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Vent'anni di Bolkestein e le spiagge italiane sono ancora senza gare
L’obbligo di gare per le concessioni demaniali balneari e il divieto di proroghe automatiche resta ancora inattuato. In un paese in cui il turismo ha un impatto così significativo sul pil, alla politica spettava incardinare le gare entro un grande quadro di rilancio della qualità integrata dei servizi. Invece niente di tutto questo è successo
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16 APR 26

Una veduta delle spiagge e stabilimenti balneari della Versilia. Foto Ansa
Sono passati vent’anni dalla Direttiva Bolkenstein, volta alla liberalizzazione e all’eliminazione degli ostacoli alla concorrenza nel settore dei servizi. Una direttiva che in alcune parti era autoapplicativa. E che venne votata a larghissima convergenza da parte degli europarlamentari italiani appartenenti alle maggiori famiglie politiche europee. Dopo vent’anni e infinite polemiche, dilazioni e protrazioni, è ancora inattuato l’obbligo di gare per le concessioni demaniali balneari e il divieto di proroghe automatiche. Obbligo confermato nel 2021 dall’Adunanza plenaria del Consiglio di stato e nel 2023 dalla Corte di giustizia europea.
Ma veniamo all’oggi. L’11 marzo scorso il governo ha emanato un decreto legge, in corso di esame al Senato. Il decreto va approvato da ambo le Camere entro il 10 maggio, sennò decade. Il testo prevede la protrazione delle concessioni fino a fine 2027, e gare per il loro rinnovo bandite entro giugno 2027. E perché ciò sia possibile, il decreto prevede che, entro l’11 aprile scorso, il ministero delle Infrastrutture e Trasporti (Mit) guidato da Matteo Salvini deve trasmettere alla Conferenza unificata, l’organo di coordinamento tra governo, regioni, province e comuni, lo schema di bando nazionale per tenere le gare. E l’adozione con altrettanta urgenza di un decreto ministeriale Mit–Mef per stabilire il criterio di indennizzo ai concessionari uscenti, senza di cui le gare non possono essere bandite. Questo decreto congiunto era per altro previsto entro il 31 marzo 2025 dalla legge 118 del 2022. Ma non venne mai adottato dal governo nel 2025, come non sono stati adottati oggi nei termini previsti dal decreto in esame né lo schema nazionale dei bandi di gara, né quello sui criteri di indennizzo. Lo stesso governo non ha rispettato le scadenze al 2025 nemmeno per altri due atti previsti dalla legge 118: mai emanato dal ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) l’atto per indicare le aree sottratte a gare per motivi ambientali, né è stata data ancora piena attuazione all’atto di completa mappatura delle concessioni.
Il governo in questi anni ha approvato norme cui esso per primo non ha adempiuto, e senza misure attuative le gare non partono. Il caos non si limita all’aspetto economico; quello giuridico non è da meno. Il Consiglio di Stato con due sentenze del maggio 2024 ha legittimato la protrazione delle concessioni al 2027. Il Tar della Liguria ha invece ingiunto ai comuni di procedere subito alle gare, perché le concessioni vanno considerate scadute a fine 2023. E, analogamente, si è pronunciato a inizio 2026 il Tar abruzzese. Come non bastasse, le Sezioni Riunite della Cassazione il prossimo 12 maggio si pronunceranno sull’impugnativa presentata da da associazioni e concessionari balneari che accusano di eccesso di potere giurisdizionale l’Adunanza plenaria del Consiglio di stato del 2021, in cui si riconobbe piena legittimità alla celere attuazione dell’obbligo di gara. Un vero caos. I 650 Comuni in cui insistono le circa 30 mila concessioni con oltre 7mila stabilimenti balneari non sanno nemmeno se le concessioni sono scadute da anni o se valgono per altri 20 mesi. Né sanno come evitare, se scrivono bandi di testa propria, impugnative tanto dei concessionari attuali che di quelli eventualmente subentranti. E il parlamento dovrebbe ora entro tre settimane venire a capo di tutto questo? Pressoché impossibile.
Nel 2024 i canoni balneari incassati dallo stato hanno superato di poco gli 80 milioni di euro, a fronte di un fatturato diretto dei concessionari nel 2023, stimato da Nomisma, in almeno 2 miliardi di euro, con un indotto turistico nei territori di circa 15 miliardi e non meno di 300 mila lavoratori stagionali. In vent’anni di polemiche ideologiche, fa rabbrividire la mancanza di visione. In un paese in cui il turismo ha un impatto così significativo sul pil, e che è rimasto indietro rispetto a Spagna, Francia e Grecia sulla capacità di attrattività balneare, alla politica spettava incardinare le gare entro un grande quadro di rilancio della qualità integrata dei servizi dalle spiagge ai territori, per offerta culturale, sportiva ed esperienziale. Invece, niente di tutto questo. Solo un ridicolo rodeo contro i famigerati “stranieri che vorrebbero rubarci le spiagge”. Nessuna visione di pil potenziale. Il ministero del Turismo nemmeno è esistito, nel caos giuridico–economico di vent’anni buttati.