L’asse speciale che ha cambiato le carte in Mps. Ritratto di Vittorio Grilli

Dagli incarichi al ministero alla nomina a sorpresa di Lovaglio. Chi è il presidente di Mediobanca, considerato il banchiere più vicino al governo

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22 APR 26
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Foto LaPresse

Milano. Vittorio Grilli, ex top manager di Jp Morgan e oggi presidente di Mediobanca, è considerato il banchiere più vicino al governo Meloni. In realtà, banchieri d’affari come lui non sono vicini a nessuno, seguono, piuttosto, la traiettoria politica che più riesce a incidere nella definizione degli assetti finanziari del paese e, di conseguenza, sull’evoluzione della loro carriera. Ma la particolarità di Grilli è quella di essere stato anche un grand commis di stato in varie compagini, ministro dell’Economia del governo di Mario Monti e prima ancora potente direttore generale del Tesoro e negli anni Novanta nella cabina di regia dello stesso ministero accanto a Mario Draghi per dirigere le privatizzazioni. Insomma, è entrato e uscito da via XX Settembre alternando gli incarichi istituzionali con quelli in banche d’affari internazionali. Con questo esecutivo Grilli ha costruito buone relazioni fin dall’inizio entrando, per esempio, in contatto con Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni, sul dossier per la vendita della rete Telecom al fondo Kkr di cui Jp Morgan è stata advisor (e Mediobanca lo è stata per Tim). Poi un giorno si è ritrovato a fare una scelta di campo per la governance del Montepaschi e ha fatto quella che sentiva più vicina alla sua visione strategica e alle sue ambizioni, vale a dire creare una Jp Morgan Chase all’italiana che lo veda presidente. Grilli ha lavorato, da dietro le quinte per la lista Plt-Lovaglio che sfidava quella del cda uscente di Mps sostenuta da Francesco Gaetano Caltagirone con Fabrizio Palermo come candidato ad. Non è esagerato dire che abbia avuto un ruolo centrale nei giochi che hanno portato al ribaltone del 15 aprile e che da tutta questa partita esce rafforzata anche la sua posizione in Mediobanca dove, invece, potrà incontrare qualche difficoltà imprevista l’ad Alessandro Melzi d’Eril, ora che Lovaglio sta per riprendere in mano le redini del Monte con l’intenzione di accelerare con l’integrazione di Piazzetta Cuccia.
Negli ambienti finanziari si racconta che è stato Grilli nelle settimane precedenti all’assemblea a curare i canali di comunicazione con i grandi fondi internazionali, in particolare Blackrock e Norges Bank, che, contrariamente alle indicazioni dei Proxy, hanno votato a favore di Lovaglio. La cosa ha suscitato anche una certa sorpresa essendo Grilli vicino a Caputi, il quale, in teoria, avrebbe dovuto augurarsi la vittoria della lista del cda come naturale prosecuzione di un assetto sponsorizzato a Chigi che ha consentito a Mps di conquistare Mediobanca. Ma le cose sono andate diversamente e ancora non è chiaro cosa sia accaduto all’interno della maggioranza e perché il vento che soffiava a favore dei piani di Caltagirone sia a un certo punto cambiato. Tanto più che Grilli della scalata di Mps a Mediobanca è stato un regista silenzioso quando il Mef e il governo sembravano in sintonia nell’orientare il risiko bancario. Però, è anche vero che ha sempre appoggiato la linea di Lovaglio e trovato rischiosa la sua estromissione agli occhi di un mercato di cui sa sentire il polso e avendo ben presente, peraltro, che il banchiere che ha risanato Montepaschi gode della riconoscenza di Giancarlo Giorgetti. Inoltre, non è escluso abbia avuto un ruolo nella rottura degli equilibri tra i due grandi soci, Caltagirone e Delfin. Secondo alcune ricostruzioni, sarebbero stati gli eredi Del Vecchio a dare chiare indicazioni a Francesco Milleri di schierarsi contro la lista del cda di Mps volendo prendere le distanze da partite bancarie su cui pesa un’inchiesta giudiziaria e avendo, da loro punto di vista, questioni urgenti da risolvere come il riassetto della holding industriale di famiglia. Ma secondo altre, sulla scelta di Milleri avrebbero pesato le interlocuzioni avute proprio con Grilli il quale, va ricordato, in Mediobanca è entrato in quota Delfin. Nella visione di Grilli l’asse Lovaglio-Delfin-Mef (finché non esce del tutto) può assicurare una continuità nella gestione della terza banca italiana che, post fusione, avrà nel suo bilancio la partecipazione del 13 per cento in Generali. Mediobanca sarà a quel punto una divisione di business, sebbene prestigiosa e con un marchio importante, ma non avrà il potere di decidere sui futuri assetti del Leone. Su questo fronte, però, per adesso tutto tace in vista dell’assemblea di Generali che si tiene giovedì. Non sono previste grandi novità ma da come voteranno soci forti come Caltagirone, Delfin, Unicredit e Mediobanca sui punti all’ordine del giorno potrebbe emergere la mappa delle alleanze del nuovo risiko.