L'autonomia italiana passa anche dall'economia circolare

Il paese è primo in Europa per riuso dei materiali, ma importa ancora il 46,6 per cento delle materie prime trasformate. Con investimenti privati in calo e Pnrr fermo al 17 per cento della spesa, il primato resta fragile se non entra in una vera politica industriale. I numeri del rapporto 2026 

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14 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:52 PM
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(Foto Ansa)

Se le materie prime sono armi, il riciclo diventa difesa. Per anni l’economia circolare è stata trattata come una buona pratica ambientale: raccolta differenziata, imballaggi, efficienza. Oggi potrebbe quasi considerarsi una questione di sicurezza nazionale. Ma a cambiare non è stata l’economia circolare, è stato il mondo. L'Italia ha scoperto con la guerra in Ucraina che dipendere troppo dal gas di un solo fornitore è pericoloso. Ora, con le tensioni in medio oriente e la crisi delle rotte energetiche, sta vedendo che la stessa fragilità vale per materie prime, metalli strategici, componenti industriali.
Insomma la sovranità non passa solo dai rigassificatori, dai depositi o dalle centrali elettriche. Passa anche dalla capacità di trasformare rifiuti elettronici e scarti industriali in ciò che serve alle fabbriche. L’Italia, su questo terreno, parte meglio di quasi tutti in Europa. Secondo l’ottavo Rapporto sull’economia circolare in Italia, presentato oggi dal Circular Economy Network con Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed Enea, il paese ha un indice di circolarità di 65, il secondo nel continente dopo i Paesi Bassi. È primo nell’Unione per tasso di utilizzo circolare di materia: 21,6 per cento contro una media europea del 12,2. Raggiunge il vertice anche per produttività delle risorse: ogni chilo di materiali consumati genera 4,7 euro di pil, mentre la media Ue si ferma a 3 euro. Nei rifiuti gestiti, l’Italia ricicla l’85,6 per cento, più del doppio della media europea, ferma al 41,2. La Spagna è al 54,7, la Francia al 52,3, la Germania al 44,4. Anche sugli imballaggi il primato resta italiano: 76,7 per cento di riciclo nel 2024, contro il 67,5 della media Ue.
Proprio perché povero di materie prime, il paese ha imparato prima di altri a recuperare, riusare, riciclare. La scarsità ha spinto l'inventiva ma oggi, coi costi dei beni di base in forte rialzo, quella condizione diventa una fragilità: il 46,6 per cento delle materie prime trasformate arriva ancora dall’estero, contro una media europea del 22,4. E il conto è già arrivato. Nel 2025 la spesa italiana per importare materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, il 23,3 per cento in più rispetto al 2021, pur con volumi complessivi in calo. Si paga di più per importare meno soprattutto perché il costo dei metalli - nichel, rame, acciaio - è aumentato del 18 per cento e ormai pesa per il 40 per cento sul valore totale dell’import nazionale di materiali.
Nel dibattito su sicurezza e autonomia si parla quasi sempre di energia. È inevitabile, dopo la crisi del gas e le tensioni sulle rotte del petrolio. Ma per un paese manifatturiero il problema non finisce lì perché le fabbriche hanno bisogno anche di metalli, plastiche, componenti, terre rare, semilavorati. Senza questi materiali si fermano la transizione energetica, le infrastrutture digitali, la difesa, l’edilizia. Per questo ridurre le importazioni di materie prime è ormai parte della sicurezza industriale. Proprio mentre questa esigenza diventa più evidente, però, gli investimenti rallentano. Il rapporto 2026 mostra come in Italia le attività tipiche dell’economia circolare - riciclo, riuso, riparazione, noleggio, leasing - hanno visto gli investimenti privati scendere da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023. Anche l’occupazione frena. Gli addetti nelle attività più collegate all’economia circolare sono 508 mila, circa il 2 per cento del totale, in linea con la media europea, ma in calo del 7 per cento rispetto al 2019.
Il Pnrr avrebbe dovuto accelerare il salto all’economia circolare con nuovi impianti, meno divari territoriali e un sistema dei rifiuti meno legato alle emergenze. Ma l’attuazione resta lenta. Sono stati finanziati oltre 1.100 progetti per la gestione dei rifiuti e le filiere del riciclo, però a ottobre 2025 risultava speso solo il 17 per cento delle risorse previste. Vuol dire che gran parte dei fondi era ancora ferma tra procedure, autorizzazioni e cantieri non conclusi. Anche Transizione 5.0, il piano di incentivi per digitalizzazione ed efficienza energetica delle imprese, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Secondo il report ha mostrato “forti limiti di coerenza e efficacia”, perché la circolarità è rimasta troppo laterale. Il problema non è aggiungere altri bonus, ma usare quelli esistenti per spingere le imprese a progettare prodotti più duraturi e rafforzare le filiere del riciclo.
Le proposte del Circular Economy Network contenute nel Rapporto vanno lette in questa chiave: un mercato unico delle materie prime di secondo uso per dare liquidità a chi ricicla e a chi compra materiali; il recupero potenziato dei rifiuti elettronici per estrarre materiali critici; la scelta di puntare su prodotti più resistenti e riparabili in modo da ridurre la pressione sulle importazioni; gli appalti pubblici studiati al fine di creare una domanda stabile per le filiere circolari. Come a dire che l’Italia ha costruito il suo primato facendo di necessità virtù, ora deve trasformarlo in una vera politica industriale.

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