Orsini: "Il costo dell'energia è la priorità, Bruxelles ascolti"

La relazione alla Nuvola: “La Cina sta colonizzando i nostri mercati”. L’attacco a Bruxelles: “Non ha chiaro cosa significhi competitività”. La richiesta sull’Ets: sospenderlo subito. Il nodo salari: “Le basse retribuzioni allontanano i giovani”. E sul Sud: “La Zes funziona e va replicata”

26 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 17:37

Emanuele Orsini (LaPresse)

Alla Nuvola di Roma, davanti a Sergio Mattarella, Giorgia Meloni e alla platea degli industriali, il presidente degli industriali italiani Emanuele Orsini apre l’assemblea generale di Confindustria con una relazione centrata sulla tenuta dell’industria italiana ed europea. Collega energia, tensioni nello Stretto di Hormuz, concorrenza cinese e ritardi dell’Unione europea alla necessità di una politica industriale comune  (qui l'intervento integrale). “Il momento della verità è arrivato”, dice, chiedendo alla politica “un grande atto di responsabilità” e “coraggio politico”.
L’obiettivo indicato è tornare a una crescita del 2 per cento l’anno, che Confindustria giudica “non solo necessaria ma possibile”. Orsini parte dai numeri di lungo periodo: negli ultimi 25 anni l’Italia è cresciuta in media dello 0,4 per cento l’anno, contro l’1,4 per cento dell’Unione europea, il 2,1 per cento degli Stati Uniti e l’8 per cento della Cina. Nel 2025 il Pil italiano è superiore di appena il 10 per cento rispetto al 2000, mentre quello europeo è aumentato del 40 per cento, quello americano di quasi il 70 e quello cinese del 586. 
L’allarme deindustrializzazione
Il tema principale della relazione è la deindustrializzazione. Orsini la presenta come un processo già visibile nelle filiere di base, dalla carta all’acciaio, dal vetro alla chimica, fino a cemento e ceramica. Senza una risposta coordinata, avverte, Italia ed Europa rischiano di perdere una parte centrale della propria economia: l’industria, che vale il 15 per cento del Pil e milioni di posti di lavoro. Per tornare a una crescita più solida, dice, serve un equilibrio diverso tra export, investimenti e consumi. E serve soprattutto mettere le imprese nelle condizioni di crescere. "Quando raggiungono una dimensione media o grande", sostiene Orsini, "le aziende italiane diventano più produttive e internazionali delle omologhe tedesche e francesi". Da qui l’insistenza sulla crescita dimensionale delle Pmi, uno dei nodi storici del sistema produttivo italiano.
Il presidente di Confindustria lega questo passaggio anche al tema sociale. Le imprese, dice, garantiscono lavoro, welfare e coesione. Senza le imprese italiane, piccole, medie e grandi, verrebbe meno l’83 per cento delle risorse private che sostengono il welfare italiano, generate dal lavoro di milioni di persone. “Per noi industria e lavoro sono la stessa cosa”, scandisce.
La Cina e il deserto industriale
Il passaggio più duro riguarda la Cina. Orsini descrive Pechino come “l’unica vera superpotenza industriale”, capace da sola di generare il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale. Il problema, nella lettura di Confindustria, non è più soltanto la concorrenza sui prodotti a basso costo. Sono anche tecnologie avanzate, sovracapacità produttiva, deflazione interna esportata sui mercati europei. “La Cina sta colonizzando i nostri mercati”, dice Orsini. E aggiunge che, senza un sostegno immediato alle produzioni europee, il rischio è “il deserto industriale del continente”. L’Europa, nella sua lettura, non può ridursi a un mercato di sbocco per altri Paesi: deve rimettere al centro innovazione, produzione e lavoro.
Bruxelles e le risorse comuni
Il giudizio sull’Unione europea è severo. “Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività”, dice Orsini. La critica non riguarda una singola norma, ma l’impianto complessivo della politica economica comunitaria. L’Europa, sostiene, è sempre più necessaria, ma deve “cambiare strada e marcia”. Nessun Paese europeo dispone da solo delle risorse politiche ed economiche per affrontare sfide geopolitiche, tecnologiche, climatiche e demografiche. Pensare di farcela da soli, avverte, “è un’illusione”.
