Il lavoro che cambia la vita. Indagine sullo smart working

Il lavoro da remoto sta trasformando anche il modo di abitare, di consumare, di muoversi. Nuove opportunità, nuove possibili linee di frattura sociale. E la rivoluzione incombente dell’AI. Organizzazione, contratti, tutele: per un Primo maggio che guardi al futuro

di
27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:27 AM
Immagine di Il lavoro che cambia la vita. Indagine sullo smart working

Google creative commons

Ho fatto un sogno in attesa del Primo maggio. Ho sognato che i sindacati s’impegneranno solennemente a difendere i diritti, i bisogni, gli interessi della nuova classe lavoratrice, quella che ha abbandonato del tutto la fabbrica, ma non l’industria, quella che si sposta da un impiego all’altro senza muoversi da casa, quella che sta facendo cadere la barriera tra il modo di lavorare e il modo di vivere. Venerdì è la festa del lavoro, ma di quale lavoro? Il residuo del secolo passato o il segno materiale del nuovo secolo? Lo chiamano telelavoro, lavoro da remoto o smart working che fa più fico, ma la sua stessa definizione è per lo più confusa. Invece è davvero qualcosa di nuovo che via via cambia anche il modo di abitare, di consumare, di muoversi, trasforma il volto delle case, degli uffici e delle città, rivoluziona i trasporti e l’ambiente, i rapporti personali e quelli professionali. Di questo vogliamo parlare e di come si può affrontare una tale metamorfosi. Un tema rimasto del tutto fuori dalla politica politichese, considerato ancor oggi tutto sommato marginale, errore che può diventare un’altra gigantesca occasione perduta. Perché le cose andranno comunque avanti su questa strada, anche se in modo peggiore soprattutto per chi lavora.
Karl Marx aveva ragione: la fabbrica è stata un passo avanti rispetto al lavoro a domicilio, e non solo perché ha prodotto la rivoluzione proletaria, ma i tardo marxisti oggi hanno torto. Lo smart working non è l’ultima fase dell’alienazione, al contrario è una nuova fase della ricomposizione tra tempo di vita e tempo di lavoro una scissione che ha generato, questa sì, alienazione. Può diventare la rivincita di Primo Levi, secondo il quale “se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può dare, l’amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Ne “La chiave a stella” scriveva anche: “Purtroppo è privilegio di pochi”. Può diventare di molti lavorando in modo diverso, in modo nuovo e con nuovi obiettivi?

