La vendita rinviata, l’altoforno spento e il flop di Urso su Taranto

Il governo aveva promesso la chiusura della gara entro aprile e il raddoppio della produzione. Non è successo nulla: Ilva produce ai minimi, perde 50 milioni al mese e resta senza compratori credibili

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8 MAY 26
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Il ministro delle Imprese Adolfo Urso (LaPresse)

Taranto. Era il 1° aprile quando il ministro delle Imprese Adolfo Urso disse nel question time parlamentare che “entro fine mese si sarebbe chiusa la gara di vendita Ilva e la produzione sarebbe raddoppiata con il riavvio di altoforno 4”. Non abboccando al pesce d’aprile l’onorevole Luca Pastorino (Pd), che aveva già interrogato il ministro il mese prima sentendosi rispondere che la vendita e l’aumento della produzione sarebbero avvenute entro fine marzo senza che poi la cosa si fosse avverata, gli disse “tra un mese glielo richiederò”. E infatti siamo a maggio, e anche per questo mese la vendita Ilva non è avvenuta. L’altoforno 4 , che doveva ripartire entro fine aprile, non è partito. La produzione ha raggiunto il minimo storico sotto i 2 milioni di tonnellate, Ilva perde 50 milioni di euro al mese (di soldi pubblici) e la cassa integrazione è aumentata. Ora è ben superiore nei numeri a quando lo stabilimento era gestito da ArcelorMittal, cacciata perché secondo Urso stava depauperando la fabbrica.
Il ministro delle Imprese disse di aver salvato lo stabilimento, mettendolo in amministrazione straordinaria. Ma da quando sono arrivati i suoi commissari le cose sono andate peggiorando sotto tutti i punti di vista: industriale, economico, occupazionale, e soprattutto per la sicurezza sul lavoro con due morti sugli impianti in un solo mese. E questo, oltre che al ministro, andrebbe ricordato ai sindacati che, insieme all’allora presidente della Puglia Michele Emiliano, sostennero Urso in quella scelta.
L’unica notizia buona annunciata mercoledì da Urso è che finalmente Palazzo Chigi ha deciso di avocare il dossier, esautorando di fatto il ministro. Ma la notizia cattiva è che ormai è troppo tardi: la verità è che Ilva è ormai definitivamente chiusa e fallita. Anche se tutti fanno finta che non sia così. Tranne Pierpaolo Bombardieri, il segretario generale della Uil, l’unico ad averlo detto senza mezzi termini. Mentre tutti gli altri protagonisti, opposizione compresa, fanno finta che si possa rilanciare. Addirittura gli enti locali, ancora legati a Emiliano – a cui il presidente Antonio Decaro voleva affidare il ruolo di consulente sull’Ilva pur di fargli avere l’aspettativa da magistrato, ma per fortuna il Csm ha detto no – addirittura credono alla favola che Urso racconta da tre anni di voler fare di Taranto “il più grande siderurgico green d’Europa”. Era chiaro sin dall’inizio, come scriveva il Foglio, che il piano del Mimit era irrealizzabile. Il ministro ha reagito con una richiesta di risarcimento, perché intravedeva un complotto: c’era un giornale che voleva convincere il governo a non dargli retta, che voleva impedirgli di cacciare gli “indiani”di ArcelorMittal. Quello che si voleva impedire era semplicemente una strategia fallimentare che avrebbe portato alla chiusura del siderurgico. Esattamente ciò che sta accadendo. Ilva va verso la distruzione con un solo altoforno acceso, che ormai brucia più soldi pubblici che coke. Mentre all’orizzonte non si vede nessuno che voglia comprarla veramente.

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Era il 2024 quando Urso pubblicò il bando, promettendo che la gara si sarebbe conclusa entro quell’anno. Ne sono passati due, e e tutto è ancora in alto mare. Mentre la sua promessa si rinnova di mese in mese. “Ci rivediamo a inizio giugno” gli ha promesso l’on. Pastorino. Ma come può esserci qualcuno disposto a investire 10 miliardi (a tanto ammonta il piano voluto da Urso) su un impianto ridotto a catorcio con la magistratura di Taranto alle calcagna, e un governo che impone il piano industriale e occupazionale? Invece di prendere atto del fallimento, il ministro addirittura millanta nuovi pretendenti. Il suo piano prevede la chiusura degli altoforni e la costruzione di quattro forni elettrici e due impianti di Dri. Dal 2022, anno in cui il governo Draghi istituì ad hoc la società pubblica Dri Italia con un miliardo di euro proprio con questo scopo, siamo fermi alla sola progettazione. Se non c’è riuscito il pubblico, perché dovrebbe farlo il privato? Questo va ricordato anche alla sinistra che oggi invoca un’Ilva pubblica. Cosa che oggi già è. Mentre l’Unione Europea ha detto che il prestito ponte di un mese fa è l’ultimo aiuto di stato consentito per l’Ilva. A oggi il debito dell’amministrazione straordinaria ammonta a 8 miliardi. Chi lo pagherà?