Le priorità indicate sono tre: un vero mercato unico dell’energia, un vero mercato unico dei capitali e del risparmio, strumenti comuni per finanziare una politica industriale europea. Per la competitività, secondo Confindustria, servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Oggi il bilancio comune europeo vale circa 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi. Troppo poco, nella lettura degli industriali, per sostenere la scala degli investimenti necessari. Orsini chiarisce che non si tratta di finanziare la spesa corrente degli Stati, ma investimenti strategici: infrastrutture energetiche, nucleare, mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca, minerali critici, scienze della vita e difesa. È su questo terreno, dice, che l’Europa può provare a reggere la competizione con Stati Uniti e Cina.
Energia, Ets e nucleare
Sull’energia Orsini concentra uno dei passaggi più rilevanti della relazione. Il prezzo pagato dalle imprese, sostiene, è ormai “una vera e propria minaccia esistenziale”. Da qui la richiesta di sospendere subito l’Ets, il sistema europeo dei certificati sulle emissioni, in attesa di una revisione che secondo Confindustria non può seguire i tempi ordinari di Bruxelles.
Per Orsini, quel meccanismo ha trasformato la decarbonizzazione in “un prodotto di speculazione finanziaria” e in “una vera pazzia” per imprese chiamate a competere con aziende americane e cinesi che non sostengono gli stessi costi. Il caso richiamato è il distretto ceramico emiliano: lì, sostiene, le imprese pagano l’energia il 40 per cento in più rispetto alla media europea, con il rischio di mettere sotto pressione un comparto che vale circa 40 mila posti di lavoro.
La responsabilità, però, non viene attribuita solo a Bruxelles. Il presidente di Confindustria chiama in causa anche i ritardi italiani: il no storico al nucleare, i blocchi locali sulle rinnovabili, l’assenza di una strategia stabile. Sul ritorno dell’atomo civile chiede di accelerare e assicura che le imprese sono pronte a ospitare piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti e distretti industriali.
Le cinque leve per l’Italia
Sul piano nazionale, Orsini indica cinque leve per rimettere l’impresa al centro: energia, crescita dimensionale delle Pmi, contratti di sviluppo e innovazione, semplificazioni con riforma della legge 231 sulla responsabilità amministrativa, risorse adeguate agli obiettivi.
Il presidente di Confindustria apprezza l’emanazione delle norme attuative dell’iperammortamento, misura pluriennale che può riaprire un ciclo di investimenti fino al 2028. Ma chiede di includere negli incentivi anche software e cloud, strumenti considerati essenziali per accelerare digitalizzazione e adozione dell’intelligenza artificiale. C’è poi il capitolo delle risorse interne. Orsini propone di liberare 20 miliardi da destinare alla crescita, intervenendo sulla “giungla di spese fiscali” che erode 120 miliardi di base imponibile. La ripartizione indicata è secca: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola, senza aumentare il debito nazionale.
Sud, Zes e formazione
Nella relazione trova spazio anche il Mezzogiorno, definito da Orsini “un bacino di crescita potenziale dell’Italia”. Per attrarre investimenti al Sud, Confindustria rilancia il modello della Zes Unica, la Zona economica speciale che prevede procedure più rapide e semplificate per chi vuole avviare o ampliare attività produttive. I numeri citati sono quasi 1.300 autorizzazioni uniche in poco più di due anni, oltre 55 miliardi di impatto economico complessivo e più di 60 mila posti di lavoro diretti e indiretti, con una spesa pubblica poco superiore a 5 miliardi. “Quel modello funziona e va replicato”, dice Orsini, accogliendo positivamente l’impegno del governo a estendere le semplificazioni della Zes, purché avvenga “a condizioni di vantaggio per il Mezzogiorno”.
L’altro punto è il capitale umano. Per Orsini, la sfida dell’intelligenza artificiale non si vince soltanto con incentivi e macchinari, ma con “un grande piano di formazione per tutti i lavoratori”. Serve anche un progetto che parta dalle scuole superiori, rivolto a tutti i giovani. Confindustria si candida ad affiancare la scuola pubblica, richiamando l’esperienza degli Its Academy, passati da 11 mila a 41 mila iscritti dal 2021.
Il passaggio socialmente più rilevante riguarda le retribuzioni. Orsini riconosce che" i salari bassi allontanano i giovani dall’Italia, incidono sulla qualità della vita, sulla natalità e sulla domanda interna". È un cambio di tono significativo per Confindustria, anche se le soluzioni indicate restano soprattutto indirette: lotta ai contratti pirata, investimenti, crescita dimensionale delle imprese, politiche per la casa.