I rischi del governo sul decreto “Primo maggio” per la contrattazione. Parla Faioli (Cattolica)

 La legge delega 144 scade venerdì 18 aprile ma il decreto non è stato ancora depositato. Il passaggio dal criterio della rappresentatività a quello dei contratti "maggiormente applicati" resta il nodo politico da sciogliere

15 APR 26
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 La legge delega 144/2025 con cui il Parlamento ha chiesto al governo di costruire un salario minimo per via contrattuale scade venerdì 18 aprile e ancora non è stato depositato uno schema di decreto. Come ha scritto ieri Dario Di Vico su queste pagine, la premier Giorgia Meloni avrebbe passato il dossier al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, togliendolo dunque al ministero del Lavoro. Un segno che dimostra che Palazzo Chigi considera il decreto “Primo maggio” sulla contrattazione un’operazione ad alto rischio politico. E, di conseguenza, da gestire in prima persona. Ma, per l’appunto, senza un deposito di decreto entro venerdì la legge delega, approvata il 18 settembre, è destinata ad essere esautorata. Mesi di lavori parlamentari che finirebbero nel nulla.
Sono molte le bozze che finora stanno circolando negli ambienti degli addetti ai lavori. “Stanno girando molti documenti tra loro differenti” dice al Foglio Michele Faioli, professore associato dí diritto del lavoro all’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Alcuni contengono una mera attuazione della legge 144, altre fanno riferimento a un ruolo centrale del Cnel. Ma ancora non si sa qual è quella finale”. Il nodo risiede probabilmente nel principio normativo contenuto all’interno della legge delega per selezionare i contratti di riferimento. Finora il criterio dominante nella legislazione del lavoro è stato quello della maggiore rappresentatività comparata. La legge 144, invece, sostituisce quel filtro con uno quantitativo, ossia quello dei contratti “maggiormente applicati”. Faioli ha sviluppato il “Metodo Alfa”, uno strumento per comparare contratti collettivi e cercare di cogliere le vere differenze retributive oltre il primo numero, quello del reddito annuo lordo.
Il passaggio dalla rappresentatività all’applicazione, spiega Faioli, rischierebbe di creare un rischio non trascurabile: “Di fatto tanti datori di lavoro potrebbero decidere, con il supporto dei propri consulenti, di indicare nelle buste paga il codice alfanumerico del contratto meno tutelante. Non è un’ipotesi così remota perché nel nostro sistema è il datore di lavoro a scegliere quale contratto applicare”. Poi aggiunge: “Per ora, circa il 97 per cento dei lavoratori italiani è coperto da contratti protettivi, per cui questo scenario peggiorativo resta remoto. Eppure rischierebbe di diventare l’eterogenesi dei fini: la legge invece di aumentare le tutele per il lavoro, coerentemente con il principio con cui è stata approvata la legge delega, spingerebbe verso un sistema che tutela meno” commenta Faioli. Inoltre, la scadenza del 18 aprile è sempre più vicina. “E’ difficile credere che venga depositato il decreto senza che siano convocate le parti sociali, specialmente su una materia così importante” osserva il docente . Per risolvere il nodo, suggerisce, servirebbe una soluzione tecnica e politica: “Il legislatore delegato potrebbe fare uno sforzo e stabilire, nel decreto che andrebbe depositato entro venerdì, che tra i contratti più applicati prevalga quello più protettivo, in coerenza con l’art. 36 della Costituzione sui diritti dei lavoratori”.
In ogni caso, se la legge delega dovesse “scadere”, il governo dovrebbe comunque affrontare il problema con altri strumenti, come un decreto d’urgenza. A oggi al Cnel i contratti depositati superano quota 1.000 e secondo la recente razionalizzazione dell’archivio quelli effettivamente applicati sono circa 150. Il resto è la zona grigia dei cosiddetti “contratti pirata”, ossia quelli che, per esempio, hanno sulla carta tabellari simili ma poi nella sostanza tagliano tutele e welfare.
Ieri, al 25esimo Forum di Confcommercio (anzi, “Confcom”, secondo il rebranding interno), il presidente Carlo Sangalli ha richiamato l’attenzione dell’esecutivo: “E’ inaccettabile tollerare che in un paese civile ci sia spazio per contratti che pagano di meno i lavoratori, alterano la concorrenza e creano disparità tra imprese. Per questo occorre con urgenza un confronto con il governo”. Il sistema contrattuale di Confcommercio interessa 5 milioni di lavoratori, mentre il solo contratto del terziario ne copre quasi 2 milioni e mezzo. Eppure nel settore, secondo le stime dell’ufficio studi di Confcommercio diretto da Mariano Bella, circa 154 mila lavoratori sono coperti da contratti meno tutelanti con perdite fino a 8 mila euro annui e azzeramento del welfare. Il danno è anche fiscale: questo minor gettito contributivo e tributario per lo stato vale circa 560 milioni nel 2025, ha sottolineato Bella. Così, Confcommercio ha proposto quattro principi per scremare le organizzazioni: storicità, sistema di welfare, numero di rapporti regolati, appartenenza a organismi internazionali.