Solo ora Piazza Affari ha superato i livelli del 2000

L'indice Ftse Mib torna sopra quota 50 mila punti grazie a banche, spread e ottimismo dei mercati mondiali. Ma il record è il sintomo finanziario di un’economia che ristagna: nel frattempo il resto d'Europa (per non parlare di Wall Street) ha accumulato un vantaggio molto più ampio

3 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 07:32 | 4 GIU 26
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Il dito di Cattelan a Piazza Affari (foto Ansa)

È stata una lunga attesa. Ventisei anni per rivedere Piazza Affari sopra il vecchio tetto della bolla internet: ieri il Ftse Mib ha superato quota 50.500 punti, oltre i 50.100 del Mib30 del marzo 2000. Sembra un record, e lo è. Ma è un record amaro: il listino milanese ha impiegato ventisei anni per tornare al punto da cui era partito, sintomo finanziario di una nazione in cui la crescita economica ristagna da trent’anni.
La salita della Borsa italiana nasce in parte dal buon andamento dei mercati mondiali. Wall Street, guida per tutte le altre piazze, macina nuovi massimi, la crescita degli utili delle aziende statunitensi è la più rapida di sempre, l’intelligenza artificiale sostiene tecnologia, semiconduttori e aspettative di ulteriore espansione dell'economia. A questo si è aggiunto un certo ottimismo sulla ricomposizione del conflitto nel Golfo. Insomma, quando la marea si alza, finisce per sollevare anche le barche rimaste più a lungo incagliate. 
C'è poi una ragione specifica che riguarda la composizione del principale listino milanese. Il Ftse Mib è un indice con in pancia soprattutto titoli del comparto bancario, assicurativo ed energetico. Tre settori che hanno tratto giovamento dalle dinamiche economiche degli ultimi anni. Gli istituti di credito hanno beneficiato dei tassi alti decisi dalla Bce a partire dal 2022, e anche assicurazioni e società finanziarie hanno trovato un mondo più favorevole rispetto agli anni dei tassi a zero. I campioni energetici, poi, sono stati favoriti dal rialzo delle quotazioni di gas e petrolio partito con l’invasione russa dell’Ucraina e rinfocolato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Anche la politica ha avuto il suo peso nel recupero della Borsa. Il governo Meloni, al netto della retorica sovranista, ha seguito sui conti pubblici una linea più prudente di quanto temuto da molti investitori. E, assicurando stabilità politica, ha tolto dal tavolo una parte di ciò che i mercati temono maggiormente: l'incertezza. Queste positività si sono riflesse sullo spread Btp-Bund che si mantiene sotto gli 80 punti base. Un valore capace di ridurre il premio per il rischio Italia, sostenere il valore dei titoli di stato nei portafogli delle banche, abbassare la pressione sulle società più indebitate e rendere più stabile il quadro per i gestori di servizi essenziali e assicurazioni (di cui, come dicevamo, il listino milanese è colmo).
Il confronto con il 2000 serve anche a vedere come è cambiata la composizione dell’economia italiana, almeno nella sua parte quotata. Allora Piazza Affari era dominata da telecomunicazioni, internet, holding finanziarie, banche ancora molto territoriali e vecchi gruppi industriali. Telecom Italia era il cuore del listino, Seat Pagine Gialle sembrava una macchina da utili proiettata nella nuova economia, c’erano i computer di Olivetti e le banche misuravano la propria forza anche sul numero di filiali. Oggi il Ftse Mib racconta un’altra Italia: banche più grandi e capitalizzate, assicurazioni, servizi essenziali, difesa, infrastrutture e industria specializzata. Non è cambiato soltanto il nome dell’indice, da Mib30 a Ftse Mib. È cambiata la geografia del capitalismo italiano quotato: più regolato, più concentrato, più legato a settori protetti o semi-protetti, con pochi campioni industriali globali e molte società che vivono all’incrocio tra mercato, Stato e concessioni.
Fin qui le note (abbastanza) positive. Ma il nuovo massimo non cancella il fatto che, dal 2000 a oggi, Piazza Affari abbia prodotto una crescita sostanzialmente pari a zero. Il confronto con gli altri mercati rende il quadro ancora più chiaro. Nello stesso periodo e sempre escludendo inflazione e dividendi, l’S&P 500, il principale indice statunitense, è salito di circa il 450 per cento, il Dow Jones di oltre il 400 per cento, il Nasdaq, ricco di aziende tecnologiche, di quasi il 600 per cento. In Europa il Dax tedesco è cresciuto di oltre il 240 per cento, il Cac 40 francese del 40 per cento. Anche la Spagna, che non è nel G7, ha visto il suo Ibex raddoppiare. Il Giappone, per decenni considerato simbolo di un mercato finanziario stagnante (dopo l'euforia sperimentata negli anni Ottanta), ha portato il Nikkei da area 17 mila a oltre 68 mila punti, con una crescita superiore al 260 per cento.
Il peso relativo di Piazza Affari, poi, è molto diminuito. Nel 2000 la Borsa italiana valeva circa il 2,5 per cento della capitalizzazione azionaria globale; oggi è attorno allo 0,8 per cento. Perché mentre le quotazioni nazionali recuperavano con lentezza il terreno perduto, i mercati globali si sono moltiplicati, spinti soprattutto dai grandi gruppi tecnologici che da noi mancano. Per capire le proporzioni in gioco basta un dato: Nvidia, il gigante americano dei chip, vale da sola quasi cinque volte tutte le società del Ftse Mib messe insieme.
Insomma, Piazza Affari è tornata ai livelli che aveva quando a Palazzo Chigi c’era Massimo D’Alema, il Tesoro era guidato da Giuliano Amato, si ragionava ancora in lire e Telecom era un colosso europeo. Nel frattempo, però, il mondo finanziario è cambiato e le Borse concorrenti hanno corso molto di più.