Economia
L'analisi •
L’Ocse vede un mondo “sotto pressione” e l’Italia non fa eccezione. Parla Nobile (Oxford Economics)
Con la crescita del pil allo 0,5 per cento, l'inflazione al 3 e i salari reali ancora sotto il livello del 2021, il debito alto lascia poco spazio per reagire
4 GIU 26

Proprio quando l’economia italiana stava lentamente migliorando, le restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz e il conseguente choc energetico hanno di nuovo tagliato le prospettive di una ripartenza. Ma il trend, ovviamente, non si è limitato al nostro paese. Non a caso l’Ocse ha intitolato il suo Economic outlook pubblicato ieri “Under Pressure” – “Sotto Pressione” –, riflettendo il quadro generale di un’economia globale sotto pressione, dove la crescita rallenta e l’inflazione torna a salire. Il rapporto assegna all’Italia una crescita quasi ferma: 0,5 per cento nel 2026 e 0,6 per cento nel 2027.
Anche Oxford Economics vede una traiettoria molto vicina a quella indicata dall’Ocse, spiega al Foglio Nicola Nobile, capo economista per l’Italia: “Secondo il nostro scenario di base, il pil italiano dovrebbe crescere solo dello 0,4 per cento nel 2026 e dello 0,6 per cento nel 2027. A febbraio il quadro globale era ancora caratterizzato da una certa resilienza, ma le prospettive globali si sono deteriorate dopo le operazioni militari israelo-americane contro l’Iran e l’escalation oltre il Golfo Persico” argomenta l’economista.
Secondo l’Ocse infatti nel primo trimestre del 2026 il pil è salito dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente, grazie soprattutto a una crescita negli investimenti e una produzione in espansione nella transizione energetica e digitale, e nella farmaceutica. Anche le Olimpiadi di Milano-Cortina hanno dato temporaneamente una spinta ai servizi e all’export. Poi di nuovo uno choc, il cui “impatto economico è incerto e va quindi valutato per scenari” – ragiona Nobile. “Non dipenderà solo dalla durata del conflitto, ma anche dall’entità e dalla persistenza delle interruzioni alla produzione energetica e alla navigazione nello Stretto di Hormuz. Anche una tregua fragile potrebbe quindi non eliminare rapidamente gli effetti dello shock” commenta l’economista di Oxford Economics.
Ed è qui che l’Ocse individua una delle principali vulnerabilità italiane: la manifattura energivora e l’export pesano molto sulla produzione, ma l’Italia è più dipendente degli altri grandi paesi dell’area euro dai prodotti petroliferi raffinati e dal gas naturale che sarebbero regolarmente passati dallo Stretto di Hormuz. Quelle forniture, secondo il rapporto, valgono rispettivamente un quarto dei raffinati disponibili nel paese e l’11 per cento dell’offerta di gas naturale. L’inflazione, dato che il rincaro non si ferma ai distributori ma entra nei costi manifatturieri e delle imprese, complica il quadro: “Il rincaro dell’energia dovrebbe tenerla sopra il 3 per cento nei prossimi mesi, con effetti secondari su alimentari, beni e servizi. E questo ridurrà i redditi reali, peserà sulla fiducia delle famiglie e indebolirà i consumi, già penalizzati da salari reali – al netto dell’inflazione – che hanno sottoperformato rispetto ad altre economie dell’Eurozona”, dice l’esperto di Oxford Economics, mentre l’Ocse infatti ricorda che i salari reali erano già sotto il livello del 2021 prima ancora di questo nuovo aumento dei prezzi.
Cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno, Nobile spiega che “lo scenario di base non prevede una crisi del mercato obbligazionario, perché il percorso di consolidamento fiscale del governo è ancora considerato credibile. Tuttavia – avverte l’economista – l’elevato debito pubblico limita lo spazio per misure di sostegno su larga scala”. Poi aggiunge: “In uno scenario avverso, con un conflitto più lungo o blocchi persistenti a Hormuz, l’Italia flirterebbe con la recessione, l’inflazione sarebbe più elevata e vi sarebbero maggiori tensioni sulla politica di bilancio. Questo sempre in un contesto di crescita potenziale strutturalmente debole” conclude Nobile, proprio con quella che forse è l’eredità più scomoda del rapporto: lo choc prima o poi passerà, la debolezza di fondo rischia di rimanere con noi a lungo.
Infine, il sostegno pubblico che ha fatto da cuscinetto, aiutando la nostra economia solo temporaneamente e parzialmente, non può sostituire la crescita. L’Ocse segnala che l’attuazione del Pnrr ha spinto gli investimenti pubblici sopra il 3,8 per cento del pil, il livello più alto da 35 anni, ma quanta crescita l’economia italiana sarà capace di produrre senza una leva pubblica così forte? Una via d’uscita l’Ocse la indica: proseguire il risanamento dei conti insieme a riforme che alzino produttività e occupazione, tenere gli aiuti sull’energia temporanei e mirati, e snellire pianificazione e autorizzazioni per accelerare gli investimenti in produzione e reti rinnovabili.