Economia
LA MOBILITAZIONE •
Cosa non torna nella campagna di Coldiretti, in piazza contro i "trafficanti" di grano e olio (e contro il glifosato)
La protesta, tra miti e mercato. Gli agricoltori chiedono prezzi equi e maggiori controlli sull’origine dei prodotti, ma la campagna dell'associazione mescola criticità concrete, dati incompleti e tesi smentite dalle autorità scientifiche, mentre sembra ignorare le dinamiche reali della filiera

Foto ANSA
Un'ondata di teste gialle griffate Coldiretti ha riempito 13 piazze d'Italia contro "i trafficanti di grano e olio". A Roma, abbiamo chiesto ad alcuni manifestanti contro chi protestano. Risposta: "Contro la speculazione". Su striscioni, cartelli, e comunicati stampa il nemico è più preciso: il glifosate, uno degli erbicidi più usati al mondo. Coldiretti continua a chiamarla "molecola chimica che genera cancro soprattutto ai bambini", nonostante questa accusa non abbia né capo né coda. A stabilire che l'erbicida non provoca tumori ci ha pensato l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, che nel giugno 2022 ha messo nero su bianco che non ci sono evidenze scientifiche che possano far classificare il glifosate come cancerogeno. Non vi fidate del tribunale? L'anno dopo è arrivata la Cassazione. L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha scritto in un documento di non aver individuato “alcuna area di preoccupazione critica in relazione al rischio” che il glifosato “comporta per l’uomo, gli animali o l’ambiente”.
Due assoluzioni di fila dovranno pure avere un peso. Non per Coldiretti, che la butta sul mangiar bene e sano. "La vera pasta italiana fatta col grano duro 100 per cento italiano fa bene alla salute, e per questo deve essere presente nelle mense di scuole e ospedali", recita il loro manifesto. Gli agricoltori dunque chiedono un'azione immediata rispetto ai "vergognosi tentativi in atto da parte dei trafficanti": da chi cerca di "strozzare le aziende pagando al Sud il grano sotto trebbiatura 19 centesimi al chilo, mentre la pasta costa minimo 2 euro al chilo e il pane 3 euro, o chi taglieggia i produttori italiani pagandoli sotto i costi di produzione".
La battaglia del grano
Ecco il secondo assunto che fa acqua, dopo l'accusa infondata all'erbicida. Andiamo con ordine: davvero la pasta italiana è fatta con grano 100 per cento italiano? No. Il grano duro italiano copre solo il 70 per cento circa del totale della pasta prodotta: l'Italia importa dall'estero il 30-40 per cento della materia prima necessaria ai pastifici. Non è una novità né uno scandalo. Da sempre l'Italia non è autosufficiente per il grano duro. E c'è un dato tecnico rilevante: l'83 per cento della materia prima importata ha un contenuto proteico superiore al 13 per cento e viene pagata il 15 per cento circa in più rispetto al grano nazionale. Non è grano scadente importato per risparmiare: è grano comprato per migliorare la qualità tecnica dell'impasto e resistere meglio alle lavorazioni meccaniche. La situazione di autosufficienza sarebbe materialmente impossibile: se l'Italia usasse solo la produzione nazionale, troverebbe la pasta in vendita solo quattro mesi all'anno. Esistono marchi che garantiscono il 100 per cento di grano italiano. Ma quella "normale" che finisce negli scaffali di un supermercato medio non lo è. Dal punto di vista nutrizionale, poi, la distinzione non regge. Le proprietà salutistiche della pasta derivano dal grano duro in quanto tale, non dalla sua provenienza geografica.
Il prezzo del grano è basso e potenzialmente sotto i costi di produzione: denuncia legittima. Ma paragonarlo al prezzo al consumo della pasta o del pane come se la differenza fosse intascata da "trafficanti" ignora tutti i costi di trasformazione, confezionamento, logistica e distribuzione tra campo e scaffale. Costi di lavorazione che, tra l'altro, si aggiungono al prezzo finale di qualsiasi prodotto, sia esso industriale o artigianale.
