Crescita, AI e futuro dell’Italia. Il manifesto anti luddista e anti populista di Panetta

Le opportunità da cogliere con l’AI, i guai generati da Trump prima di tutto all’America e la strada necessaria per evitare ogni forma di declino italiano. Un estratto delle considerazioni finali offerte dal governatore di Banca d’Italia

29 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 17:42
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ANSA

Lo scorso anno l’economia mondiale ha mostrato un vigore inatteso. Il pil è cresciuto del 3,4 per cento, mezzo punto oltre le previsioni, nonostante il protrarsi dei conflitti in Ucraina e a Gaza, l’inasprimento dei dazi statunitensi e le ostilità in Medio Oriente. Negli Stati Uniti la crescita ha superato il 2 per cento. Un impulso importante è venuto dall’intelligenza artificiale: la costruzione dei centri di calcolo ha sostenuto gli investimenti; il rialzo delle quotazioni azionarie delle società protagoniste di questa trasformazione ha aumentato la ricchezza finanziaria e alimentato i consumi. (…)
Il commercio internazionale ha mostrato nel 2025 una dinamica più robusta del previsto, crescendo del 5 per cento. Vi hanno contribuito il forte riorientamento geografico degli scambi – che ha consentito di aggirare in parte le barriere commerciali – e l’applicazione di dazi statunitensi inferiori a quelli inizialmente annunciati. I beni legati all’intelligenza artificiale hanno rappresentato circa la metà dell’incremento dei flussi globali di merci. Le politiche protezionistiche non hanno ridotto gli squilibri che intendevano correggere. Il disavanzo degli Stati Uniti nel commercio di beni è rimasto invariato in rapporto al pil, in presenza di fattori che hanno continuato ad alimentare la dinamica delle importazioni; il 90 per cento dell’onere dei dazi è ricaduto su consumatori e imprese americani. Parallelamente, la Cina ha rafforzato la propria presenza commerciale su scala globale, conseguendo avanzi molto ampi. (…)
Il quadro che emerge da questi anni turbolenti rivela una contraddizione di fondo. Le preoccupazioni per la sicurezza economica e l’autonomia strategica spingono i governi a ridurre la dipendenza dall’estero e a proteggere i settori essenziali: obiettivi ormai imprescindibili. Ma se perseguiti attraverso una frammentazione indiscriminata, essi finirebbero per restringere i mercati, accrescere i costi, indebolire le catene produttive e ridurre gli incentivi alla cooperazione e al rispetto delle regole. Ne risulterebbe compromesso proprio ciò che si intende tutelare: il benessere dei cittadini. Un ritorno all’assetto precedente non è realistico. Occorre però preservare i benefici dell’apertura, correggendone le distorsioni ed evitando che l’interdipendenza si trasformi in una fonte permanente di vulnerabilità. Vanno rafforzati i legami con i paesi che riconoscono il valore di relazioni fondate su regole comuni. (...)
In un mondo che resta profondamente interconnesso, la frammentazione non elimina gli squilibri: li sposta, li nasconde, li rende più profondi e più costosi da correggere. (…)
L’intelligenza artificiale è già entrata negli andamenti macroeconomici: sostiene gli investimenti, il commercio e le valutazioni finanziarie. Ma la sua portata è più ampia: come tutte le tecnologie trasformative di uso generale, sta ridefinendo il modo in cui si produce, si lavora e si prendono decisioni. La diffusione procede più rapidamente che nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche; gli investimenti crescono in modo esponenziale. Non siamo più in una fase sperimentale. Lo sviluppo dei modelli di frontiera – e il potere economico e strategico che ne deriva – è fortemente concentrato. Cinque grandi aziende statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale; negli Stati Uniti viene sviluppata anche la maggior parte dei modelli generalisti. La Cina sta rapidamente riducendo il divario, mentre l’Europa rimane in ritardo. Questa concentrazione non preclude però benefici diffusi. Nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, i guadagni maggiori sono spesso andati non a chi le ha originate, ma a chi ha saputo adottarle e applicarle. È su questo terreno che si deciderà la crescita futura. L’intelligenza artificiale sta trovando applicazione in ambiti sempre più estesi: dai processi produttivi ai servizi, fino alla sanità. Nella manifattura migliora la progettazione, la manutenzione degli impianti e l’organizzazione delle catene di fornitura; nella ricerca biomedica, accelera lo sviluppo di nuovi farmaci. Un’adozione ampia può tradursi in aumenti significativi della produttività. L’impatto sul lavoro merita particolare attenzione. Per la prima volta, una tecnologia può svolgere compiti a elevato contenuto cognitivo, finora considerati al riparo dall’automazione. Non è nuovo che il progresso tecnico trasformi la domanda di lavoro; nuova è l’ampiezza delle attività potenzialmente interessate. L’esperienza storica mostra tuttavia che le grandi innovazioni non si limitano a rendere obsolete alcune professioni: ne generano di nuove. A queste ultime è dovuta la metà della crescita dell’occupazione negli Stati Uniti dall’inizio del secolo; oggi il 60 per cento degli occupati svolge mansioni che ottant’anni fa non esistevano. Inoltre, riducendo costi e prezzi, l’aumento di produttività indotto dall’intelligenza artificiale potrebbe espandere la domanda, sostenere l’attività economica e favorire l’occupazione. (…)
