Economia
asda •
La nuova schizofrenia di Bruxelles sugli Ets
La Commissione europea apre il cantiere della revisione del mercato della CO2, ma manca ancora una valutazione condivisa dei suoi effetti su industria, investimenti e capacità produttiva. Prima di correggere gli strumenti bisogna capire che cosa ha funzionato e che cosa no
13 GIU 26

La riunione convocata dal Commissario europeo Wopke Hoekstra il 10 giugno segna l'apertura di una nuova fase del dibattito sul futuro dell'ETS, il sistema europeo che con molte distorsioni fa pagare alle imprese le emissioni di CO2. Nella nota preparatoria compaiono già alcuni dei principali cantieri della riforma mentre viene richiamato il collegamento con gli obiettivi di competitività industriale contenuti nel Clean Industrial Deal e nell'Industrial Accelerator Act. Proprio per questo emerge una domanda difficilmente eludibile. Come potranno Commissione europea, Parlamento europeo e stati membri contribuire a una riforma equilibrata se non dispongono ancora di una valutazione condivisa degli effetti economici, industriali e competitivi prodotti dal sistema? La discussione sembra partire dalle possibili soluzioni prima ancora di avere definito con chiarezza il problema. Eppure dovrebbe essere l'esatto contrario. Prima si analizzano gli effetti di una politica pubblica, poi si individuano le eventuali criticità e soltanto successivamente si interviene sul disegno regolatorio.
Nel caso dell'ETS questo passaggio appare ancora più importante. Il sistema è ormai chiamato a perseguire contemporaneamente obiettivi ambientali, industriali e competitivi. Per questo motivo la riduzione delle emissioni non può essere l'unico indicatore utilizzato per valutarne il funzionamento. Esiste un dato che dovrebbe rappresentare il punto di partenza di qualsiasi riflessione sulla riforma. Tra il 2013 e il 2024 il numero delle installazioni manifatturiere europee soggette all'ETS è passato da 6.391 a 5.457 unità, con una riduzione del 14,6%. Il dato non dimostra, da solo, un fallimento del sistema. L'evoluzione della capacità produttiva europea dipende da prezzi dell'energia, innovazione tecnologica, commercio internazionale e domanda. Ma pone una domanda che la Commissione non può evitare: quale relazione esiste tra riduzione delle emissioni, investimenti e trasformazione della capacità produttiva europea? Anche il dibattito sulla Market Stability Reserve meriterebbe di partire da una domanda preliminare. Quale problema si intende correggere? La MSR è stata introdotta per rendere più credibile il segnale di prezzo attraverso una gestione amministrata della scarsità delle quote. L'obiettivo è stato raggiunto: dal 2018 il prezzo della CO2 è passato da circa 15 euro a oltre 80 euro per tonnellata. Ma proprio la prevedibilità della futura scarsità rende il mercato sempre più attrattivo non soltanto per gli operatori obbligati alla compliance, ma anche per chi assume posizioni di copertura o investimento sul prezzo della CO2. La domanda, allora, non riguarda soltanto la volatilità. Riguarda il peso crescente che le aspettative regolatorie esercitano nella formazione del prezzo di un mercato nato originariamente per consentire la compliance ambientale. La contraddizione più evidente riguarda però il carbon leakage, la così detta “fuga del carbonio”, che si verifica quando un’azienda sposta la produzione dove le regole climatiche sono meno costose. Da anni l'Europa utilizza due strumenti per proteggere le imprese esposte alla concorrenza internazionale: le quote gratuite ETS e la compensazione dei costi indiretti dell'elettricità. Nel secondo caso la Commissione riconosce che il costo del carbonio dipende anche dalle caratteristiche del mercato elettrico nazionale. Nel primo, invece, gli impianti vengono confrontati attraverso benchmark uniformi che presuppongono condizioni comparabili in tutta Europa. Ma è davvero così? I dati mostrano una realtà più complessa. Nei paesi caratterizzati da una maggiore disponibilità di energia decarbonizzata la quota di impianti collocati nel quartile superiore della frontiera ETS raggiunge il 68% in Finlandia e il 57% in Svezia. In Italia si ferma al 25%, in Germania al 26% e in Polonia al 21%. Il punto non è mettere in discussione il principio dei benchmark. Il punto è chiedersi se sia coerente utilizzare criteri nazionali quando si compensano i costi indiretti e criteri uniformi quando si assegnano le quote gratuite, pur perseguendo la stessa finalità: evitare il carbon leakage.
La nota di Hoekstra pone un tema giusto: servono più strumenti finanziari per accompagnare la transizione industriale. Ma prima di chiedere nuove risorse bisognerebbe capire come vengono usate quelle già generate dall’ETS. Tra il 2021 e il 2024, nel settore elettrico, le rendite legate al pass-through dell’ETS hanno superato gli 8 miliardi in Germania e Italia e i 7 miliardi in Francia. Eppure, secondo la Commissione, per centrare gli obiettivi climatici al 2040 serviranno circa 1.570 miliardi l’anno tra il 2031 e il 2040, mentre i ricavi ETS coprirebbero appena l’1,7-3,3% del fabbisogno. Il paradosso è che più l’ETS riduce le emissioni, meno quote genera e meno risorse produce. Prima di riformarlo, dunque, serve una diagnosi seria sui suoi effetti su competitività, investimenti e industria.