Le virtù italiane spiegate con le banche

L’operazione di Intesa Sanpaolo e Unipol su Mps e Mediobanca è la chiusura di un cerchio, offre un assist a Meloni e ci ricorda perché la forza del mercato, nella finanza, deriva anche dagli assist della politica

9 GIU 26
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Foto ANSA

Nel dibattito pubblico italiano, le banche tendono a finire al centro dell’attenzione politica più per quello che non vogliono fare che per quello che fanno. Si parla di banche, di solito, per i dividendi “eccessivi” che non restituirebbero al paese, per gli “extraprofitti” che si rifiuterebbero di condividere, per le partecipazioni “straniere” che influirebbero sul credito alle imprese. E la classe dirigente politica, dal canto suo, ha compiuto negli anni molti passi per descrivere il sistema bancario come un nemico da arginare con forza, per proteggere i propri elettori. La demonizzazione degli istituti di credito ha contribuito a creare attorno al mondo bancario un racconto distorto che ha reso difficile prendere atto di un fenomeno di segno opposto che riguarda il mondo della finanza italiana e che l’operazione lanciata ieri da Intesa Sanpaolo, insieme con Bper e Unipol, testimonia in modo significativo. Il sistema bancario italiano, a differenza di ciò che suggerisce la narrazione pubblica, non è il simbolo dei vizi del nostro paese, ma è al contrario il simbolo di una serie di virtù che negli anni abbiamo disimparato a raccontare. Un paese che ha banche solide è un paese che ha più carburante per competere.
Un paese che ha banche ambiziose è un paese che ha più forza per far crescere le imprese. Un paese che ha banche in salute è un paese che può beneficiare di una credibilità che altri paesi con banche meno in salute possono non avere. Accanto al racconto distorto delle banche descritte come nemico pubblico numero uno della politica, negli ultimi anni in Italia è andato in onda un altro cortocircuito interessante. Le banche hanno fatto notizia, nei numerosi episodi della serie tv più pazza del paese, House of risiko bancario, per gli intrecci delle molte operazioni lanciate negli ultimi anni con il mondo della politica. Ma nel racconto quotidiano è stato rimosso un aspetto dirompente che dovrebbe coincidere con un elemento di orgoglio quando si parla di banche. E il punto, come dimostra tutto ciò che ruota attorno all’operazione su Mps, è questo: salvo rare eccezioni, la politica, negli ultimi dieci anni, mentre demonizzava le banche, mentre provava anche a dare loro un indirizzo, ha dato un contributo significativo per aiutarle a diventare più grandi, più capitalizzate, più contendibili, più europee e dunque meno influenzabili dalla politica stessa.
E’ stata la politica, redimendosi dopo anni di saccheggio delle banche, a creare le condizioni per rimettere Mps in carreggiata. E stata la politica, negli anni, a spingere alcune banche piccole a diventare grandi e se non ci fosse stata la riforma delle popolari nel 2015, riforma che obbligò le popolari sopra gli otto miliardi a trasformarsi in Spa, oggi non ci sarebbe forse una banca come Bper, in grado di supportare Intesa Sanpaolo nell’operazione su Mps. E’ stata la politica, infine, che in questi mesi, a volte in modo goffo e altre volte in modo meno goffo, ha dato il là al riassetto del sistema bancario. E i ripetuti tentativi messi a terra dal ministero dell’Economia di creare un terzo polo, prima provando ad avvicinare Bpm a Mps, poi respingendo l’assalto di Unicredit a Bpm, quindi tifando per l’operazione di Mps su Mediobanca, infine non ostacolando il ritorno di Lovaglio alla guida di Mps, hanno smosso le acque e hanno costretto tutti i giganti italiani a muoversi dal blocco di partenza. Lo ha fatto prima Unicredit, muovendosi su Bpm ma venendo respinta.
Lo ha fatto ora Intesa Sanpaolo, con la sua offerta su Mps. La politica, anche quella di governo, in questi mesi si è divisa al suo interno. Non è un mistero che Palazzo Chigi avrebbe preferito vedere trionfare a Siena Francesco Gaetano Caltagirone. Non è un mistero che il ministro dell’Economia avrebbe preferito vedere Mps nelle braccia di Bpm, cosa che invece Palazzo Chigi non voleva. Quello che però ci consegnano questi ultimi dieci anni movimentati del risiko bancario è l’immagine di un paese, l’Italia, in cui la politica ha creato una serie di condizioni che hanno permesso alle banche di rafforzarsi al punto da essere, al momento del dunque, autonome dalle indicazioni della stessa politica. Il tempo ci dirà che direzione prenderà l’offerta pubblica di acquisto lanciata da Intesa Sanpaolo, con Unipol e Bper, su Mps, ma quello che sappiamo è che l’immagine del sistema bancario e assicurativo italiano merita di essere osservata come lo specchio più dei punti di forza che dei punti di debolezza del nostro paese. E se tutte le palle andranno in buca, l’Italia potrebbe avere nel giro di poco tempo un Mps finalmente risolto dentro il perimetro di Intesa Sanpaolo, una Generali più radicata in Italia, una Bper rafforzata dagli sportelli e dal marchio Mps, un’Intesa Sanpaolo campione europeo, un terzo polo di fatto che potrebbe diventare un secondo polo attorno all’asse Intesa-Bper-Mps, un quarto polo, Bpm, che dovrà interrogarsi su come accettare la sfida dei nuovi competitori, e Unicredit proiettata in Germania in attesa forse di tornare a qualche vecchio amore in Italia.
La politica, in questi anni, ha cercato di giocare la sua partita nel mondo della finanza, a volte in modo elegante a volte in modo goffo. E tra i paradossi dell’Italia oggi c’è anche questo. Un governo che non passerà alla storia per essere stato un amico delle banche ha dato un contributo per rafforzare il sistema bancario italiano. E un governo che non passerà alla storia per essere stato particolarmente incisivo nella sua politica industriale passerà alla storia per aver dato un contributo alla risoluzione di partite che per anni erano state come paludi. Tim, ora dentro una partita decisiva con Poste. Ita, sempre più dentro il perimetro di Lufthansa. Mps, presto forse dentro il perimetro di Intesa Sanpaolo, con Bper rafforzata dall’operazione. Mediobanca, presto forse abbracciata a Intesa Sanpaolo. E Generali, presto forse un po’ meno francese e un po’ più italiana. Non sempre tra mercato e politica gli assi sembrano essere allineati, specie in Italia. Nel caso di Mps e dell’offerta di Intesa Sanpaolo forse qualcuno si leccherà qualche ferita, magari al Mef, ma il risultato finale non è niente male per il paese: la politica dà idee, poi il mercato alla fine decide cosa fare. A volte lo fa dando soddisfazioni alla politica, altre volte no. Con un paradosso di fondo: la politica ha contribuito a creare un mercato così forte da averlo reso immune dagli stessi interventi della politica. Niente male questa Italia che improvvisamente scopre di essere, sulle banche, non il simbolo di un’anomalia europea ma il simbolo di un’eccellenza europea che l’Italia, come spesso accade, ha riconosciuto per ultima.