvato nel 2024, punta a ridurre le dispersioni di metano generate da petrolio, gas e carbone. L’obiettivo è condivisibile: il metano è un gas serra molto più climalterante della CO2 nel breve periodo. Il problema, però, è come Bruxelles ha deciso di perseguirlo. La firma del ministro Gilberto Pichetto Fratin è rimasta in bilico fino all’ultimo. A sbloccarla, probabilmente, la consapevolezza che, senza correttivi, potrebbero esserci ripercussioni sul costo dell’energia e sulla sicurezza energetica.
Il provvedimento, infatti, impone a produttori e importatori di monitorare e certificare le emissioni lungo tutta la filiera. Il nodo non è tanto la produzione interna, quanto le importazioni. Secondo uno studio realizzato da Wood Mackenzie per le principali associazioni europee del settore, il 43 per cento del gas e l’87 per cento del greggio importati dall’Europa non sarebbero conformi ai nuovi standard. Unem sostiene che oggi appena il 2 per cento del petrolio americano sarebbe compatibile. La Libia, fornitore strategico per l’Italia, non lo sarebbe affatto. A partire dal 2027, gli importatori dovranno dimostrare che i prodotti acquistati all’estero rispettano standard equivalenti a quelli europei, tramite certificazioni a livello aziendale o nazionale. Ma gli accordi con i paesi produttori non esistono ancora e, soprattutto, in molti casi non è possibile tracciare con precisione l’origine delle forniture o attribuire correttamente le emissioni tra petrolio e gas quando provengono dagli stessi campi. Norme pensate per incentivare la trasparenza potrebbero così paralizzare gli approvvigionamenti. Le cose diventeranno ancora più difficili nel 2028, quando agli obblighi di rendicontazione si aggiungeranno quelli per contenere l’intensità emissiva (cioè il rapporto tra le emissioni e i volumi commercializzati) al di sotto di valori soglia non ancora noti.
Sulla natura del problema non c’è molta discussione: anche in Europa ammettono che così non funziona. Solo che nessuno sa come uscirne senza perdere la faccia. La Commissione prova a prendere tempo promettendo flessibilità e periodi di grazia durante i quali le sanzioni non saranno applicate. Ma le imprese non possono basarsi su rassicurazioni politiche prive di certezza giuridica, anche perché il regolamento prevede multe potenzialmente enormi (fino al 20 per cento del fatturato). Inoltre, non è detto che eventuali violazioni non possano essere oggetto di azione legale da parte di terzi. Da qui la richiesta: sospendere temporaneamente i soli obblighi più problematici e aprire un tavolo con produttori e operatori. Una soluzione possibile potrebbe consistere nel passare da una logica sanzionatoria a una logica economica: chi non riesce a dimostrare la sostenibilità ambientale delle forniture paga una penalizzazione, simile a un dazio climatico. Sarebbe un modo per preservare l’incentivo a migliorare le performance ambientali senza scaricare tutto il rischio sulla compliance che però, inevitabilmente, aumenterebbe i costi energetici per famiglie e imprese. D’altronde, sarebbe ingenuo pensare che una simile stretta possa arrivare senza oneri, trattandosi, peraltro, di un’imposizione unilaterale che nessun altro – né tra i produttori, come gli Usa e il medio oriente, né tra i grandi consumatori, come la Cina – sta considerando.
Al momento, dunque, la Commissione non sembra disposta a fare passi indietro: anzi, manifesta insofferenza per le pressioni interne ed esterne. Qualcuno dice che potrebbe addirittura accelerare l’emanazione degli atti attuativi, togliendo all’industria l’alibi dell’incertezza normativa. Il problema è che dietro questo scontro, apparentemente legato a faccende tecniche, c’è una questione più profonda, che trascende la stessa strategia climatica. L’Unione continua a confidare nel cosiddetto “effetto Bruxelles”: usare il peso del proprio mercato per imporre standard globali. Talvolta ha funzionato: l’Ue si sente (ed è) un grande mercato. Ma nell’Oil & Gas rappresenta poco più del 10 per cento dei consumi mondiali e non ha neppure il coltello dalla parte del manico, visto che fatica a riempire gli stoccaggi di gas o ad assicurare alle raffinerie le qualità di greggio di cui hanno bisogno. Senza realismo, una norma nata per ridurre le emissioni rischia di diventare un boomerang energetico.