I mercati ci dicono perché l’ottimismo è possibile anche quando sembra impossibile

Non premiano le dichiarazioni, ma la prevedibilità, ovvero la certezza che alla fine del percorso, per quanto le cose sembrino andare male, forse non andranno così male come appare. Dalla Groenlandia ai dazi, fino alla guerra in Iran

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24 APR 26
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Foto ANSA

Le cattive notizie, lo sappiamo, tendono ad avere sempre una corsia preferenziale nel dibattito quotidiano e quando una notizia negativa fa capolino davanti agli occhi di un giornalista, quella notizia inizierà inevitabilmente a viaggiare con la stessa velocità con cui le auto blu viaggiano a sirene spiegate nelle strade delle nostre città. Quando poi c’è una guerra in corso, notizia negativa per antonomasia, il moltiplicatore delle notizie negative diventa quasi incontrollabile e immaginare di poter raccontare qualcosa di non negativo di fronte allo scenario più negativo possibile è come provare a promuovere il veganesimo in una macelleria. Eppure, in questi giorni, di fronte agli occhi dei cronisti è apparsa più volte una notizia non negativa, non diciamo positiva per evitare di turbare eccessivamente le coscienze, che è stata da molti considerata, essendo positiva, come una non notizia. Il Wall Street Journal, con sfacciataggine, due giorni fa ha scelto di mettere questa notizia in prima pagina. E la notizia merita di essere studiata e commentata. Tema: perché il mercato in tempo di guerra continua a crescere? Svolgimento: ci sono momenti in cui le cattive notizie sono cattive notizie per i mercati, ci sono momenti in cui le cattive notizie sono buone notizie per i mercati e ci sono momenti in cui le cattive notizie non vengono nemmeno percepite dagli investitori. Perché? I tre principali indici azionari statunitensi sono tornati ai livelli prebellici e li hanno addirittura superati.
Le “Magnifiche 7” del settore tecnologico hanno guadagnato 2.500 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato negli ultimi otto giorni. Perché? Un’interpretazione offerta da molti osservatori suggerisce che i mercati abbiano capito meglio dei politici quanto uno dei grandi agenti del caos globale, ovvero Donald Trump, per quanto possa apparire minaccioso nei suoi intenti distruttivi, alla fine rinuncerà sempre ai suoi piani più drastici. E’ successo pochi giorni fa con l’Iran (la civiltà non è stata ancora annientata). E’ successo settimane fa con la Groenlandia (l’invasione non è stata ancora messa a punto). E’ successo tempo fa con i dazi (le nuove tariffe promesse per i paesi europei solidali con la Groenlandia non si sono viste). L’idea che i mercati abbiano preso le misure a Trump ci dice qualcosa forse sull’esito della guerra in Iran e sulla convinzione da parte degli investitori che alla fine, al netto di qualche costoso sacrificio in termini di costo della benzina, la pace potrebbe non essere lontana e gli accordi tra America e Iran potrebbero non essere svantaggiosi per l’occidente. Ma l’ottimismo incontenibile e apparentemente inspiegabile veicolato dai mercati nelle ultime settimane in cui l’ottimismo non ha certo abbondato negli equilibri internazionali, ci costringe ad allargare l’inquadratura e ci spinge a chiederci se non ci sia un fenomeno che riguarda un tema più generale collegato a un non detto della nostra contemporaneità. E se è vero che le borse sono il termometro con cui in economia si misura la fiducia verso il futuro non si può non notare come negli ultimi anni nonostante tutto la fiducia nel futuro da parte degli investitori non sia mai venuta meno.
Dal 2020 a oggi il mondo ha conosciuto pandemie, choc energetici, crisi economiche, picchi di inflazione, guerre, populismi, protezionismi, dazi, aggressioni alla globalizzazione. Eppure, nonostante tutto questo, dal 2020 a oggi le borse globali hanno guadagnato circa l’80 per cento, secondo indici ampi e consolidati come l’Msci World, che rappresenta i principali mercati sviluppati del mondo. Il mercato, probabilmente, riesce a vedere il film intero, ovvero quello che il singolo fotogramma non riesce a restituire all’osservatore più pigro. E il film intero – follow the money – ci dice che chi investe denaro non ha mai avuto così tanta fiducia nel futuro come in questi anni. Non per il piacere del masochismo, non per la gioia dell’irresponsabilità, non per il gusto di fare scommesse al buio, ma perché molto semplicemente vi è una consapevolezza diffusa difficile da formulare ma altrettanto difficile da negare: i problemi nel mondo sono tanti, forse sempre di più, ma non vi è mai stata nella storia dell’umanità una quantità tale di strumenti da utilizzare per risolvere anche problemi apparentemente irrisolvibili. Trump è un pezzo di questa storia, naturalmente, perché i mercati hanno imparato a crollare quando le scelte del presidente americano potevano condurre a strade senza uscita. Ma il dato forse più interessante che ci restituisce le ragioni che spingono gli investitori a essere nonostante tutto molto ottimisti sul futuro è quello che arriva da un segmento che ha saputo generare anticorpi in grado di aiutare il mondo ad adattarsi al presente.
La globalizzazione, come sappiamo, è stata duramente attaccata da Trump, a colpi di dazi, di ricatti, di colpi sotto la cintura. Ma nonostante questo i mercati hanno sempre creduto nella capacità degli stati di adattarsi alle minacce di Trump e i numeri ci aiutano ora a capire perché. Giorni fa, il 7 aprile, l’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, ha certificato che nonostante i dazi il commercio mondiale nel 2025 è cresciuto di 2,5 trilioni di dollari, arrivando al record di 35 trilioni. Pochi giorni prima, Dhl aveva già notato che, nonostante i dazi, il commercio di beni nel 2025 è cresciuto al ritmo più forte dal 2017 e che il mondo non si sta spezzando in due blocchi separati: c’è più de-risking che decoupling. La Wto ha detto la stessa cosa con un’altra formula: nel 2025 il volume del commercio mondiale di merci è cresciuto del 4,6 per cento, molto più del previsto, anche grazie alla domanda di beni legati all’AI. Gli osservatori più esperti sostengono che il miracolo dei mercati sia lì a ricordare che i mercati non premiano le dichiarazioni, ma la prevedibilità, ovvero la certezza che alla fine del percorso, per quanto le cose sembrino andare male, forse non andranno così male come appare. Credere che tutto possa andare bene quando la nostra timeline è invasa da notizie negative è difficile. Provare a capire come dal disordine possa nascere un nuovo ordine, anche in Iran, può aiutarci a osservare non il famoso bicchiere mezzo pieno ma un pezzo di realtà che forse è lì di fronte a noi ma che, abituati a considerare solo le notizie negative, non riusciamo a considerare una notizia possibile. Lunga vita ai mercati, e al loro ottimismo irresponsabile e coraggioso che meriterebbe di diventare un giorno finalmente contagioso.