Economia
L’occasione persa •
Sul Pnrr il vero spreco è stato non discutere i limiti della spesa pubblica
I numeri del piano mostrano obiettivi centrati e una Pa più reattiva del previsto, ma il dibattito sul suo impatto rivela un nodo irrisolto: la spesa pubblica non garantisce crescita duratura in un paese poco incline a innovazione e competizione
30 MAG 26

Foto LaPresse
Alla data odierna, dei 194,4 miliardi attribuiti all’Italia nell’ambito del programma Next Generation Eu ne sono stati incassati 166. Di questi ne risultano spesi 120 (cui andrebbero aggiunti 24 miliardi di strumenti finanziari)
Tutti i 416 target previsti sarebbero stati raggiunti e dei 660 mila progetti finanziati solo il 15 per cento circa non sarebbe stato ultimato pur essendo in stato avanzato di realizzazione. Questi i dati ufficiali, così come ricordati recentemente dal ministro competente. In buona sostanza, chiamato ad uno sforzo certamente eccezionale, il sistema paese avrebbe retto. E in questo sforzo vi sono molti motivi per pensare che la pubblica amministrazione sia cresciuta. Adeguandosi ad un mondo che sostituiva alla logica della semplice rendicontazione quella del raggiungimento di precisi obbiettivi. Abituandosi a convivere con scadenze stringenti.
E’ un risultato che non era affatto scontato, conseguito anche attraverso le numerose “revisioni” che hanno caratterizzato gli ultimi anni e che hanno testimoniato anch’esse una inattesa capacità di reazione da parte delle pubbliche amministrazioni. Revisioni che hanno riportato qui e là in carreggiata un convoglio che, essendo stato mal progettato (o forse non progettato affatto) dall’inizio minacciava qui o là di fuoriuscire dai binari. Se un limite si può intravedere nelle “revisioni” è che ad esse si sarebbe dovuto fare ricorso prima e cioè fin dal governo che aveva preso il posto di quello che non aveva avuto altro obiettivo se non quello di “portare a casa i soldi”.
Perché allora questa ondata di lamentele e recriminazioni? Certo, l’avvicinarsi della scadenza elettorale non è estranea alle accuse al governo in carica di aver male utilizzato i fondi disponibili e alle prevedibili contro-accuse ai governi che lo hanno preceduto. Ma c’è di più. C’è, per una parte importante dell’opinione pubblica italiana, una vera e propria perdita dell’innocenza: la spesa pubblica – soprattutto se a debito – non è necessariamente una fonte di crescita. Può forse esserlo in misura limitata nel breve periodo ma ci sono molti motivi ormai per pensare che possa non esserlo affatto nel lungo periodo. E cioè nella dimensione temporale che, dal punto di vista del paese, è certamente quella più rilevante. Da qui – a proposito del più che deludente impatto macroeconomico del Pnrr – l’affannoso arrampicarsi sugli specchi in cui molti (ivi inclusa la stampa internazionale) si sono esercitati in questi giorni.
Se anche fosse andato tutto per il verso giusto, non è affatto detto che il risultato macroeconomico sarebbe stato quello preconizzato dai true believers della spesa pubblica e delle riforme. Queste ultime sono certamente necessarie ma altrettanto certamente non sufficienti. Funzionano se poggiano su una cultura diffusa predisposta al cambiamento, disponibile al rischio, rivolta all’innovazione, aperta alla competizione. E sono ormai oltre sessant’anni che la cultura prevalente nel paese va nella direzione opposta. E per chi la vede diversamente il mondo è grande.
Il Pnrr non è stato un’occasione persa. Una occasione persa è stato il dibattito sull’impatto del Pnrr: sarebbe stata una occasione importante per discutere dei limiti della politica economica. Per riconoscere la spesso evidente incapacità delle politiche di bilancio di mutare permanentemente le prospettive di crescita di una collettività. Mettere in discussione un dogma – o ritenuto tale fin dagli anni Sessanta – era troppo per il paese: radicate certezze sarebbero state minate, le coscienze sarebbero state scosse. Meglio far finta di nulla e parlare di politica.