Economia
Il Dato •
Conte manipola i dati di Bankitalia per promuovere il Superbonus
L'ex premier cita una riga del report di Palazzo Koch ma omette quella dopo, dove si legge che i costi hanno superato i benefici. Poi dice che nel "cassetto" del Mef sono nascosti i conti che ne rivalutano i ritorni, ma in realtà i numeri sono già pubblici e certificano un disastro: per il Tesoro il costo netto sfiora i 100 miliardi di euro
25 GIU 26

Giuseppe Conte dice che non rifarebbe il Superbonus, anche se ha prodotto ottimi risultati economici. “La Banca d’Italia ha presentato un report che dice che dal 2019 al 2023 il pil è cresciuto del 5,8 per cento, senza il Superbonus sarebbe cresciuto del 2,2 per cento”, ha detto il leader del M5s intervistato dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro. L’ex presidente del Consiglio ha poi aggiunto: “Quando si dice ‘è costato la somma X’, lasciamo stare, perché i dati li faremo a consuntivo. Guardare al costo non ha senso, essendo un investimento, in questo modo è cresciuto il pil. Quando andremo al governo e spero tra poco, chiamerò i tecnici del Mef che sanno far di conto e farò tirare fuori dal cassetto – cosa che adesso i responsabili politici di governo non fanno tirare fuori – quali sono i ritorni del Superbonus”.
Non c’è bisogno che il M5s torni al governo per “fare i conti”. Quei dati sono già pubblici, frutto delle analisi di varie istituzioni. E tutte confermano che il Superbonus è stato un disastro o, per dirlo con un linguaggio più tecnico, che i costi sono stati nettamente superiori ai benefici.
Partiamo proprio dall’analisi della Banca d’Italia citata da Conte (dal titolo “Le recenti dinamiche della produttività e le trasformazioni del sistema produttivo”). Nello studio, in effetti, gli economisti di Palazzo Koch segnalano che “senza gli incentivi fiscali alle ristrutturazioni edilizie la crescita del valore aggiunto tra il 2019 e il 2023 si sarebbe sostanzialmente dimezzata”, quindi vuol dire che la crescita, che in quel periodo è stata di 5,8 punti di pil, senza i bonus edilizi sarebbe stata di circa 3 punti di pil. Il dettaglio non marginale è che, in quello stesso periodo, la spesa complessiva di Superbonus e Bonus facciate è stata pari a 170 miliardi di euro, oltre 8 punti di pil (il costo sale a 220 miliardi se si considerano gli altri bonus edilizi). E infatti, nello stesso studio, nella frase successiva, la Banca d’Italia scrive: “Sebbene positivi, i benefici per il complesso dell’economia in termini di valore aggiunto sono stati più bassi rispetto ai costi sostenuti per le agevolazioni, implicando un moltiplicatore fiscale inferiore all’unità”. In sostanza “il ritorno” di cui parla Conte è negativo: ogni euro speso ha prodotto meno di un euro di pil.
Non si tratta peraltro dell’unica valutazione negativa sul Superbonus prodotta dalla Banca d’Italia. In un altro studio sul tema, dal titolo “L’impatto economico degli incentivi fiscali alle ristrutturazioni edilizie”, i ricercatori della Banca d’Italia Antonio Accetturo, Elisabetta Olivieri e Fabrizio Renzi scrivono che dei 170 miliardi di spesa nel periodo 2021-2023 tra Superbonus e Bonus facciate solo il 73 per cento è “addizionale”. Ciò vuol dire che oltre un quarto (il 27 per cento) è una “perdita secca”: lo stato ha speso 45 miliardi di euro per finanziare investimenti che i privati avrebbero fatto con i denari propri.
Nello stesso studio, gli economisti della Banca d’Italia stimano anche l’impatto sul pil e il costo finale della misura (al netto del gettito fiscale). Ebbene, nel periodo 2021-2023 (quindi il recupero post pandemia) i bonus edilizi hanno prodotto una crescita tra 2,6 e 3,4 punti di pil su 13,5 punti totali (tra un quarto e un quinto del totale). Che è sicuramente una spinta forte, ma solo se non si considera il costo. Perché vuol dire che dal 2021 al 2023 lo stato ha speso in bonus edilizi circa 3 punti di pil ogni anno per ottenere circa 1 punto di pil di crescita. Non un grande affare, si direbbe. Ecco il conto del “ritorno” che cerca il leader del M5s. “Il costo netto del programma, al netto cioè dell’extragettito causato dalla crescita, è di circa 100 miliardi – conclude la Banca d’Italia –. In altre parole, la misura è lontana dal ripagarsi da sola”.
Ma Conte i numeri li vuole dal Mef che, a suo dire, li terrebbe nascosti “nel cassetto”. In realtà i conti del Mef sono pubblici, perché presentati in audizione parlamentare nel 2023, e più recentemente in un working paper dal titolo “The effects of tax incentives for dwelling renovations: the case of Italy”. Lo studio, pubblicato l’anno scorso dal dipartimento del Tesoro, è addirittura più severo dell’analisi della Banca d’Italia. I due autori, Carlo Cignarella e Paolo D’Imperio, prendono in considerazione il Superbonus e il Bonus facciate nel periodo che va dal 2020 al 2023 (un anno in più rispetto al periodo considerato dall’analisi di Bankitalia), il cui costo complessivo è stato di 186 miliardi di euro (circa 9 punti di pil). Il Mef stima gli investimenti aggiuntivi prodotti dagli incentivi in circa 116 miliardi di euro e ciò implica che il “peso morto”, ovvero gli investimenti che si sarebbero comunque fatti ma con i soldi dei proprietari invece che dello stato, è stato di 70 miliardi di euro, pari al 38 per cento del totale (per Bankitalia il peso morto è del 27 per cento). “La nostra analisi solleva seri dubbi sull’efficienza degli incentivi, che sollevano anche notevoli preoccupazioni in termini di impatto distributivo ed equità”, scrive eufemisticamente lo studio del Mef.
Non c’è quindi bisogno che Conte torni al Mef per cercare nei cassetti i conti del “ritorno”. Ma soprattutto è meglio che non ci torni se pensa ancora che il Superbonus sia stato un’ottima idea: il costo del “ritorno” potrebbe solo aumentare.
Di più su questi argomenti:
Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
