La gara di Urso per l’Ilva è una staffetta infinita verso il nulla

La scadenza del bando sembra non finire mai perché, come ha spiegato più volte il ministro, “in qualsiasi momento chiunque può inserirsi nella gara con offerte migliorative”. Fino a quando? In teoria fino ad aprile scorso, quando la procedura di vendita si sarebbe dovuta concludere. Salvo poi, a inizio maggio, annunciare nuovi candidati
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Foto Ansa

Taranto. Il bando di vendita Ilva non è una gara, è una staffetta: entra uno ed esce l’altro. Con una scadenza che non finisce mai. Come ha spiegato più volte il ministro Adolfo Urso “in qualsiasi momento chiunque può inserirsi nella gara con offerte migliorative”. Fino a quando? In teoria fino ad aprile scorso, scadenza entro cui, sempre secondo il ministro delle Imprese, la procedura di vendita si sarebbe dovuta concludere. Salvo poi, ai primi di maggio, annunciare nuovi candidati di cui non ha svelato l’identità. L’ultima new entry, svelata dai giornali, è una cordata di Eni con Arvedi. Secondo il Domani i commissari straordinari sarebbero andati dal ministro Giancarlo Giorgetti a presentare questa cordata in vista del suo ok per i 100 milioni di prestito ponte (quota parte dei 350 che verranno versati alle casse Ilva entro luglio). Dopo poche ore Eni ha smentito ufficialmente la notizia. Mentre Arvedi da anni è costretta a ripetere di non essere interessata. La gara era stata bandita da Urso nell’estate 2024, e si sarebbe dovuta concludere entro l’anno. I primi a duellare furono il fondo americano Bedrock, gli indiani Jindal e gli azeri di Baku Steel, che ebbero la meglio.
Dopo aver annunciato la loro vittoria, e comunicato che stava lavorando all’acquisizione, Urso nell’estate 2025, a gara già assegnata, decise di annullarla. Anzi: “aggiornarla”. Il Mimit pubblicò un nuovo bando con criteri più stringenti inserendo un piano industriale da 210 miliardi di euro con 8 milioni di tonnellate con 4 forni elettrici e 2 dri. A quel punto Baku Steel, vincitore della prima gara (con un euro), si ritirò. E Urso si recò personalmente in India per ripescare Jindal. Mentre nel frattempo degli Stati Uniti era arrivato Mr. Flacks, promettendo che sarebbe stato accolto a Taranto “come quando i Beatles arrivarono in America”. In ogni caso siamo molto lontani dal piano industriale fantasticato dal ministro Urso. Addirittura Jindal produrrebbe l’acciaio in Oman, utilizzando a Taranto solo i laminatoi. E i soldi glieli dovremmo dare noi. E’ chiaro ovunque, tranne in via Veneto, che un piano a forni elettrici non da rottame, per mantenere 10 mila dipendenti, è antieconomico e non sta sul mercato.
L’ultima speranza si è persa nel 2023, quando Urso costrinse Invitalia a non effettuare l’aumento di capitale previsto da contratto con ArcelorMittal (che aveva investito 4 miliardi). Interrompendo il revamping dell’altoforno 5 che, da solo, avrebbe garantito le 4 tonnellate a ciclo integrale necessarie per rendere autonomo lo stabilimento, accanto al quale si sarebbero potuti affiancare nuovi forni elettrici. Ma la scelta di Urso di cacciare i “pirati” indiani ha avuto la meglio anche in Consiglio dei ministri, quando l’allora ministro Raffaele Fitto tentò l’ultimo tentativo con Mittal. Si decise per la linea Urso dello “Stato stratega”, che ha portato Ilva al minimo storico di produzione con il massimo di cassa integrazione straordinaria, e due morti sugli impianti nel giro di un mese.
Urso a gennaio ha dato avvio al cosiddetto “piano corto”: per la prima volta nella storia di Ilva batterie e cokerie spente. Ovvero fine del ciclo integrale e i coils che arrivano dall’estero. Sempre secondo il ministro questo piano doveva durare fino ad aprile. Il governo lo ha anche dichiarato nella richiesta di autorizzazione per il prestito ponte alla Commissione europa: “Entro maggio 2026, il beneficiario dovrebbe raggiungere le condizioni operative richieste dal potenziale acquirente come condizioni sospensive per la chiusura, vale a dire due altiforni attivi in funzione e una produzione di acciaio di almeno 160 mila tonnellate al mese. Pertanto, le autorità italiane prevedono di completare il trasferimento delle attività e dell’attività, ponendo fine al mandato dell’amministrazione straordinaria”. Niente di tutto ciò. “La Commissione prende altresì atto dell’impegno delle autorità italiane di notificare un piano di ristrutturazione entro sei mesi dall’autorizzazione dell’aiuto, o, in alternativa, di comunicare alla Commissione la prova che il prestito di salvataggio è stato rimborsato o un piano di liquidazione”. Da circa due mesi il premier Meloni, appurato il fallimento del ministro, gli ha tolto il dossier passandolo al suo capo di gabinetto Caputi. Ora è lei a dover comunicare il piano di ristrutturazione o di liquidazione. Ma ancora non ha detto una parola: che cosa vuole fare Meloni con Ilva?