Scivolare sull'olio
Terza fallacia: dopo il grano, l'olio. L'olio extravergine di oliva, pilastro della Dieta Mediterranea, è uno dei casi simbolo del Made in Italy sotto attacco, sostiene l'associazione agricola. E denuncia che nell'ultimo anno il prezzo del prodotto è crollato del 50 per cento, mentre i costi a carico dei produttori nazionali sono aumentati di oltre 200 euro a ettaro, secondo il Centro studi Divulga. "Per capire l'inganno", scrive Coldiretti, "basta guardare i numeri. I dati ufficiali della filiera mostrano infatti che l'Italia produce circa 234 milioni di litri di olio extra vergine d'oliva, cifra che peraltro potrebbe essere rivista ulteriormente al ribasso con controlli più stringenti, a fronte di consumi interni pari a 461 milioni di litri, un export di 318 milioni di litri e un import di ben 545 milioni di litri all'anno. I conti non tornano", sottolinea Coldiretti, "perché c'è chi trucca l'origine ingannando cittadini e agricoltori nascondendosi anche dietro l'ultima trasformazione sostanziale del codice doganale, che va cancellata per tutti gli alimenti".
Partiamo dall'ultima affermazione. Il codice doganale Ue stabilisce che un prodotto è "originario" del paese dove ha subito la sua ultima trasformazione sostanziale. Per le merci industriali ha senso, per il cibo crea un problema: l'origine deve seguire la materia prima agricola, non l'ultimo passaggio in stabilimento. Per l'olio extravergine al dettaglio, però, una norma settoriale più stringente già esiste: il Regolamento Ue 2022/2104 impone di indicare in etichetta sia il paese di raccolta delle olive sia quello di molitura. Il problema segnalato da Coldiretti riguarda semmai gli altri olii, i flussi commerciali B2B e tutti quegli alimenti — mozzarella, sughi, ortofrutta trasformata — per cui una protezione analoga non c'è.
Coldiretti cita poi 234 milioni di litri di produzione italiana, 461 di consumi interni, 318 di export e 545 di import, concludendo che "i conti non tornano". Prima nota. I numeri di produzione sono nell'ordine di grandezza giusto. Ma non sono aggiornati: secondo Ismea (l'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), la produzione 2024 è stata di 248 mila tonnellate, in calo del 24 per cento rispetto all'anno precedente. Coldiretti lavora probabilmente su dati di una campagna precedente. Ma il vero punto è un altro. L'Italia è secondo produttore mondiale, secondo esportatore e primo consumatore, con 8,2 litri a testa all'anno. Che importi più di quanto produca non vuol dire per forza che dietro ci sia una "frode". L'import copre sia i consumi sia la lavorazione/riesportazione. L'Italia acquista olio grezzo (soprattutto spagnolo, tunisino, greco), lo raffina o miscela, e lo esporta con marchio commerciale italiano. Tutto consentito dal Regolamento delegato europeo 2022/2104, secondo cui se il luogo di raccolta delle olive è diverso da quello di estrazione dell’olio, l'informazione deve essere indicata sugli imballaggi per non indurre in errore il consumatore e non confondere il mercato. In definitiva, sommando l'olio prodotto (248 tonnellate, non 234) e quello importato e confrontando questo risultato con la somma di olio evo consumato internamente ed esportato, i conti tornano eccome.
Il tutto avviene in un contesto nel quale ci si mette la natura stessa a stressare le colture. Il batterio killer della Xylella fastidiosa e i cambiamenti climatici "hanno bruciato quest’anno un potenziale pari al 30 per cento della produzione nazionale di olio crollata a circa 208 milioni di chili nella stagione 2022/2023 contro i 329 milioni di chili della stagione precedente", dice la stessa Coldiretti. Nel 2024 la siccità e il caldo record nelle principali regioni produttrici come Puglia e Sicilia hanno fatto crollare la produzione del 32 per cento rispetto all'anno precedente, attestandosi intorno alle 224 mila tonnellate.Ecco dunque che, anche qui come nel caso del grano, l'autosufficienza è una chimera. E l'import una necessità.
Messo in fila tutto, gli agricoltori in giallo spingono per "controlli a tappeto" per verificare il rispetto delle leggi sull'origine. Per "fermare i trafficanti speculatori" bisognerebbe rendere effettivo il divieto di vendita sotto il costo di produzione, e oltre al divieto di importazione del grano al glifosato si chiedono "subito 40 milioni per abbattere le spese dei produttori in contratti di filiera".
Nonostante la mobilitazione però, chi è in piazza è abbastanza scettico. "Un delegato è stato sentito dal ministero. Ma non abbiamo grandi speranze", dice al Foglio un agricoltore. "Il governo ci aiuta e non ci aiuta. Gli industriali comprano grano a basso prezzo e non sicuro, è una concorrenza sleale. E a soffrirne siamo sempre noi piccoli che facciamo tutto in sicurezza". L'unica stella polare, sempre lì fissa in cielo, è l'astio verso Bruxelles. "Questa Europa non ci piace. Soprattutto dopo il Mercosur".



