Temperature alte, vacanze lunghe e basso apprendimento. La vera emergenza scolastica

L’assenza di aria condizionata (presente solo nel 6% degli edifici scolastici) e la chiusura estiva prolungata sono due problemi intrecciati, che comportano un danno al capitale umano degli studenti e alla crescita economica del paese. Eppure bastavano poco più dei soldi spesi per i banchi a rotelle

19 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 09:50
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 Durante il Covid l’Italia è stato il paese che ha chiuso le scuole più a lungo in Europa: 341 giorni, rispetto a una media di 138 giorni (secondo uno studio dell’Oms). Una delle discussioni più importanti all’epoca, dal 2020 al 2022, era l’aerazione delle scuole: portare impianti di ventilazione meccanica in tutti gli edifici scolastici era un obiettivo condiviso, dalla comunità scientifica alla politica, per garantire sicurezza e apprendimento ai giovani che più di tutti (e in Italia più che in ogni altro paese) avevano pagato con il loro capitale umano per le chiusure. Non se n’è fatto nulla.
Da allora, i governi hanno speso soldi per tutto tranne che per l’aerazione. Tra il Superbonus e il Pnrr, in circa 450 miliardi di euro di spesa pubblica straordinaria non è stato previsto nulla di specifico per l’aria condizionata nelle scuole, che avrebbe risolto non solo il tema sanitario ma anche il problema del caldo eccessivo. 
Se ne discute ogni anno, nelle ultime settimane dell’anno scolastico, quando le temperature nelle aule superano i 30 gradi e fare lezione in maniera proficua è impossibile per studenti e docenti. Secondo i numeri del ministero dell’Istruzione, recentemente evidenziati dall’analista di dati Lorenzo Ruffino, su oltre 61 mila edifici scolastici appena il 6,5 per cento ha i condizionatori e per il resto la refrigerazione non è garantita. Circa 4 mila su 61 mila totali.
Questa situazione ha conseguenze enormi sull’apprendimento degli studenti. In primo luogo per gli effetti diretti. Le ragioni sono banali: quando le temperature sono troppo alte diventa più difficile concentrarsi, ragionare e mantenere alta l’attenzione. Vale in ogni ambiente di lavoro e ovviamente nelle scuole. Basta il buon senso per capirlo. Ma ci sono comunque numerosi studi internazionali che mostrano come l’esposizione al caldo durante l’anno scolastico riduca l’apprendimento e che la presenza dell’aria condizionata riesce a neutralizzare completamente questo effetto negativo. Se si immagina che questo effetto è prolungato negli anni, per giunta in un contesto di aumento delle temperature globali per il cambiamento climatico, l’impatto sull’accumulazione del capitale umano è enorme e implica un danno non solo ai singoli studenti ma alla crescita complessiva del paese.
Ma non basta. A questo si somma il fatto che l’Italia è il paese europeo con le vacanze estive più lunghe, circa tre mesi, da metà giugno a metà settembre. Il problema non sta tanto nel numero complessivo di giorni di lezione, che in Italia è comunque sopra la media Ocse, ma nell’interruzione prolungata delle lezioni durante l’estate che comporta una notevole perdita di apprendimento, anche questa misurata in vari studi. Questa chiusura prolungata, come peraltro già avvenuto durante il Covid, è anche un acceleratore di disuguaglianza perché ovviamente la perdita estiva di apprendimento incide di più sui figli di famiglie meno abbienti che hanno meno risorse per pagare vancanze-studio o altre attività.
I due problemi, l’assenza di sistemi di climatizzazione e la chiusura estiva prolungata, sono peraltro intrecciati. Perché ovviamente la risoluzione del primo è necessaria per affrontare il secondo. Se nelle aule fa troppo caldo e fare lezione è impossibile, allora è improponibile prolungare la fine dell’anno scolastico fino a fine giugno o anticiparne l’avvio a inizio settembre. Ma la sensazione è anche che non si voglia risolvere il primo problema proprio per non risolvere il secondo. In tutti gli ambienti di lavoro, dalle fabbriche agli uffici, la mitigazione delle temperature elevate è sempre una delle principali richieste dei sindacati per salvaguardare la salute dei lavoratori.
Com’è possibile che nella scuola, fra i tanti scioperi convocati per i motivi più disparati – contro le spese militari, il genocidio a Gaza, il colonialismo, l’emergenza abitativa, il patriarcato, il climate change... – non ci sia una mobilitazione per chiedere l’aria condizionata nelle scuole? Per migliorare le condizioni di salute e sicurezza del proprio luogo di lavoro?
Probabilmente, perché il timore è che se si mettessero le scuole in condizione di operare anche con temperature estive si potrebbe rivedere il calendario. E allora è meglio sudare e boccheggiare per qualche settimana piuttosto che correre il rischio di rinunciare all’estate lunga. Da parte delle famiglie la pressione non è elevata, perché probabilmente una parte ha le risorse economiche per provvedere privatamente, un’altra parte conta sui nonni e la parte residua s’arrangia. E poi c’è un pezzo di imprenditoria che si oppone a rivedere il calendario scolastico per gli effetti negativi che avrebbe sul turismo estivo, senza considerare che invece una distribuzione diversa delle vacanze avrebbe comunque effetti positivi sul turismo in altri posti e periodi dell’anno.
E così si spiegano molte scelte economiche. Centinaia di miliardi spesi per rifare il 4 per cento del patrimonio privato incluse ville, castelli e seconde case, e niente per mettere l’aria condizionata nelle scuole. Eppure bastavano poche centinaia di milioni, probabilmente un po’ di più di quanto speso per i banchi a rotelle. I giovani pagheranno due volte il costo di queste scelte politiche: prima con un’istruzione meno efficiente che garantirà redditi inferiori e poi con un debito pubblico più pesante che produrrà tasse più elevate.