Lavoro e lavori

L’idea del lavoro a distanza non è così recente, è nata durante la crisi petrolifera degli anni Settanta negli Stati Uniti. La forte domanda di carburanti e i prezzi elevati costrinsero alcune aziende a cercare modi per ridurre i costi e migliorare l’efficienza. Nonostante questi termini siano ormai utilizzati come sinonimi, telelavoro e smart working non definiscono esattamente lo stesso tipo di lavoro a distanza. Il primo prevede lo svolgimento delle attività lavorative da una postazione fissa, solitamente presso il domicilio del lavoratore, seguendo orari e modalità simili a quelli dell’ufficio. Si tratta di una forma rigida, vincolata a determinati strumenti e luoghi. Lo smart working, invece, ha un approccio flessibile, orientato al raggiungimento degli obiettivi, senza vincoli di luogo od orario, purché siano garantiti i risultati, punta a migliorare il bilanciamento tra vita privata e lavorativa, favorendo autonomia e responsabilità.
Secondo un rapporto di McKinsey Global Institute, nel 2023 oltre il 30 per cento dei lavoratori nei paesi sviluppati svolge la propria attività in modalità completamente remota o ibrida. Il World Economic Forum, nel suo “Future of Jobs Report 2024”, conferma questa tendenza alla crescita della forza lavoro globale che opererà in modalità flessibile. I settori più comuni nei quali si può lavorare fuori dalla fabbrica o dall’ufficio sono il servizio clienti e il telemarketing; le chiamate dai call center, la programmazione, la formazione, l’insegnamento a distanza, l’e-learning, il marketing, per fare gli esempi più diffusi. Ma attenzione, la diffusione dell’intelligenza artificiale consentirà in men che non si dica di spostare fuori dai tradizionali luoghi fisici anche attività che oggi non ne possono fare a meno. Aziende tecnologiche, assicurazioni, banche e servizi in genere sono i settori dove lo smart working è finora più diffuso, le posizioni più ricercate includono addetti al servizio clienti, data entry, operatori call center, blogger, copywriter e programmatori.
L’evoluzione in Italia può essere suddivisa in diverse fasi. Prima della pandemia era noto, ma con una applicazione limitata a poche grandi aziende e settori specifici: era un’innovazione, non una prassi diffusa. Nel biennio del Covid-19, tra il 2020 e il 2022, l’emergenza sanitaria ha accelerato in modo esponenziale l’adozione dello smart working. Per necessità, moltissime aziende, sia pubbliche sia private, hanno dovuto adottarlo, spesso in modo “semplificato” e senza la necessità di un accordo individuale scritto, come previsto dalla legge. Dopo la pandemia si è tornati alla disciplina ordinaria che richiede un accordo tra datore e lavoratore. Tuttavia, non c’è stato quel balzo indietro che molti prevedevano. Il numero di smart worker in Italia si è stabilizzato su livelli elevati, circa quattro milioni, con una previsione di ulteriore crescita. Le imprese, sia private che pubbliche, ma anche le scuole in particolare le università, hanno capito i benefici e hanno continuato a offrire questa modalità, spesso in forma “ibrida”, alternando il lavoro in ufficio o nelle aule e quello fuori in casa o altrove.

Padrone del mio lavoro

Quali sono i vantaggi? Il più ovvio è svolgere la propria attività professionale in qualsiasi luogo, basta una connessione internet che però deve essere buona, ci vuole la fibra ottica. Si possono stabilire i propri orari anche se vanno concordati e coordinati con l’organizzazione aziendale. I giornalisti che stanno “sul marciapiede” soprattutto in giro per il mondo hanno fatto da anticipatori. I telelavoratori possono risparmiare tempo e denaro e non solo per loro stessi. Si tagliano le ore per andare e venire dall’uffifficio, contribuendo così a ridurre la congestione del traffiffico e le emissioni di carbonio. Le imprese, dal canto loro, vedono ridursi i costi degli uffiffici, delle utenze, delle infrastrutture. Secondo un’indagine di Global Workplace Analytics, esse risparmiano fino a 10.000 euro all’anno per dipendente sulle spese relative alla gestione dell’uffifficio. Produttività ed efficienza possono crescere fino al 15 per cento, calcola uno studio della Stanford University. Il rischio, però, è che si moltiplichino le riunioni in call ridondanti se non inutili. E questo ci introduce al bisogno di rivedere l’intera organizzazione aziendale in base a due criteri: autonomia e responsabilità.
Proprio il senso di responsabilità dei dipendenti migliora in modo evidente lavorando a distanza, con una sorveglianza meno costante da parte dei superiori i quali devono fare affiffidamento sul proprio team, perché i tele-lavoratori non operano in solitudine, ma all’interno di un gruppo e di una rete che li tiene in contatto tra loro. E’ un modello orizzontale che si sostituisce a quello verticale (e verticistico) tipico dell’organizzazione fordista. Dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi potremmo dire che lo smart working è un’evoluzione, grazie a internet, di quella struttura per isole produttive che aveva caratterizzato il modello giapponese adottato via via sempre di più nei paesi industrializzati occidentali. Con una maggiore autonomia da parte dei lavoratori e nello stesso tempo la possibilità per le imprese di reclutare un maggior numero di talenti da diverse località geografiche e trattenerli. L’accesso al talento su base davvero mondiale è uno dei vantaggi professionali e produttivi prodotti dalla globalizzazione tanto esecrata, un tempo da sinistra oggi da destra. La polemica venata di xenofobia sulle chiamate dai call center con esotici accenti stranieri è un altro esempio di quanto limitata e provinciale sia la visione delle trasformazioni che stiamo vivendo nella nostra vita quotidiana a cominciare proprio dalla nostra vita professionale.

