L'agonia dell'Ilva: sindaco e sindacati vogliono sabotare la vendita

Un'ordinanza sindacale per spaventare gli investitori. Urso non ha un piano, i debiti aumentano e il futuro dell'acciaieria è sempre più incerto. Oggi nuovo tavolo sulla cassa integrazione straordinaria

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16 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:17 AM
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Lo stabilimento Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi

Taranto. La centrale elettrica Ilva deve essere spenta entro 30 giorni e, di conseguenza, tutto lo stabilimento. Lo stabilisce l’ultima ordinanza del sindaco di Taranto, Piero Bitetti, indirizzata ai commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Le ragioni risiedono nel solito “principio di precauzione”. Mentre ancora la chiusura dopo il 26 agosto imposta dal tribunale di Milano in caso di mancati interventi ambientali che i commissari non hanno ancora attuato. Ordinanze che certamente, come in passato, verranno rigettate dal Tar. Con la sola conseguenza di aver riabilitato l’immagine del sindaco agli occhi della città che da anni chiede di chiudere il siderurgico, pur essendo la prima in Italia per numero di cassintegrati.
Me il vero effetto dell’ordinanza sindacale sarà quello di spaventare ulteriormente i possibili investitori. A suggerire il provvedimento infatti sono stati i sindacati (a cui il sindaco Bitetti è molto sensibile) contrari alla vendita dello stabilimento. E con loro anche Confindustria, perché con il privato per le ditte dell’indotto cesserebbero le commesse garantite. Ma una gestione statale non garantirebbe una ripresa produttiva a 8 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, break event point per l’equilibrio finanziario dell’azienda. Lo stabilimento è già sotto la gestione pubblica, attraverso l’amministrazione straordinaria, e la situazione economica è disastrosa: l’azienda ha 8 miliardi di debiti, e continua a perdere. Quasi 600 milioni solo negli ultimi sei mesi del 2025.
I costi ammontano a 1,3 miliardi, di cui 757 milioni per i servizi (manutenzioni, trasporti, pulizie) e 333 milioni per le materie prime. Il risultato è una perdita operativa lorda di 415 milioni. Aggiungendo gli ammortamenti degli impianti e gli interessi sui debiti, la perdita netta del semestre raggiunge i 582,5 milioni. I debiti accumulati durante la gestione commissariale ammontano a 1,33 miliardi, tra cui i finanziamenti pubblici da restituire (420 milioni), 200 milioni verso Ilva in as (proprietaria degli impianti), 167 milioni verso le banche. La liquidità disponibile al 31 dicembre 2025 era di 156,5 milioni di euro. Nel semestre, i commissari hanno speso 3,15 milioni per la crisi: 1,73 milioni per le consulenze e 1,43 milioni per gli studi legali che difendono l'azienda nel mare di cause in corso.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso non ha mai spiegato chi dovrà coprire questi debiti. Ma è chiaro che un’azienda con 8 miliardi di debiti e altri 8 almeno da investire (secondo il piano presentato dal ministro) non è appetibile per nessun imprenditore al mondo. Del resto persino il presidente di Cassa depositi e presiti ha detto che, da statuto, non può investire in una società senza margini di guadagno. Perché allora dovrebbe farlo un privato? A maggior ragione sapendo che da un momento all’altro la politica o la magistratura possono chiuderla.
La gara indetta da Urso , aldilà delle dichiarazioni roboanti, si è rivelata un fallimento. Alla fine sono rimaste interessate solo due società. Flacks group, un fondo d’investimento americano a conduzione familiare, che in promette di produrre 6 milioni di tonnellate d’acciaio con un investimento di 5 miliardi che, però, vuole dallo stato. E Jindal, acciaiere indiano che vuole produrre a Taranto solo 2 milioni di tonnellate costruendo un forno elettrico da alimentare con materie prime da far arrivare dall’Oman, riducendo l’occupazione dagli attuali 10 mila dipendenti a meno di 5 mila. Un bagno di sangue che il governo gestirebbe, come già fa da dodici anni, attraverso la cassa integrazione straordinaria (Cigs). Proprio oggi al ministero del Lavoro è convocato l’incontro per il rinnovo della Cigs a 4.500 dipendenti di Acciaierie d’Italia in as. A cui si aggiungono i 1.300 di Ilva in as.
Urso dice che entro aprile si vende, ma nelle ultime dichiarazioni è passato dalla promessa di fare di Ilva “il più grande impianto siderurgico green d’Europa” a farne “un grande impianto siderurgico green”. Finirà che non ci sarànno più né l’impianto né il siderurgico né il green. Resteranno i debiti.