Economia
Editoriali •
La Cina resta in Cdp reti. Perché far uscire la State Grid dalle reti italiane non è più facilissimo
Il patto tra Cdp e State Grid su Cdp Reti si rinnova automaticamente. La società cinese conserva il 35 per cento della holding che ha partecipazioni in Terna, Snam e Italgas. Il centrodestra promette distacco da Pechino, ma sulle reti il problema resta
4 GIU 26

Dario Scannapieco, ad Cassa Depositi e Prestiti (foto Ansa)
Se usassimo il linguaggio da social caro al centrodestra italiano dovremmo dire: e anche oggi l’uscita della Cina dalle reti italiane la rimandiamo a domani. Perché Cassa depositi e prestiti e il colosso cinese State Grid Corporation of China hanno di fatto rinnovato (automaticamente) il loro patto di governance in Cdp Reti, la holding che detiene quote rilevanti nei principali operatori italiani di reti energetiche: Terna, Snam e Italgas. Il patto era in scadenza a fine novembre, ma nessuna delle due parti ha esercitato l’opzione di recesso entro i sei mesi precedenti, cioè entro fine maggio, come ha rivelato Reuters. Nel 2014, Cdp aveva ceduto a State Grid il 35 per cento di Cdp Reti, che oggi controlla il 31,4 per cento di Snam, il 29 di Terna e circa il 26 per cento di Italgas. La leadership di Pechino (State Grid è di proprietà dello stato) resta dentro le infrastrutture energetiche italiane, così come il rappresentante del gruppo statale cinese, Qinjing Shen, che siede nei cda di tutte e tre le società oltre che in quello di Cdp.
E’ un tema complicato e sensibile per Palazzo Chigi, e le preoccupazioni erano emerse già a novembre dello scorso anno, quando Snam fu costretta ad abbandonare l’acquisizione di una quota in Open Grid Europe, il principale operatore indipendente di rete del gas in Germania, anche a causa delle perplessità di Berlino sulla presenza indiretta di State Grid in Snam. Negli anni i poteri di State Grid su Cdp Reti sono stati limitati, ma il governo italiano non può imporre il Golden power perché non applicabile al caso. E dunque il problema resta, ma non è isolato: se di recente i tentativi cinesi di acquisire quote in operatori di rete in Spagna, Germania e Regno Unito sono stati bloccati dai rispettivi governi per ragioni di sicurezza nazionale, in altri paesi come Portogallo, Grecia, Lussemburgo e Malta ora si fanno i conti, come in Italia, con un periodo di grande apertura agli investimenti cinesi che ora rischiano di essere un problema.