Un nuovo sfruttamento?

Se ha aperto nuove opportunità, il lavoro da remoto ha anche creato nuove linee di frattura sociale. La “remotizzazione” riguarda principalmente i lavori nei servizi e quelli altamente specializzati nei settori tecnologici, finanziari e creativi, mentre rimane inattuabile per molte professioni manuali o intellettuali. Anche l’accesso alla connettività digitale rappresenta un fattore di disuguaglianza: le aree rurali o comunque con infrastrutture inadeguate rischiano di essere tagliate fuori da questa rivoluzione, creando ulteriori disparità territoriali. L’isolamento sociale può diventare un serio pericolo: lavorare da casa rischia di isolare dall’interazione sociale, è un aspetto sentito anche da realtà come le scuole, nonostante posseggano strumenti per ottimizzare la didattica a distanza e ridurre lo svantaggio. L’insegnamento da remoto diventato normale durante la pandemia ha suscitato reazioni avverse delle quali si sono fatti portavoce i mass media, tuttavia in questi anni si stanno diffondendo le università telematiche dove l’insegnamento avviene sempre a distanza. Anche negli atenei più tradizionali i docenti si sono acconciati al nuovo sistema che è un vantaggio per giovani che abitano in lontane periferie o anche in altri luoghi. I fuori sede non si debbono più sottoporre a faticosissimi trasferimenti, possono non accalcarsi in piccoli appartamenti o per i pochi fortunati che le trovano, nelle case dello studente. Quanto meno, possono alternare lezioni in presenza e a distanza.
La gestione del tempo si fa più complessa. Molti critici sostengono che quando si lavora in remoto, da un lato è facile perdere la scansione della propria giornata, dall’altro diventa più facile farsi distrarre da altre attività o ancor più da altre necessità, come la gestione dei figli soprattutto se in tenera età. Questo può influire sulla produttività e sull’effifficienza, può costringere a lavorare più ore e soprattutto rende più confusa e penosa la stessa vita famigliare. Incapaci di distinguere tra le diverse dimensioni della propria vita rendono tutto più stressante e complicato. Secondo alcuni studi due lavoratori a distanza su tre soffrono di sindrome da burnout, con seri problemi a staccarsi dal lavoro e separarlo dalla esistenza personale. Altri sostengono che si crea una dipendenza dalla tecnologia per colmare la mancanza di uno spazio fisico diverso, quindi si resta incollati allo schermo sia per lavorare sia per sganciarsi dal lavoro. E questo riduce la capacità di comunicare con altri esseri viventi, crea una umanità la cui mente è diventata un algoritmo e la sua anima un deserto di sentimenti. Preoccupazioni eccessive, rischi solo potenziali? Forse, ma è sempre meglio capire fino in fondo le conseguenze della nuova dimensione lavorativa.
Il ricorso allo smart working non è un diritto del lavoratore o un obbligo del datore di lavoro, ma si basa su un accordo scritto tra le parti che stabilisce le condizioni, i tempi di riposo, il diritto alla disconnessione e l’uso degli strumenti tecnologici. Numerose aziende in Italia e all’estero offrono opportunità di lavoro da casa, specialmente nei settori IT, marketing, servizio clienti e formazione. Amazon, Tim, Siemens e Mars Italia sono note per lo smart working, OpenAI, Microsoft AI, Google DeepMind, Amazon AI, Meta AI assumono da remoto. Piattaforme come Upwork, Fiverr e LinkedIn collegano freelance con datori di lavoro.