Il contenuto del lavoro cambierà, anche se non è ancora possibile prevederne pienamente gli sviluppi. In alcuni casi l’intelligenza artificiale affiancherà le persone, consentendo loro di concentrarsi sulle attività a maggior valore aggiunto; in altri, il contributo umano si ridefinirà attorno a ciò che l’automazione non può sostituire: interpretare i risultati, esercitare giudizio, garantire l’affidabilità dei processi. La transizione non sarà priva di costi. Non tutti i lavoratori potranno spostarsi agevolmente dalle attività rese obsolete verso quelle nuove; i benefici potrebbero concentrarsi su chi possiede competenze più elevate, accentuando le disuguaglianze. Perché l’intelligenza artificiale diventi una leva di crescita diffusa, occorre favorirne l’adozione nelle imprese – incluse quelle piccole e medie – e investire nella formazione delle persone. I lavoratori più esposti al cambiamento vanno tutelati e accompagnati nella riqualificazione delle competenze, affinché i guadagni di produttività si traducano non solo in maggiore efficienza, ma anche in nuove opportunità di lavoro e in una più ampia partecipazione ai frutti dell’innovazione. (…)
Dal 2019 l’economia italiana ha mostrato una significativa capacità di tenuta. Nonostante la pandemia e lo shock energetico del 2022, il pil è cresciuto di oltre il 6 per cento: un risultato in linea con la media dell’area dell’euro in termini aggregati, ma superiore su base pro capite. L’espansione è stata trainata dagli investimenti e sostenuta dalle esportazioni; l’occupazione è aumentata in misura rilevante. Anche la posizione netta sull’estero è migliorata: ampiamente debitoria dieci anni fa, è divenuta creditoria, raggiungendo il 15 per cento del pil. A questi risultati ha contribuito negli ultimi anni la gestione prudente delle finanze pubbliche, che ha rafforzato la fiducia degli investitori ed evitato che gli shock internazionali si trasformassero in crisi domestiche di ampia portata. Più di recente, tuttavia, lo slancio si è attenuato. Hanno pesato il deterioramento del quadro geopolitico, l’inasprimento delle politiche commerciali statunitensi e le difficoltà dell’economia tedesca, principale mercato di sbocco delle nostre esportazioni. La domanda interna è stata frenata dalla modesta dinamica del reddito disponibile, su cui ha inciso la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Nel 2025 il pil è aumentato dello 0,5 per cento, meno della media dell’area dell’euro. (…)
L’intelligenza artificiale può divenire una leva decisiva per rilanciare la produttività dell’economia italiana. Il potenziale, tuttavia, non si realizzerà automaticamente: dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese – a partire da quelle piccole e medie – e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi. La quota di aziende che fa ricorso all’intelligenza artificiale negli ultimi anni è cresciuta, al 30 per cento. Tuttavia, appena il 5 per cento ne fa un uso intensivo. Nella maggior parte dei casi l’impiego resta confinato ad applicazioni semplici, che accrescono la produttività individuale ma non trasformano in profondità i processi aziendali. Nel confronto internazionale, la diffusione rimane contenuta. Siamo ancora in una fase iniziale. Vi è quindi il tempo per evitare che si ripeta l’esperienza degli anni novanta. Allora, nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, si accumularono ritardi che hanno poi frenato la produttività per decenni. Oggi occorre agire con rapidità. Il contributo potenziale è rilevante. La produttività del lavoro potrebbe aumentare di 0,2 punti percentuali all’anno in uno scenario di adozione lenta, e di oltre 1 punto in caso di diffusione rapida e pervasiva. Nello scenario più favorevole, questi guadagni potrebbero più che compensare il calo del prodotto potenziale dovuto alla contrazione della popolazione in età da lavoro. Insieme a una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, renderebbero possibile una crescita duratura dell’economia italiana. Un’adozione estesa incontra però ostacoli significativi, soprattutto tra le imprese minori. Comporta costi iniziali elevati e richiede competenze tecniche e gestionali per individuare le soluzioni più adatte, riorganizzare i processi, gestire i rischi legali e tutelare la riservatezza dei dati. I benefici aumentano quando l’adozione si diffonde lungo le filiere. Le singole imprese, tuttavia, decidono sulla base dei propri rendimenti attesi, senza considerare pienamente i vantaggi per il sistema produttivo nel suo complesso. La frammentazione della domanda scoraggia, a sua volta, la nascita di fornitori specializzati. Per superare questi ostacoli, l’intervento pubblico può essere decisivo, soprattutto nelle fasi iniziali. L’Italia dispone di punti di forza rilevanti: infrastrutture di calcolo tra le più avanzate d’Europa, una solida tradizione scientifica e universitaria, un ampio risparmio privato. Serve una strategia in grado di mobilitare queste risorse: non sussidi generici, ma politiche mirate. (…)
L’innovazione tecnologica sta inoltre modificando la natura, la frequenza e i canali di trasmissione dei rischi informatici e cibernetici. (...) L’intelligenza artificiale rende il quadro più complesso. (...) Una risposta efficace richiede azioni sia delle autorità sia degli operatori. (...)
