Nel racconto interminabile delle onnipresenti catastrofi economiche del nostro paese, vi sono alcune verità importanti che con una certa timidezza si stanno lentamente affacciando nella nostra quotidianità. La verità più controintuitiva che riguarda l’Italia e che merita di essere riportata con un certo interesse ha a che fare con un falso mito che ormai ci siamo abituati a considerare come una stella fissa della narrazione italiana. Tutto va male, la crescita è un disastro, il debito pubblico è fuori controllo, i salari sono bassi, la produttività è bassa e l’Italia, dice il catastrofista collettivo, è un paese dove si vive male, dove il benessere è limitato, dove l’unica scelta razionale di un genitore è quella di mettere nelle mani dei propri figli, per chi può permetterselo, un biglietto di sola andata per andare a studiare all’estero e fare fortuna per abbandonare un paese destinato al collasso. Le difficoltà dell’Italia ci sono, sono difficoltà storiche che non dipendono da un governo o da un altro.
Eppure, al netto delle difficoltà che conosciamo, da tempo esistono alcuni indicatori che riguardano il nostro paese che segnalano altre verità di segno perfettamente opposto a quelle catastrofiste che abbiamo disimparato a riconoscere come reali. Ogni volta che arriva un report negativo dell’Istat, dell’Eurostat, dell’Unione europea, del Fondo monetario, di Bankitalia, di Confindustria sul nostro paese, capita spesso che i dati negativi siano accompagnati da altri dati sorprendenti non facilmente spiegabili. L’Istat, nel rapporto diffuso una settimana fa, per dirne una, mentre segnalava le difficoltà economiche dell’Italia, ha ricordato, tra le altre cose, che nel 2025 i consumi finali delle famiglie sono aumentati dell’uno per cento, che le persone per nulla o poco soddisfatte della propria vita sono passate dal 18,6 per cento del 2014 al 12,3 per cento del 2024, che nel 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane è aumentata a prezzi correnti del 2,8 per cento rispetto al 2023, che nel terzo trimestre 2025 il potere d’acquisto è cresciuto dell’1,8 per cento. Sempre secondo l’Istat, nel 2025 il ceto medio è il 61,2 per cento dei residenti, in lieve crescita rispetto al 59,8 del 2015. Nello stesso periodo scende un po’ la quota a rischio povertà, dal 19,9 al 18,6 per cento.
L’economia, lo sappiamo, a volte è fatta di paradossi non spiegabili, di numeri oscuri che a volte si contraddicono. Ma nell’apparente contraddizione offerta dai dati appena elencati, e da molti altri, in questa fotografia timida ma reale di un benessere sotterraneo così disallineato dal racconto generale da essere rimosso, esiste una spiegazione che riguarda alcuni falsi miti dell’economia italiana. Il primo falso mito lo ha raccontato, in un piccolo paragrafo, l’Istat, ed è un falso mito direttamente collegato a due problemi del nostro paese: la crescita e la demografia. Sappiamo che l’Italia ha un problema di crescita generale, è una delle più basse dell’Unione europea, e sappiamo che l’Italia ha un grave problema demografico, con una delle crisi di nascite più importanti dell’Europa.
Ma in economia i paradossi sono all’ordine del giorno e la verità, accennata dall’Istat nel suo ultimo rapporto, è che gli effetti della crescita bassa sono temperati dalla crisi demografica. Per quanto la crescita della torta possa essere piccola di anno in anno, se crescono ancora meno i commensali la porzione di torta che arriverà a ciascuno di noi sarà ogni anno un pochino più grande. L’Istat, in un paragrafo, segnala che tra il 2022 e il 2025 l’Italia cresce poco come pil totale, ma il differenziale con la Spagna si riduce guardando al pil pro capite. Tra il 2022 e il 2025, la crescita del pil pro capite italiano è stata del 2,3 per cento, superiore a quella della Francia (più 1,7 per cento), a quella della Germania (meno 0,8 per cento) e superiore anche alla media dell’Unione europea (più 2,1 per cento), anche se inferiore a quella della Spagna (più 5,6 per cento). Il Fondo monetario, pochi giorni fa, ha diffuso una tabella che indica una verità ancora più interessante. Se si guarda il pil reale pro capite, l’Italia non è il malato d’Europa. Nel decennio 2018-2027, secondo la tabella Fmi, il pil reale pro capite italiano cresce in media dell’1,1 per cento annuo: poco, ma più di Francia (0,7), Germania (0,3) e Spagna (0,9). L’area euro fa +1,0 per cento. Il dato sorprende perché ribalta il racconto abituale: l’Italia resta fragile su produttività, salari e demografia, ma sul pil pro capite del decennio, tra i grandi d’Europa, è il paese che se la passa meglio.
Stesso spunto offerto in un inciso venerdì scorso dal governatore di Banca d’Italia, Fabio Panetta, che ha offerto il seguente dato: “Dal 2019 l’economia italiana ha mostrato una significativa capacità di tenuta. Nonostante la pandemia e lo shock energetico del 2022, il pil è cresciuto di oltre il 6 per cento: un risultato in linea con la media dell’area dell’euro in termini aggregati, ma superiore su base pro capite”. Il pil pro capite racconta insieme una virtù (un benessere che sfugge agli osservatori) e un vizio (il benessere cresce anche a causa di una demografia che non funziona) del nostro paese, ma è un dato che mostra un paese che spesso ci rifiutiamo di vedere anche quando c’è. Un paese che vive di falsi miti, intrappolato in un racconto autodemonizzante, e che per questo non tiene conto di una serie di altri elementi emersi in questi giorni da vari rapporti, che denotano non virtù forse ma capacità di adattamento.
Istat, Fondo monetario, Confindustria e, come detto, la Banca d’Italia hanno ricordato che bisogna fare attenzione quando si dice in modo generico che l’Italia è un disastro sulla produttività. Nel 2023, per dire, le imprese italiane con 20-49 addetti hanno prodotto 64,7 mila euro di valore aggiunto per addetto, quelle con 50-249 addetti 76,9 mila e le grandi 84,2 mila. In Europa le grandi imprese, cioè quelle con almeno 250 addetti, producono in media circa 85 mila euro per addetto. Dunque le grandi imprese italiane sono sostanzialmente allineate alla media europea: il problema italiano non è il privato che non funziona, ma il fatto che troppe imprese restano troppo piccole. Un problema simile, di vulnerabilità annunciate e di resilienza ottenuta, riguarda un altro ambito importante del tessuto produttivo italiano. Quando Donald Trump, un anno fa, ha minacciato il mondo con la sua guerra commerciale, fatta di protezionismo, dazi e kiss my ass, si è scelto di dedicare grande attenzione, comprensibilmente, ai disastri inevitabili che i dazi trumpiani avrebbero avuto sulla nostra industria.
La stessa industria, per essere aiutata, ha enfatizzato la minaccia dei dazi trumpiani, più un settore è sotto attacco e maggiori sostegni può ottenere, ma ha mancato di valorizzare un altro dato che fa parte di una contronarrazione del paese che meriterebbe di finire in prima pagina come sono finite in prima pagina le previsioni sugli impatti disastrosi che avrebbero avuto i dazi. Nel 2025, nonostante le restrizioni americane, l’Italia ha registrato un surplus commerciale di 50,7 miliardi, le esportazioni di beni sono cresciute del 3,3 per cento, le importazioni del 3,1 e l’impatto sul pil (dati Ey) è stato pari allo 0,1 per cento (nell’estate 2025, Confindustria parlava di 20 miliardi di export a rischio e 118 mila posti di lavoro potenzialmente colpiti con dazi al 10 per cento).
Il mito dell’Italia al collasso, come è evidente, prevale sul mito dell’Italia che resiste, e che cresce e che esporta e che si difende nonostante mille problemi e mille occasioni mancate. Una parte della resistenza del paese dipende anche da questo rapporto tra torta e commensali, come detto, e questo rapporto dipende in buona parte dalla crisi demografica. Ma anche sul tema demografico c’è un pezzo di storia che viene sistematicamente ignorato. La crisi della natalità è un fatto (nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, minimo storico italiano, nel 2024 era 1,18, la media Ue nel 2024 era 1,34 figli per donna). Ma la crisi demografica è meno drammatica rispetto al racconto quotidiano. E la ragione per cui l’Italia ha trovato un suo equilibrio è anche qui controintuitiva: negli anni del governo delle destre teoricamente xenofobe, il numero di immigrati arrivati ha attenuato progressivamente la crisi della natalità. Nel 2022 il saldo naturale è sceso a circa -320 mila, tra nati e morti, mentre il saldo migratorio è stato tra +229 mila e +261 mila. Nel 2023 il saldo naturale è stato circa -291 mila mentre il saldo migratorio è stato +274 mila. Nel 2024 nascite e morti hanno prodotto un saldo naturale di -281 mila, contro un saldo migratorio di +244 mila. Nel 2025 la compensazione diventa quasi perfetta: 355 mila nati, 652 mila morti, saldo naturale -296 mila e saldo migratorio +296 mila. L
’Italia vive di tamponi, di soluzioni a breve termine, ma nell’Italia dove tutto andrà sicuramente male, nel futuro, c’è qualcosa che va meglio del previsto, eppure, come tutte le buone notizie, perché sappiamo che una notizia è solo una cattiva notizia, quel qualcosa fatica a trovare posto sulle prime pagine dei giornali. Imparare a non ingigantire i punti di debolezza e a non vergognarsi dei punti di forza non è un modo per sfuggire alla realtà: è semplicemente un modo come un altro per provare definitivamente a riappropriarsene un po’.