Dal telaio al computer

L’equilibrio tra lavoro e vita privata è un passaggio chiave dello smart working. In media, i telelavoratori risparmiano 60 minuti al giorno di tempo per il tragitto, il che equivale a più di 93 ore all’anno. Ma così facendo non stiamo in realtà mascherando un balzo indietro di due secoli proprio grazie alle nuove tecnologie, quelle digitali? Un ritorno a un’era pre industriale mascherata da progresso post industriale? Il lavoro a domicilio in realtà non è mai scomparso del tutto nemmeno nei due secoli segnati dalle grandi fabbriche-caserma. Nel periodo fordista divenne sempre più femminilizzato e rimase spesso invisibile alle statistiche ufficiali, nonostante coinvolgesse stabilmente in Italia circa un milione di lavoratrici tra fine anni Cinquanta e primi anni Settanta del secolo scorso. Inchieste promosse da partiti e associazioni politico-sindacali e associazioni femminili hanno fatto emergere la sua ampiezza, oggetto di ben due diverse leggi, nel 1958 e nuovamente nel 1973, tese a tutelare le lavoranti a domicilio e ridurre l’espansione del fenomeno. L’idea che fosse una forma produttiva economicamente arretrata, un residuo del passato incompatibile con il sistema di fabbrica, appare scarsamente coerente con lo sviluppo effettivo dell’Italia degli anni del miracolo. Alla fine degli anni Cinquanta era diffuso in tutte le regioni, in una molteplicità di settori industriali e lavorazioni.
Organizzazioni sindacali e perfino imprenditoriali lamentavano già allora la smobilitazione di interi reparti industriali a favore della proliferazione del lavoro a domicilio, molto meno costoso del lavoro operaio in fabbrica. Le lavoranti erano infatti tenute a dotarsi dei macchinari necessari allo svolgimento del lavoro, generalmente affittando o acquistando a rate le macchine dalle stesse fabbriche che appaltavano loro le mansioni. In larghissima parte senza contratto, queste lavoratrici non beneficiavano di quei diritti garantiti dai contratti alle operaie di fabbrica: assistenza sanitaria, trattamento di maternità, assicurazione contro i licenziamenti, ferie, contributi per la pensione. Il lavoro a domicilio non aveva le caratteristiche del lavoro autonomo, invece rappresentava spesso una forma di lavoro dipendente mascherato. Di fatto le lavoranti ricevevano un salario complessivo, calcolato in regime di cottimo ma prestabilito unilateralmente dal committente. La crisi che ha investito il sistema fordista negli anni Settanta del secolo scorso ha generato nei decenni successivi una espansione del lavoro a domicilio su scala globale che ha portato nel 1996 al varo della Home Work Convention da parte dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. In paesi occidentali come l’Italia dove la nuova legislazione progressista del 1973 non riuscì ad arginarne la cresciuta a scapito del lavoro operaio, il lavoro a domicilio ha teso a ridimensionarsi con la crisi e ristrutturazione del comparto del tessile-abbigliamento e la delocalizzazione di parte della produzione. Ma dagli anni Ottanta l’era del piccolo è bello, del sommerso, dei cespugli è stata un gigantesco revival del lavoro diffuso nei territori, dalle fabbrichette in cantina, alle vere e proprie abitazioni-laboratorio.
La casa nel lavoro a domicilio è stato il vero centro della produzione e oggi lo è di nuovo in quello agile o smart anche se con grandi differenze. Accanto ai membri del nucleo famigliare, un tempo la manodopera poteva comprendere anche pensionanti, celibi, nubili e vedove; oggi lo smart working consente di allungare la vita lavorativa, e chi lavora può essere anche aiutato da chi vive con lui, ma la funzione resta strettamente personale. A differenza delle fabbriche, nel lavoro a domicilio la manodopera non soggiaceva al controllo diretto dei datori di lavoro e poteva stabilire liberamente l’intensità e i ritmi di produzione. Oggi le tecnologie digitali consentono un controllo anche molto capillare. Il margine di autonomia dei lavoratori a domicilio allora era comunque ridotto, dato che l’entità delle commesse e quindi i loro introiti dipendevano direttamente dall’andamento congiunturale. Un tempo solo un piccolo stallo nel commercio comportava una riduzione dei salari; nel caso di crisi maggiori vi era il rischio di rimanere disoccupati. Gli effetti erano più gravi quando la caduta delle vendite era accompagnata da un aumento dei prezzi dei generi alimentari; il rincaro privava del pane e la crisi di mercato faceva mancare le entrate. Ciò accadeva allora, ma torna a succedere ogni volta che la crescita dei prezzi diventa una vera fiammata dell’inflazione.
Nel secolo scorso molti lavoratori a domicilio anche nei periodi di alta congiuntura lavoravano per salari “che non bastavano né per vivere né per morire”. La situazione era particolarmente difficile in quei rami (ad esempio la tessitura della seta) in cui il lavoro a domicilio risultava concorrenziale solo grazie ai bassi livelli retributivi. Nelle mansioni non qualificate, dove vi era un eccesso di manodopera, i salari risultavano molto bassi. Con la globalizzazione grazie a quella che è stata chiamata la mondializzazione della classe operaia, fuor di metafora l’irrompere nella catena dell’offerta del modo di produzione asiatico, la concorrenza al ribasso dei salari è diventata di nuovo un fenomeno rilevante che ha colpito duramente i lavoratori dei paesi occidentali le cui retribuzioni sono ancor oggi enormemente più alte. Ciò ha costretto le imprese ad aumentare l’uso di macchinari che rimpiazzano sempre più i lavoratori, prima nella manifattura poi nei servizi. I computer collegati a internet hanno avuto lo stesso impatto dei robot in fabbrica introdotti già decenni prima. Ma il lavoro umano non è stato rimpiazzato come spesso si dice, è stato trasformato e insieme a esso sono cambiati i luoghi nei quali viene esercitato.

