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Meno immigrati, meno tasse, più dazi. Il programma economico di Farage
Secondo la Resolution Foundation, 13 milioni di famiglie britanniche lavorano di più ma vivono peggio. Reform Uk offre una ricetta protezionista da contrapporre alle aperture commerciali del Labour. Intanto il rendimento del titolo di stato trentennale tocca i massimi dal 1998
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8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 02:47 PM

Nigel Farage (foto LaPresse)
Il voto amministrativo ha confermato che Reform UK è ormai un attore centrale della politica britannica. La sua forza nasce dal malessere economico del paese: salari fermi, servizi pubblici sotto pressione, case costose. Nigel Farage prova a trasformare questa insoddisfazione in un programma di governo. Resta da capire se i suoi conti tornino.
Un buon punto d’osservazione è il report Ending Stagnation realizzato dal think tank Resolution Foundation insieme alla London School of Economics, che fotografa la condizione delle famiglie britanniche a reddito basso e medio, la spina dorsale del consenso a Reform. Secondo lo studio, la pluriennale stagnazione britannica ha effetti soprattutto nella metà più fragile del paese: 13 milioni di famiglie in età lavorativa collocate nella parte bassa della distribuzione dei redditi. Una fetta di popolazione che negli ultimi decenni ha lavorato di più e dedicato maggiore tempo all’assistenza di parenti malati o disabili, ma non ha ottenuto in cambio un miglioramento del tenore di vita. Il dato più eloquente riguarda i redditi. Dagli anni Sessanta al 2005, i redditi mediani di queste famiglie erano raddoppiati, crescendo in media dell’1,8 per cento l’anno. Tra il 2005 e il 2024, invece, la crescita è scesa allo 0,5 per cento annuo. A questo ritmo, per raddoppiare di nuovo gli standard di vita servirebbero più di 130 anni.
Il problema non è l’assenza di lavoro. Il tasso di occupazione tra le famiglie a basso reddito è infatti aumentato di 11 punti percentuali in trent’anni. Ma il lavoro non protegge dalla povertà: è il fenomeno dei working poor, persone che pur avendo un’occupazione non riescono a uscire da una condizione di fragilità economica. Anche la casa è diventata un fattore di impoverimento: nel 1994-95 tre famiglie su dieci nella metà bassa della distribuzione avevano un mutuo; nel 2023-24 l’affitto privato è diventato la condizione più comune, al 29 per cento, mentre le famiglie con mutuo sono scese al 17 per cento.
Reform UK parla a questa Gran Bretagna che vive con salari fermi, affitti alti e welfare in declino. E le promette meno immigrazione, meno tasse, meno vincoli ambientali e una ricetta protezionista che spinga la produzione nazionale, anche facendo ricorso ai dazi. Qui emerge la differenza centrale con il Labour al governo. Rachel Reeves, la cancelliera dello Scacchiere, punta a rilanciare l’economia britannica rendendola meno isolata, più stabile e capace di attrarre capitali esteri. La sua linea passa da rapporti meno conflittuali con l’Unione europea, nuovi accordi commerciali, riforma della pianificazione edilizia e una politica industriale più attiva.
Su alcune parole d’ordine la distanza è minore. Robert Jenrick, il volto economico di Reform, ha più volte provato a mostrare un volto rassicurante parlando di prudenza fiscale, rispetto dell’autonomia della Banca d'Inghilterra e dell’Office for Budget Responsibility (Obr), l’organismo indipendente che certifica le previsioni economiche del Regno Unito e valuta se i conti del governo sono credibili. È un linguaggio non troppo diverso da quello di Reeves. Ma convive con una promessa molto più radicale: secondo Jenrick, Labour e Conservatori sono stati i garanti di un “consenso economico durato trent’anni e fallito” e Reform deve offrire alla Gran Bretagna un “nuovo modello economico”.
Il problema è che molte misure economiche proposte dal partito di Farage hanno una forte eco elettorale, ma un impatto fiscale limitato rispetto alle grandi voci del bilancio britannico. Tagliare gli aiuti esteri, limitare i benefit ai lavoratori stranieri o ridurre i sussidi verdi può produrre risparmi. Ma le vere pressioni vengono da sanità, pensioni, welfare e interessi sul debito. Secondo l’Obr, la spesa sanitaria pubblica britannica potrebbe salire dal 7,9 per cento del pil nel 2023-24 al 14,5 per cento nel 2073-74. Anche il costo delle pensioni statali è destinato a crescere fino al 7,7 per cento del prodotto interno lordo entro la stessa data. La causa principale è il dispendioso meccanismo del Triple lock, la rivalutazione annuale delle pensioni in base al valore più alto tra crescita dei salari nei 12 mesi precedenti, inflazione o minimo standard del 2,5 per cento. Qui Labour e Reform condividono lo stesso limite politico: nessuno dei due vuole davvero aprire il dossier pensioni. Reeves ha più volte evitato lo scontro con i pensionati; Farage e Jenrick fanno lo stesso. Ma senza sanità e pensioni non c’è una vera riforma dei conti pubblici.
Il vincolo dei mercati rende tutto più difficile. I Gilt, i titoli di stato britannici equivalenti ai Btp italiani, continuano a soffrire: nei giorni scorsi il rendimento del trentennale ha superato il 5,5 per cento, toccando il livello più alto dal 1998, mentre il decennale si è avvicinato al 5 per cento, sui massimi dal 2008. Sono rendimenti superiori a quelli raggiunti durante la crisi del governo Truss dell’ottobre 2022. Allora la premier conservatrice presentò un piano economico che combinava forti tagli alle tasse e aumento della spesa, finanziati soprattutto a debito. I mercati reagirono vendendo Gilt, la sterlina finì sotto pressione, i fondi pensione entrarono in difficoltà e la Banca d’Inghilterra fu costretta a intervenire per stabilizzare il mercato. Il governo Truss cadde in poche settimane. Da allora i conti pubblici britannici restano sorvegliati speciali: gli investitori valutano ogni promessa di tagli fiscali o nuova spesa in base alle coperture e alla credibilità di chi la propone, senza concedere sconti.