Le buone ragioni di Confindustria per una riforma dell’Ets

Dalla riforma della Market Stability Reserve alla esclusione degli operatori finanziari dagli scambi di CO2. Le proposte di Viale dell’Astronomia

18 GIU 26
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Foto ANSA

L’attacco dell’Italia all’Ets – il sistema europeo di scambio delle quote di emissione – ha contribuito a far aprire un tavolo a Bruxelles. La Commissione ha fatto alcuni timidi passi, ma siamo ben lontani da una soluzione strutturale: anzi, al momento tutti sono scontenti, sia chi vorrebbe vedere misure incisive per contenere i prezzi, sia chi teme un arretramento sul clima. Che fare, allora? Confindustria ha messo sul tavolo alcune proposte che meritano attenzione, perché non si tratta né di una spallata (come la richiesta di sospensione dell’intero meccanismo) né di una forzatura (come il decreto bollette, non a caso in stallo).
Da un lato, l’Ets è un esempio da libro di testo di politica economicamente efficiente, perché spinge ad abbattere le emissioni dove costa meno. Dall’altro lato, esso interagisce con molte altre policy, come gli obblighi su rinnovabili ed efficienza energetica, con cui, anziché rafforzarsi, si cannibalizza, moltiplicando i costi. Per questo, qualunque riforma dovrebbe avere un respiro più ampio (ne abbiamo discusso con Luca Lo Schiavo sul Foglio del 1 giugno). Ciò nonostante, il realismo politico impone di non sacrificare il bene sull’altare dell’ottimo. Come ha scritto Massimo Beccarello sul Foglio di sabato, “tra il 2013 e il 2024 il numero delle installazioni manifatturiere europee soggette all’Ets è passato da 6.391 a 5.457 unità, con una riduzione del 14,6 per cento”. Questo non significa che l’Ets ne sia l’unica o la principale causa; ma probabilmente il Green Deal, nel suo complesso, ha contribuito ad amplificarne gli effetti.
Tra le proposte di Confindustria, quattro sono particolarmente interessanti. La prima è la riforma della Market Stability Reserve: originariamente introdotta per sostenere i prezzi della CO2 quando diventavano troppo bassi, dovrebbe essere usata anche per mitigarli quando superano i livelli di guardia – magari stabilendo un valore minimo e massimo per garantire certezza da entrambi i lati. La seconda riguarda la revisione dei parametri (benchmark) per stabilire quante quote gratuite di CO2 spettano alle varie industrie a rischio di delocalizzazione: essendo identici in tutti gli stati membri, non tengono conto del fatto che impianti uguali possono avere un’impronta carbonica diversa per ragioni indipendenti da loro (per esempio il mix di generazione elettrica). Un tema, questo, che rischia di essere esacerbato dalla spinta all’elettrificazione. Se, come è auspicabile, si abbandonerà l’idea scellerata di eliminare le quote gratuite, aggiungere elementi di flessibilità per tenere conto delle differenze nazionali sarebbe un grande passo avanti. Lo stesso, naturalmente, vale per i target sulle rinnovabili, che ignorano la diversa dotazione naturale di risorse (per esempio, i paesi nordici, più favoriti, dispongono generalmente di un’immensa ricchezza di risorse idriche).
La terza proposta di riforma è politicamente più complicata. Oggi, il 60 per cento degli scambi di CO2 coinvolge fondi di investimento e banche d’affari. Confindustria chiede di escludere gli operatori finanziari o, almeno, di consentirne la partecipazione solo in relazione alle esigenze di copertura dei soggetti obbligati (vale a dire, le industrie). Il tema è delicato perché la pluralità di operatori garantisce la liquidità del mercato. Ma il problema di fondo è che il mercato è teso perché, mentre la domanda è sensibile al ciclo economico, l’offerta di permessi di emissione dipende solo da decisioni politiche. Il che porta alla quarta proposta di Confindustria: la revisione del tasso di riduzione dei permessi. Infatti, ogni anno la Commissione riduce il “cap” delle emissioni nei settori Ets: la velocità con cui lo fa è passata dal 2,2 per cento annuo all’attuale 4,3 per cento e, dal 2028, al 4,4 per cento. Alla luce della crisi, Viale dell’Astronomia chiede di rallentare, per esempio tornando tra il 2 e il 3 per cento.
Questo ha senso ma inevitabilmente comporta una riforma più vasta. L’aumento dal 2,2 al 4,4 per cento di tasso annuale di riduzione deriva dai più ambiziosi obiettivi climatici post-Covid, cioè tagliare le emissioni totali del 55 per cento entro il 2030, del 90 per cento entro il 2040 e del 100 per cento entro il 2050. Lo sforzo è ripartito tra i settori Ets e gli altri (che, nei prossimi anni, salvo ripensamenti, saranno soggetti a un meccanismo analogo, chiamato Ets2). Se l’onere sui primi diminuisce, deve necessariamente accentuarsi sugli altri, come il riscaldamento degli edifici, i trasporti e le Pmi. Ma questo è politicamente impensabile.
Chiedere un rallentamento, allora, implica una richiesta più radicale di attenuare i target del Green Deal, magari ancorandoli agli impegni degli altri grandi emettitori, come Usa e Cina. La questione non può essere risolta, come spera la Commissione, elargendo un po’ di sussidi a chi fa investimenti green: formalmente si parla di aggiustamenti tecnici all’Ets, ma nella sostanza la faccenda è tutta e solo politica.