I contratti smart

Il lavoro a domicilio oggi non ha nulla di selvaggio o di ottocentesco. Ma non è più nemmeno improvvisato o spontaneo come prima della pandemia che ha rappresentato la vera svolta. Dal primo aprile 2024 l’accesso allo smart working deve avvenire per tutti con la stipula di un accordo individuale tra lavoratore e datore di lavoro sia privato che pubblico, secondo quanto stabilito dalla L. n. 81/2017. Non è più concesso in alcun modo e per nessuna categoria di lavoratore il regime semplificato, cioè senza accordo e per le vie brevi. Ciò evidentemente non significa né che i fragili abbiano minor tutela, né tanto meno che essi non siano più contemplati: semplicemente, vengono uniformate le regole. Tutte le comunicazioni (di attivazione) debbono essere inviate in via telematica seguendo il canale ordinario, pena la sanzione, spiegano le nome. Il ritorno al regime ordinario vuol dire, in altri termini, una modalità di svolgimento della attività lavorativa che ha lo scopo di “incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e lavoro”. Quindi, il lavoratore non potrà più pretendere di lavorare da remoto né il datore di lavoro potrà imporlo unilateralmente.
Ma la confusione regna ancora, se non sovrana certo diffusa. Nella contrattazione collettiva il fatto dei rapporti a distanza alternata tra sede interna ed esterna di lavoro, ed eventualmente tecnologici, è chiamato agile e/o di smart working. L’istituto è detto lavoro agile nel contratto Banca del Piemonte, lavoro flessibile alla Banca Popolare Etica, smart-working alla Siemens, smart working - lavoro agile nel contratto Cariparma Crédit Agricole e in quello dell’Enel), solo smart working alla Barilla, smart work nel contratto General Motors Powertrain, smartworking alla Zurich Italia e alla Engie Servizi. Potremmo continuare a lungo, non sono sfumature lessicali, spesso dietro le diverse parole ci sono condizioni diverse.
A mano a mano che il lavoro a distanza si normalizza e i miglioramenti di produttività diventano consistenti bisognerà rivedere anche il tempo di lavoro nel suo insieme. La settimana corta, la contrattazione degli straordinari, la struttura e la flessibilità delle paghe, tutto questo andrà rivisto con la contrattazione prima che con la legislazione. Così torniamo al sogno dal quale sono partito. Tutto ciò senza negare problemi, contraddizioni, limiti. Non c’è da sbandierare “magnifiche sorti e progressive”, occorre accompagnare la grande trasformazione mettendo al centro l’uomo. Ciò vale ancor più per l’intelligenza artificiale che moltiplicherà il suo impatto sul lavoro e sulla sua organizzazione. L’AI richiede luoghi fisici sempre più grandi ed energivori per farla funzionare, ma non ha bisogno di impianti o strutture specifiche dove applicarla e farla funzionare. Su questo non si è ancora riflettuto abbastanza; lo si dovrà fare al più presto, senza fette di prosciutto sugli occhi e senza negare le ricadute negative.

