Il decreto Primo maggio ricompatta Cigl, Uil e Cisl. L’autogol del governo

La legge delega scade venerdì e il governo non ha ancora depositato lo schema né convocato le parti sociali. Al Forum di Confcommercio, in presenza del sottosegretario al Lavoro Durigon, le tre sigle hanno una posizione comune per il governo: fermatevi e ascoltateci

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16 APR 26
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Sei mesi fa il governo Meloni era riuscito ad allargare le divisioni tra i sindacati confederali. La Uil di Pierpaolo Bombardieri si era progressivamente slegata da Marizio Landini fino a rinunciare, per la prima volta dopo anni, allo sciopero generale contro la legge di Bilancio, proprio perché il governo aveva accolto alcune proposte della Uil. La Cisl di Daniela Fumarola si era già staccata da Cgil e Uil e aveva ottenuto dalla maggioranza la legge sulla partecipazione dei lavoratori alle imprese. Tra uno sciopero generale e una manifestazione di piazza per la Palestina, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini sembrava era sempre più isolato e schiacciato sulle posizioni dei sindacati estremisti come Cobas e Usb. Il compromesso con i sindacati dialoganti era la strategia del governo che aveva portato i suoi frutti.
Poi, lo stesso governo ha riaperto la partita. E’ stata proprio la legge delega 144/2025, approvata dalla maggioranza, a ricompattare un fronte sindacale ormai frammentato. Tanto che ieri, al 25esimo Forum di Confcommercio a Villa Miani, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil si sono presentati tutti insieme con una posizione comune e un messaggio all’esecutivo: fermatevi e ascoltateci. Landini, forse confortato dalla presenza delle altre confederazioni, ha richiamato l’attenzione del governo: “Quello che ci sta ricompattando è la nostra funzione. Vi dovete abituare”.
La legge delega scade il 18 aprile e, a oggi, il governo non ha depositato lo schema di decreto né convocato le parti sociali su una materia che riguarda la contrattazione collettiva. Il passaggio dal criterio della rappresentatività a quello dei contratti “maggiormente applicati” rappresenta l’empasse tra le parti sociali e il governo. Il rischio è che tanti datori di lavoro possano decidere di indicare nelle buste paga il codice alfanumerico del contratto meno tutelante, e che dunque sarebbe considerato uno dei contratti di riferimento perché maggiormente applicato. Per il segretario della Uil Bombardieri, dunque, “il nodo politico è se c’è la voglia di dare ai lavoratori un salario dignitoso. La presenza di contratti pirata ha determinato l’impoverimento di alcuni settori del lavoro”. Secondo le stime dell’ufficio studi di Confcommercio, circa 154 mila lavoratori sono coperti da contratti meno tutelanti per il fenomeno del dumping contrattuale, i cosiddetti “contratti pirata”, con perdite fino a 8 mila euro annui e azzeramento del welfare. Così anche Confcommercio si è schierata. Il vicepresidente Mauro Lusetti, presente insieme alle altre sigle, appena il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon si è unito sul palco, ha aggiunto: “Non vorremmo vedere interventi legislativi non adeguati. C’è una volontà decisa delle parti sociali”.
Durigon nel suo intervento ha assicurato che l’intenzione del governo è quella di “non toccare la rappresentanza” e di intervenire “contro il dumping contrattuale”, senza però chiarire né come né quale sarà l’esito della delega. Così Bombardieri, esprimendo una posizione condivisa dagli altri leader sindacali, ha chiesto un passo indietro all’esecutivo: “Noi chiediamo al governo di non esercitare la delega ma di darci la possibilità di chiudere l’accordo che stiamo chiudendo con tutte le parti sociali”, e ha chiesto “sei mesi di tempo per arrivare a un accordo tra le parti che poi potrà essere recepito dal governo”.
Restano però oggi e domani prima della scadenza. Secondo fonti consultate dal Foglio, l’esecutivo sta ancora valutando se dare seguito alla delega depositando il primo schema entro il 18 aprile, da accompagnare poi con un decreto legislativo “Primo maggio” che completi l’intervento. Proprio nella serata di ieri si è svolto un incontro preparatorio per il decreto lavoro, presieduto dalla premier Giorgia Meloni e a cui hanno preso parte i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani insieme, tra gli altri, alla ministra del Lavoro Marina Calderone e ai sottosegretari alla Presidenza del consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. Oltre ai tecnici del Mef.
In ogni caso, per non andare verso uno scontro, il minimo che le parti sociali chiedono nel decreto è che il criterio di riferimento per i minimi tabellari sia quello dei contratti comparativamente più rappresentativi, non quello dei contratti “maggiormente applicati”, così da abbattere il dumping contrattuale.
L’unico risultato certo, per ora, è che Cgil, Cisl e Uil sono tornati a parlare con una voce. Non quello che Palazzo Chigi aveva in mente.