Sui divani di stato Natuzzi vincono i nazionalizzatori bipartisan: Urso e il Pd

Il ministro e la principale forza del campo largo si scontrano sulla crisi dell'azienda ma arrivano alla stessa ricetta: cassa integrazione, tavolo permanente e nazionalizzazione tramite Invitalia nel capitale. Così i divani si aggiungono alle fallimentari esperienze degli autobus di stato e dell’acciaio di stato (Ilva)

29 MAG 26
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Elly Schlein al presidio dei lavoratori Natuzzi all'esterno dello stabilimento principale di Santeramo in Colle (Bari) dove è in corso da giorni un presidio di protesta, 30 aprile 2026.

Criticare il ministro Adolfo Urso per la sua fallimentare politica industriale e per la sua gestione di vari dossier è tanto doveroso quanto facile. Ma attaccarlo con gli argomenti sbagliati per chiedergli di fare esattamente ciò che erroneamente sta cercando di fare, è una cosa che può fare solo il Pd. Il caso è quello della vertenza Natuzzi, la nota azienda di divani perno della filiera del mobile dell’Alta Murgia che è in crisi da lungo tempo. “Vent’anni di ricorso agli ammortizzatori sociali a carico dello Stato rappresentano un’anomalia”, ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, che però sta adottando esattamente la strategia della Cassa integrazione perenne per la vicina Ilva a Taranto. 
In ogni caso, il punto di vista di Urso pare ragionevole. “La crisi Natuzzi andava affrontata prima, con responsabilità e una reale prospettiva industriale”, ha detto al termine del “tavolo permanente” insediato al Mimit invocando “un vero piano industriale, sostenibile e orientato allo sviluppo dell’azienda e alla tutela dei lavoratori”. Perfetto. Niente più assistenza artificiale da parte dello Stato, come facevano i governi del Pd, ma una soluzione di mercato che affronti il problema alla radice. Di che si tratta? Della nazionalizzazione di Natuzzi attraverso Invitalia, che sta già svolgendo una “due diligence”. Insomma, il nuovo metodo è identico all’antico: cassa integrazione, tavolo permanente al Mimit, area di crisi complessa, piano di rilancio industriale, ingresso di Invitalia nel capitale. Uno spartito già visto all’opera in tante altre crisi industriali con risultati scadenti, dall’Ilva-ArcelorMittal-Acciaierie d’Italia a Taranto fino all’Irisbus-Industria Italiana Autobus-Menarini a Flumeri. Cambiano i nomi delle aziende, ma non il risultato: cassa integrazione a oltranza.
Il piano dello “Stato stratega” peraltro piace anche alla regione Puglia, governata dal Pd, entusiasta per il potenziale ingresso di Invitalia: “ Si tratta di una notizia molto positiva e di un passaggio che può realmente aprire una prospettiva nuova per Natuzzi e per i lavoratori coinvolti”, ha detto l’assessore regionale al Lavoro fedelissimo di Antonio Decaro. Ma contro il ministro si è scagliato Ubaldo Pagano del Pd, pretoriano di Michele Emiliano, che ha lasciato il Parlamento per marcare il territorio in Consiglio regionale. Pagano, che appena un anno fa elogiava Urso per l’intenzione di fare entrare lo Stato nell’Ilva, ora lo attacca sulla vertenza Natuzzi dicendo che “non sa di essere ministro” perché “dalla fine di Decontribuzione Sud, fino al pasticciaccio di Transizione 5.0, le decisioni di Urso hanno provocato soltanto guai al sistema industriale del paese”. E pertanto Pagano propone la sua soluzione alternativa per Natuzzi: “La strada che porta a Invitalia è l’unica percorribile per sanare la crisi”. Che poi è esattamente la soluzione proposta da Urso, condivisa dalle regioni e dai sindacati, ovvero quella di sempre. I divani di Stato, da aggiungere alle fallimentari esperienze degli autobus di Stato e dell’acciaio di Stato, che hanno prodotto la cassa integrazione perpetua, che tutti criticano ma su cui tutti sono d’accordo.