La trappola nel tinello

Casa e ufficio, un tutt’uno? Attenti a una trappola mortale. Un tempo anche l’impresa famigliare si concentrava nel tinello di casa. Mitica era la governance di alcune famose aziende non proprio piccole in rapporto alle dimensioni medie italiane: si raccontava di come il re delle piastrelle Giorgio Squinzi, patron della Mapei, riunisse la famiglia a colazione per prendere le principali decisioni. Lavoro a domicilio anche quello. Ma la famiglia è bella se non è litigarella dice un proverbio e spesso lo è, come dimostrano tutte le vicende sulla spartizione dell’eredità delle quali sono piene le cronache. Trovare un punto d’equilibrio tra lavoro e famiglia è complicato e per molti uscire di casa, incontrare colleghi anche se non proprio amici, diventa non una fuga, ma un completamento sociale della propria esistenza. Dunque, attenti non ricadere in una visione arcaica, da maso chiuso. Tuttavia, lo ripetiamo, lo smart working non è il ritorno del vecchio lavoro a domicilio, tutt’al più una sua evoluzione in una società che è diventata più aperta e resiste a ogni tentativo di rinchiuderla di nuovo nelle antiche gerarchie.
Il lavoro agile o smart che dir si voglia ha avuto già un effetto sui consumi a cominciare dalla logistica. Il delivery è diventato un nuovo business e una nuova attività fiorente. Negli Usa c’erano già da decenni, a New York e nelle grandi città, giovanotti in bici da corsa che potavano il pranzo, perché negli uffici non c’era non solo la mensa, ma nemmeno la pausa pranzo. Allora l’ufficio totale in una società chiamata post industriale aveva sostituito la fabbrica caserma, anticipando processi che si sarebbero diffusi anche in Europa. Oggi i rider in Italia hanno un contratto, una forma di collaborazione autonoma, ma organizzata, con paga oraria o a consegna, e bonus per alte prestazioni. Indipendentemente dal contratto, sono previste l’assicurazione contro infortuni e malattie professionali, la sicurezza nei luoghi di lavoro e il divieto di discriminazione. Il salario è minimo, tra 8 e 10 euro l’ora, e ci sono già le classiche e inevitabili agitazioni sindacali. Dunque si è creata una nuova categoria di lavoratori un tempo spontanei oggi sempre più organizzati. Una sentenza della Cassazione ha stabilito che, se l’algoritmo organizza tempi e luoghi, il rider è un collaboratore etero-organizzato, applicando le tutele del lavoro subordinato.
Ma lo smart working porta con sé una catena di altre trasformazioni. Prendiamo ad esempio l’energia: consumi e distribuzione cambiano a favore delle abitazioni. C’è bisogno di maggiore potenza installata in modo più capillare, con problemi di costi e tariffe, ma anche una diversa dinamica dei consumi. Uno dei più evidenti cambiamenti riguarda i consumi di ogni genere da quelli alimentari al vestiario dove la nuova dimensione diventa fisicamente evidente. Scompaiono non solo la cravatta e la giacca, ma perfino la camicia. Altro che grisaglia, si moltiplicano t-shirt, jeans, felpe, si lavora in tuta, ma non quella del meccanico, quella del ginnasta. Attenti alla sindrome dello sciamannato.