La risposta non può essere solo tecnologica. Richiede il coinvolgimento degli organi di vertice, chiamati a definire assetti di governo e di controllo solidi, assegnare con chiarezza le responsabilità e predisporre piani di intervento tempestivi. Ottant’anni fa, il 2 giugno, gli italiani – donne e uomini – scelsero la Repubblica. Seppero superare divisioni profonde attraverso il confronto nell’Assemblea costituente, dando avvio alla realizzazione delle istituzioni democratiche su cui si sarebbe fondata la ricostruzione del Paese. A quella scelta se ne accompagnò un’altra, altrettanto decisiva: collocare l’Italia in un ordine mondiale aperto, fondato sulla cooperazione e su regole condivise. L’adesione all’architettura multilaterale globale nata dopo la guerra e la partecipazione, da paese fondatore, al progetto europeo furono condizioni essenziali per lo straordinario sviluppo economico dei decenni successivi. Oggi quell’ordine attraversa una crisi profonda. Gli squilibri macroeconomici persistenti, la distribuzione diseguale dei benefici della globalizzazione, il ritorno del protezionismo, l’uso strategico delle risorse economiche, finanziarie e tecnologiche ne hanno indebolito le fondamenta. Le tensioni geopolitiche si trasmettono rapidamente al sistema economico e al benessere dei cittadini. L’incertezza globale è ormai parte delle decisioni di famiglie, imprese, governi. La risposta non può essere la chiusura. Riaffermare il valore della cooperazione non significa ignorare le fragilità dell’assetto precedente, né rinunciare alla sicurezza economica e all’autonomia strategica. Significa evitare che la ricerca di protezione si trasformi in isolamento; che l’interdipendenza, anziché motore di progresso, diventi fonte di divisione; che la frammentazione finisca per indebolire proprio ciò che si vorrebbe difendere: lavoro, sviluppo, benessere. In questo mondo instabile, l’Europa deve trovare in una maggiore unità la condizione della propria forza. Dispone di risparmio, capacità produttiva, competenze scientifiche, istituzioni e valori che restano un punto di riferimento nel mondo. Ha finalmente iniziato a reagire, definendo con chiarezza obiettivi e priorità. Deve ora mostrare rapidità di azione, trasformando quegli obiettivi e quelle priorità in decisioni, investimenti e risultati. L’Italia deve guardare al futuro con determinazione. Ha punti di forza importanti: conoscenze scientifiche all’avanguardia, risorse umane da valorizzare, un sistema produttivo con eccellenze riconosciute, una solida posizione finanziaria di banche, imprese e famiglie. È un patrimonio prezioso. Perché diventi un vero vantaggio, occorre orientarlo verso crescita, redditi e prosperità negli anni a venire. La tecnologia sarà il terreno decisivo di questa sfida. Intelligenza artificiale, robotica e altre innovazioni stanno ridisegnando i processi produttivi, l’organizzazione del lavoro, la domanda di competenze. Restare ai margini di questa trasformazione significherebbe accettare un arretramento della capacità di crescere, proprio mentre l’invecchiamento della popolazione rende indispensabile aumentare il contributo di ogni lavoratore e di ogni impresa. L’intervento pubblico deve accompagnare questa trasformazione. Imboccando con decisione un sentiero che consenta di ridurre stabilmente il peso del debito pubblico, si liberano risorse per la spesa sociale e per lo sviluppo. Occorre facilitare il salto tecnologico delle imprese, rafforzare il capitale umano, orientare il risparmio verso investimenti produttivi, accompagnare i lavoratori nei cambiamenti che la nuova economia richiederà. La rivoluzione tecnologica non produrrà spontaneamente benessere condiviso: deve essere governata. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve restare al servizio della persona e della società, non della concentrazione del potere tecnologico. Servono regole adeguate a tutelare il pluralismo, l’apertura dei mercati, la concorrenza e la dignità del lavoro; vanno condivise a livello globale. Il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani. Un Paese che innova deve saper valorizzare le competenze, premiare il merito, trattenere e attrarre talenti, consentire a ciascuno di contribuire secondo le proprie abilità. È una questione di efficienza e di giustizia insieme. Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo. Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro.