Economia
Un fisco per giovani •
Per il “diritto a restare” la Start tax è meglio dei bonus. Proposte per il centrosinistra
Non è un bonus a scadenza, ma una riforma dell’Irpef che ridisegna il prelievo lungo il ciclo di vita, e riguarda anche gli autonomi. Una misura per fermare la fuga dei cervelli e dare più scelta a chi resterebbe comunque
6 GIU 26

Foto di Marvin Meyer su Unsplash
C’è un modo rassicurante di parlare d’innovazione: pensare che basti adottare nuove tecnologie per risollevare la crescita. E ce n’è uno più scomodo: chiedersi chi le porterà nelle imprese, chi saprà usarle, chi farà in modo che producano benefici diffusi. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ci ha ricordato che le competenze sono alla base della capacità di un paese di innovare. E ci ha parlato di un circolo vizioso: un sistema produttivo poco innovativo genera poca domanda di lavoro qualificato e riduce gli incentivi dei giovani a investire in istruzione e a restare in Italia. A sua volta, la carenza di capitale umano rende più difficile adottare nuove tecnologie. Se ogni quattro anni 100 mila giovani laureati lasciano il paese, il meccanismo si avvita.
Come spezzare questo circolo vizioso? Come tornare a essere un paese per giovani? Le proposte non mancano, soprattutto nel centrosinistra. Non tutte, però, appaiono egualmente efficaci. Prendiamone tre: 1) la decontribuzione giovani; 2) il bonus di 200 euro proposto dal Pd per sancire il “diritto a restare”; 3) la Start tax, una riforma che rende l’Irpef progressiva anche per età.
La decontribuzione è un evergreen della politica italiana, e già da questo si capisce che non può aver prodotto granché. Vale solo per il lavoro dipendente, non incide sulle decisioni di medio periodo, e avvantaggia soprattutto i datori di lavoro. La proposta del Pd ha in parte gli stessi limiti. E’ un bonus che dura tre anni, creando un salto negativo nel reddito appena scompare, e di nuovo riguarda solo i dipendenti. Con un’aggravante: si rivolge solo a chi ha un contratto a tempo indeterminato. Come se gli altri non avessero bisogno di soldi per coltivare le proprie aspirazioni. Qualcuno obietterà che la misura vuole incentivare le assunzioni stabili, ma allora i soldi finiranno in tasca ai datori di lavoro. Una regola aurea della politica economica è che non puoi prendere due piccioni con una fava. O il bonus aiuta le imprese a offrire posti stabili, e allora non aumenta il reddito dei giovani. O il bonus va davvero nelle tasche dei giovani, e allora lasciare fuori precari e partite Iva è redistribuzione perversa: lascia scoperto chi ha più bisogno.
Resta la Start tax, che abbiamo lanciato l’anno scorso alla Leopolda e poi approfondito in un position paper di Europa 21 Secolo. Una proposta che ha già iniziato il suo percorso parlamentare, attraverso molti emendamenti di Iv-Casa riformista e anche un emendamento unitario del centrosinistra. Non è un bonus a scadenza, ma una riforma dell’Irpef che ridisegna il prelievo lungo il ciclo di vita, e riguarda anche gli autonomi. Il principio ha solide basi nella teoria economica, che suggerisce di tassare meno le fasi in cui l’offerta di lavoro è più elastica e i vincoli di liquidità sono più forti. Tradotto: a inizio carriera, quando la ricchezza accumulata è quasi nulla, ogni euro pesa di più sulla scelta di formarsi, mettersi in proprio, rischiare, restare. Non ha senso chiedere ai giovani di scommettere sul futuro e tassarli come se quel futuro l’avessero già in tasca. La versione più ambiziosa della Start tax rovescia la logica: per gli under 35 tre aliquote ridotte – 10, 20 e 30 per cento – senza toccare gli scaglioni esistenti. Un fisco ancora progressivo sul reddito, ma progressivo anche sull’età. E in busta paga si vedrebbe la differenza: circa 270 euro netti in più al mese per chi guadagna 25 mila euro l’anno, quasi 400 per chi ne guadagna 35 mila. Non solo per fermare la fuga dei cervelli, ma per dare più scelta a chi resterebbe comunque. La misura costerebbe intorno ai 10 miliardi di euro, che non sono noccioline ma impallidiscono di fronte alle risorse investite su altre priorità di politica economica. Il punto è proprio questo: se il reddito disponibile dei giovani e le loro aspirazioni diventano una priorità di politica economica oppure no.
E’ positivo che il centrosinistra converga sull’urgenza di tornare a essere un paese per giovani, anche con proposte diverse. Ma ora dovrebbe confrontarsi sugli strumenti migliori per farlo. Noi pensiamo che non basti un bonus che scade dopo tre anni, né una decontribuzione che rischia di finire nelle tasche dei datori di lavoro. Serve un fisco che scommetta su chi deve ancora cominciare. Serve il coraggio di una riforma strutturale. Serve una Start tax. Tutto il resto sono valigie già pronte.