Zoom town

E’ quella che molti chiamano “la grande migrazione digitale”, con milioni di persone che hanno abbandonato i costosi centri urbani per trasferirsi in provincia o addirittura in altri paesi. La città non è più caratterizzata dal flusso periferia-centro-periferia in momenti precisi della giornata. Non sono più i tempi dei tram che scaricavano all’alba ai cancelli della Fiat Mirafiori fiumane di uomini pronti a diventare l’operaio massa idealizzato da Potere operaio. Ma è superata anche la fabbrica accogliente dei capitalisti illuminati (o paternalisti). Le grandi città stanno vivendo una trasformazione significativa. I distretti degli uffici, un tempo brulicanti di attività, devono reinventarsi. A New York circa un quinto degli spazi adibiti a uffici è attualmente vuoto, con molti edifici in fase di riconversione verso uso residenziale o misto. Il Cushman & Wakefield Global Office Impact Study stima che entro il 2030 il 20 per cento degli uffici globali cambierà destinazione d’uso. Secondo l’indice immobiliare Zillow (2024), il principale indicatore del mercato residenziale statunitense che analizza milioni di transazioni e valutazioni, i prezzi degli immobili nelle grandi città come New York, San Francisco o Londra hanno subito una flessione media del 12 per cento nelle aree centrali, mentre sono aumentati vertiginosamente (+24 per cento in media) nelle località turistiche, nelle zone rurali ben connesse e nelle città di medie dimensioni.
L’Osservatorio del Mercato Immobiliare di Nomisma, società di ricerca economica italiana che pubblica semestralmente i rapporti sul mercato residenziale basati su transazioni effettive in 13 grandi città, conferma questo trend anche in Italia, con un calo del 7 per cento nei distretti centrali delle grandi città e aumenti fino al 18 per cento in località costiere e borghi ben collegati nell’ultimo rapporto del 2023. Non si può ancora dire che Milano, Roma e Napoli, le tre maggiori aree metropolitane nelle quali si è via via concentrata la popolazione italiana, si stiano spopolando, piuttosto si sono diffuse nel territorio, diventando aree urbane spalmate come la marmellata: tra Milano e Brescia è come se ci fosse una sola megalopoli, così accade con una espansione a raggiera intorno alla capitale d’Italia o nell’area vesuviana, anzi in quella estensione quasi senza soluzione di continuità tra Salerno e Caserta passando per Napoli. Anche le infrastrutture urbane sono in fase di ripensamento: meno spazio per pendolarismo e più attenzione alla connettività digitale, alle aree verdi e agli spazi pubblici di qualità. Milano, per esempio, ha lanciato il progetto “15 Minute City”, che mira a garantire tutti i servizi essenziali entro 15 minuti a piedi o in bicicletta dalla propria abitazione.
Un fenomeno emergente è quello delle “zoom town”, località che hanno conosciuto un boom demografico grazie all’afflusso di nomadi digitali che si collegavano con l’ufficio da piattaforme di videoconferenza come Zoom. Da Tulsa in Oklahoma a Madeira in Portogallo, da Savannah in Georgia a Bali in Indonesia, numerose aree hanno visto una trasformazione radicale del proprio tessuto sociale ed economico. Molte di esse hanno sviluppato programmi specifici per attrarre i nomadi digitali: sconti fiscali, visti speciali, spazi di coworking pubblici e persino contributi economici per il trasferimento. Tulsa nel 2020 offriva diecimila dollari a chi decideva di trasferirsi lavorando in remoto, mentre il Portogallo ha creato un visto specifico per nomadi digitali che garantisce condizioni fiscali vantaggiose. Esempio seguito dall’Italia che dal 2022 ha introdotto il “visto per nomadi digitali”, un permesso di soggiorno della durata di un anno (rinnovabile) destinato a “lavoratori che svolgono attività altamente qualificate attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che consentono di lavorare da remoto” provenienti da paesi extra Ue. Uno strumento normativo che si inserisce nella strategia nazionale di rilancio delle aree interne e dei borghi storici, facilitando l’arrivo di lavoratori stranieri con elevata capacità di spesa.
In Italia, il lavoro remoto sta contribuendo a un parziale riequilibrio tra nord e sud. Secondo l’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, oltre 103 mila lavoratori hanno scelto di trasferirsi dalle grandi città del nord verso località del centro-sud, attratti dal minor costo della vita e dalla migliore qualità ambientale. I dati Istat confermano questa tendenza, registrando per la prima volta in decenni un saldo migratorio positivo per alcune province del Mezzogiorno nel biennio 2022-2023. Borghi come Colletta di Castelbianco in Liguria o Civita di Bagnoregio nel Lazio sono diventati veri e propri hub per lavoratori digitali. In Sicilia, il comune di Sambuca ha venduto case a un euro a condizione che gli acquirenti le ristrutturassero, attirando numerosi professionisti in smart working.

