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Dal risparmio un tesoretto che può servire alle imprese
Un sostituto privato del Pnrr. L’Associazione italiana private banking stima che 233 miliardi siano impiegabili per investimenti (84 miliardi in azioni)
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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:06 AM

Il ministro dell'Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti (foto LaPresse)
La Banca d’Italia l’ha detto chiaro e tondo: la crescita è troppo bassa e il debito è troppo alto, questo è quel che rende l’Italia a rischio. “Tassi di crescita sotto l’1 per cento non possono risolvere la situazione, serve un impegno dell’intero mondo politico per individuare quali politiche siano importanti”. E l’un per cento allo stato attuale resta un miraggio. Giancarlo Giorgetti ha ammesso che l’Italia ha ormai il debito sul pil più alto d’Europa e questo limita la nostra sovranità. Con una inflazione che può arrivare al 3,5 per cento secondo le stime dell’Ufficio parlamentare per il bilancio (già ci stiamo avvicinando al 3 per cento), dobbiamo aspettarci un aumento dei tassi, quindi del servizio del debito: se occorre pagare cento miliardi l’anno ogni margine di manovra s’annulla, altro che deficit al 3,01 o 2,94 per cento. Poca crescita e tanto debito è l’equazione perversa che rimanda a una sua derivata. Con la fine del Pnrr si esaurisce anche la spinta degli investimenti pubblici. Si vedrà a bocce ferme come i 200 miliardi sono stati spesi e quanto sia stato importante il loro contributo. Non è possibile compensare la loro mancanza con la spesa pubblica, nemmeno con il “debito buono”. E la spesa privata?
Eurostat ha fatto un po’ di conti e ha visto che in Italia sono aumentati i risparmi e sono diminuiti i loro impieghi produttivi. “Italiani primi per risparmio ultimi per investimenti”, hanno titolato i giornali, magari con troppa enfasi sui primi e sugli ultimi, ma la sostanza è la stessa. Eppure l’equilibrio potrebbe cambiare. Ci sono circa quattromila miliardi, sui novemila e rotti che compongono la ricchezza degli italiani, destinati a impieghi finanziari. La maggior parte finisce in buoni del tesoro, diminuiscono i fondi di investimento per lo yo-yo delle borse, aumentano i depositi in conto corrente anche come conseguenza delle incertezze geopolitiche e degli sconquassi internazionali. Tuttavia c’è un tesoretto privato che potrebbe essere messo in moto destinandolo a finanziare l’economia reale, le imprese, la manifattura che continua a languire con tassi negativi ormai da tre anni.
Mille e seicento miliardi sono gestiti dal private banking e l’Associazione presieduta da Andrea Ragaini che tiene oggi la sua assemblea annuale, stima che 233 miliardi siano impiegabili per investimenti (84 miliardi in azioni), come spiega al Foglio Antonella Massari, segretario generale dell’Aipb. E’ un pacchetto niente male, persino superiore a quello fornito dall’Unione europea tra prestiti e stanziamenti a fondo perduto. Potremmo dire che è il sostituto privato del Pnrr, il tappo con cui riempire il vuoto che viene a mancare, pur senza lanciarsi in voli pindarici. Non è più vero, infatti, che gli italiani sono i maggiori risparmiatori d’Europa. Lo sono stati, ma il tasso di risparmio si è via deteriorato, lo mostra chiaramente l’economista Luigi Guiso in un volume edito dal Mulino (“Famiglie e risparmio”, a cura del Centre for Economic Policy Research). Antonella Massari sottolinea che dalla pandemia in poi l’inflazione seguita dalla bassa crescita ha eroso i redditi reali e, anche se gli italiani continuano a mettere da parte una quota di quel che guadagnano, il tasso di risparmio è sceso all’8 per cento. E su di esso grava la concorrenza del Tesoro, pensiamo al vantaggio fiscale dei Btp con una tassazione del 12,5 per cento, la metà di quella sulle altre attività finanziarie e agli incentivi che di volta in volta il governo escogita per allettare l’offerta e attirare la domanda. Che cosa può fare il private banking cioè quel ramo delle attività bancaria dedicato proprio a indirizzare i risparmi verso gli investimenti, da parte di chi possiede almeno mezzo milione di euro? Non si tratta di varare bonus temporanei (men che meno altri superbonus) o regalie fiscali, ci vorrebbe una scelta coraggiosa basata su una gamma di interventi per rendere appetibili gli impieghi produttivi rispetto alla rendita finanziaria pura e semplice. Progetti come i Pir hanno deluso e i fondi pensione non sono decollati. L’Unione europea ha messo in campo il Sia, un modello comune per conti di risparmio e investimenti, più semplice anche nella tassazione, può servire, ma non sembra proprio la soluzione. In Italia la vera ricetta sarebbe offrire più credito, più investimenti e meno bot, potremmo concludere con questo slogan. Ma la premessa è sempre la stessa: bisogna ridurre il grande spiazzamento del debito pubblico, il macigno che assorbe le energie di chi produce e soffoca gli “animal spirits”.