Torino è divisa sulla riconversione industriale verso la Difesa

E’ possibile che le Pmi dell’area torinese invece di chiudere i battenti riconvertano le loro produzioni per servire da fornitori l’industria della Difesa e dello Spazio? Landini e l’arcivescovo Repole sono contrari, ma c'è chi vede un'opportunità di sviluppo

3 GIU 26
Immagine di Torino è divisa sulla riconversione industriale verso la Difesa

Foto ANSA

Il giudizio di politica industriale più ultimativo lo si deve a Maurizio Landini in occasione dell’ultima sua visita di pochi giorni fa a Torino: “E’ una coglionata”. Il riferimento del leader della Cgil è “all’idea che attraverso l’investimento nei settori della Difesa e delle armi si possa sostituire la crisi di altri settori”. E’ da settimane ormai che nella città della ex Fiat si è aperto un acceso e interessante dibattito sul futuro della manifattura della città, dibattito che non poteva che avere sullo sfondo la crisi del settore auto, le scelte contraddittorie di Stellantis e i riflessi sul mondo della componentistica subalpina. Ma la novità è quella che si cela dietro la parola riconversione. E’ possibile che le Pmi dell’area torinese invece di chiudere i battenti riconvertano le loro produzioni per servire da fornitori l’industria della Difesa e dello Spazio? Le risposte di natura più squisitamente industriale non sono così facili, innanzitutto perché si tratta di mercati la cui struttura è molto differente. L’automotive produce ampi volumi con margini bassi mentre la Difesa e l’aerospazio richiedono volumi limitati, certificazioni rigidissime e tempi lunghi. Di recente la società di consulenza Ernst & Young ha realizzato una mappa della possibile riconversione analizzando un campione di 100 aziende, localizzate per il 70 per cento tra Piemonte e Lombardia e composto al 78 per cento da medie/grandi imprese. La conclusione alla quale si arriva è che va trovata “una via italiana” alla diversificazione auto verso la Difesa che coinvolga filiere e distretti. “Noi non abbiamo una Volkswagen, una Gm o una Ford che con la loro decisione di investire sulle nuove produzioni di per sé assicurano il successo del progetto” dice lo studio.
Insomma la direzione è giusta ma va governata per poter pensare di ricavarne un successo se non per tutte, anche solo per un consistente drappello di Pmi. Le più evolute e capaci di intercettare il cambiamento. Però, per quanto sia complesso il percorso verso la riconversione, il dibattito che ha preso piede a Torino è più di carattere etico che di politica industriale. La posizione di Landini non stupisce: è la seconda volta che la Cgil assume un orientamento che va in contrasto con gli interessi immediati di occupazione e lavoro stabile dei suoi iscritti. La prima è stata con il caso Teva: quando le strutture di base della confederazione hanno boicottato i prodotti farmaceutici della multinazionale israeliana salvo poi, di fronte ai rischi di chiusura di uno stabilimento e ridimensionamento delle produzioni, chiamare allo sciopero e alla solidarietà delle istituzioni. La seconda riguarda proprio l’indotto auto torinese. Con il mantra “la tecnologia non è neutra” Landini si oppone a una riconversione che, per quanto difficile, consentirebbe di salvare imprese e lavoro in un’area che lamenta – nelle quotidiane dichiarazioni delle sue voci più ascoltate – un processo di deindustrializzazione.
A onor di cronaca è vero però che nella società torinese la posizione della Cgil non è isolata. Anzi. A prendere posizione in maniera netta contro la riconversione verso l’industria della Difesa è stato a fine aprile addirittura l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole. Con una lettera pubblicata in occasione del Primo Maggio il cardinale aveva lanciato quello che i giornali locali avevano definito “un monito”: Torino non sia la città delle armi. “Dobbiamo riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”, si era chiesto l’arcivescovo. E aveva però aggiunto: sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciate sacche di disoccupazione da risolvere e nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro “perché sono l’anello più debole della catena”. Le parole di Repole avevano trovato ampia eco dentro il Movimento 5 Stelle. Il capogruppo in Comune, Andrea Russi, aveva espresso un plauso e dichiarato che la scelta di riconvertire verso la Difesa “non è neutra, è profondamente politica, definisce il modello di città e di società che si intende costruire”. A parziale completamento del quadro delle reazioni in città, e senza stabilire nessun nesso causa-effetto, bisogna pur ricordare come un gruppo di militanti del circolo Askatasuna, che conserva una certa influenza negli ambienti accademici, avessero fatto saltare con un blitz i cancelli dello stabilimento torinese del gruppo Leonardo.
La sortita del cardinale già a maggio non aveva fatto molto piacere al sindaco Stefano Lo Russo e ai vertici dell’Unione industriali alle prese con la definizione di un percorso di riconversione, magari centrato sul cosiddetto dual use, civile e militare, delle produzioni. Lo Russo, riconosciuto che “la bussola etica della Chiesa è preziosa”, aveva sostenuto che fosse giusto interrogarsi in chiave etica ma ribadito anche che “spetta alle istituzioni democratiche l’onere e la responsabilità di governare i processi produttivi ed economici del territorio”. E la sua posizione ha trovato il sostanziale consenso del Pd torinese, storicamente molto legato al futuro di alcuni simboli della città come Mirafiori e quindi molto preoccupato per le scelte di Stellantis. Ancora più argomentata era stata poi la risposta del presidente degli industriali, Marco Gay, che aveva fatto sua la tesi che la Difesa è una necessità geopolitica delle democrazie occidentali e non una moda di qualche bellicista incallito. Che l’innovazione tecnologica di Difesa e aerospazio ha sempre avuto ricadute positive sulle produzioni dei comparti civili. E infine, con un pragmatismo industriale di stampo subalpino, aveva aggiunto come fosse sbagliato “colpevolizzare” le aziende che si interrogano sulla riconversione e produrre anche a Torino i sistemi di difesa fosse una necessità “perché l’alternativa è comprare dai paesi terzi”. Con la sortita di Landini il dibattito riparte, del resto non se ne discute solo a Torino ma anche negli altri distretti dell’automotive. A Reggio Emilia, città del leader Cgil, ad esempio se ne parlerà a metà giugno in un convegno confindustriale. E, intanto, gli altri sindacati condividono o no le analisi tranchant di Landini? Per Ferdinando Uliano, numero uno della Fim-Cisl nazionale, la riconversione non è certo risolutiva delle questioni industriali aperte a Torino e altrove e “la domanda militare ha degli alti e bassi legati alle decisioni dei governi”, ma “non siamo mai stati contrari di principio, se vengono fuori delle opportunità di sviluppo e occupazione non ci tiriamo certo indietro”.