Il lavoro meticcio

Secondo gli esperti, il futuro non sarà caratterizzato né dal ritorno completo in ufficio né dal lavoro totalmente remoto, ma da un modello flessibile con una continua ibridazione tra le varie forme. Il meticciato sarà la norma non perché si diffonderà il lavoro nero sia chiaro, ma perché non ci sarà più una forma dominante, magari una maggiore delle altre, a seconda del cambiamento delle preferenze, delle condizioni sociali, delle applicazioni tecnologiche. Le aziende stanno scoprendo che il lavoro remoto può aumentare la produttività e ridurre i costi, ma riconoscono anche l’importanza dell’interazione personale per l’innovazione e la cultura aziendale. Questo nuovo assetto richiede un ripensamento degli spazi di lavoro, che diventeranno sempre più luoghi di incontro, collaborazione e socializzazione, piuttosto che postazioni operative. Parallelamente, assisteremo alla crescita di spazi di co-working distribuiti sul territorio, per offrire ai lavoratori remoti ambienti professionali vicino alle proprie abitazioni. La rivoluzione del lavoro remoto è solo all’inizio, con una dialettica aperta, non sempre componibile tra libertà e tecnologia.
Tempo fa l’Ibm aveva colpito l’immaginazione con una efficace pubblicità: raffigurava una persona seduta all’ombra di una quercia, ma non stava schiacciando un pisolino, stava pensando, quindi lavorava. “I Think”, io penso, era la parola d’ordine sotto il logo della Ibm, un cartello appeso in ogni stanza nel quartier generale ad Armonk nello stato di New York come nella sede italiana di Segrate. Io penso e non solo a che fare oggi, ma a che cosa si può fare domani. Io penso ed elaboro i nuovi modelli linguistici. Io penso, sotto un albero, sulla spiaggia, a casa mia come in ufficio, e sono io che penso, non la macchina. Ciò ci porta di nuovo all’altra grande rivoluzione che s’intreccia anzi in un certo senso prolunga quella dello smart working: l’uso e la diffusione dell’intelligenza artificiale, quella applicata in tutte le attività in attesa che quella generale crei una macchina per sfidare dio e poi fare la fine di Icaro. Ma questa è una prossima puntata.