La guerra dell'energia

L’impatto del conflitto con l’Iran sulla nostra economia è significativo, ma non devastante (grazie, globalizzazione). Resta necessario affrontare quattro grandi tabù: la produzione nazionale di idrocarburi, il nucleare, il paesaggio, il mercato. E sfatare il dogma che basti una legge per salvarci

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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 10:52 AM
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Foto Epa, via Ansa

Non sappiamo come andrà a finire la Terza guerra del Golfo. Sappiamo però cosa è successo finora e – almeno dal punto di vista economico ed energetico – le ragioni dell’ottimismo prevalgono su quelle del pessimismo, nonostante tutto. Gli effetti economici del blocco dello Stretto di Hormuz, almeno per ora, restituiscono l’immagine di un mondo più robusto di quanto forse credevamo, in linea con le esperienze del Covid e della crisi del 2022. Anche allora si discusse a lungo su quanto l’interdipendenza globale ci esponesse a debolezze strutturali: in entrambi i casi ne siamo usciti proprio grazie a un’economia globalizzata e fortemente interconnessa. E’ dal 1776, anno di pubblicazione della Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, che sappiamo che il commercio ci rende più ricchi — ed è da allora che ci ostiniamo a negarlo.
Questa volta non è diverso. Ma le specificità della crisi in atto ci aiutano a mettere a fuoco alcune fragilità che derivano proprio dall’ostinata negazione di ciò che i fatti dimostrano ininterrottamente da due secoli e mezzo. Secondo la Banca centrale europea, il conflitto in Iran rallenterà la crescita del pil dell’Eurozona di circa 0,3 punti percentuali nel 2026 e di 0,1 nel 2027, con un’inflazione in aumento di 0,7 punti, fino al 2,6 per cento. Nello scenario peggiore, in cui la crisi si protrae nel secondo trimestre dell’anno e si normalizza solo all’inizio del 2027, la perdita di pil sale a 0,5 punti nel 2026 e 0,4 nel 2027, mentre l’inflazione subirebbe un balzo di quasi 1,8 punti nel 2026 e di 2,8 nel 2027. L’impatto è significativo, ma non devastante. Anche i prezzi energetici sono cresciuti meno del previsto: il petrolio Brent è passato da circa 75 dollari al barile prima dell’attacco a un picco di 111,9 dollari il 20 marzo – il 19 per cento in meno, in termini reali, rispetto al record del 2008. Il gas quotato al Ttf è salito da 31 a quasi 62 euro/MWh, rimanendo tuttavia circa il 79 per cento al di sotto del picco del 2022, per poi ridiscendere attorno ai 40 euro.
L’economia globale appare dunque oggi così efficiente, ramificata e solida da riuscire ad assorbire shock che in passato sarebbero stati potenzialmente devastanti. Ciò nonostante, i contraccolpi restano rilevanti. Ed è necessario riflettere su quattro tabù e un dogma che dobbiamo avere il coraggio di affrontare: i tabù sono la produzione nazionale di idrocarburi, il nucleare, il paesaggio e il mercato; il dogma è l’idea che basti una legge per risolvere i problemi.

Primo tabù: la produzione nazionale di idrocarburi

In queste settimane turbolente si è detto: fare a meno degli idrocarburi è la nostra più importante linea di difesa per ripararci dagli scossoni nel Golfo, in Russia e altrove (sembra passato un secolo, ma a settembre 2023 uno sciopero in un treno di liquefazione in Australia fece schizzare i prezzi del Ttf).
Si può discutere di quanto e in che modo il nostro fabbisogno di petrolio e gas possa o debba ridursi. Ma è certo che continueremo a consumarli a lungo. Per quanto riguarda il gas, e pur considerando gli impegni climatici assunti (riduzione delle emissioni del 55 per cento entro il 2030 e neutralità carbonica nel 2050), l’Agenzia internazionale dell’energia prevede un consumo europeo in diminuzione da 329 miliardi di metri cubi nel 2024 a 256 nel 2035 e 166 nel 2050. Anche in questo scenario continueremo a utilizzare gas per alimentare usi finali difficilmente elettrificabili – come le industrie hard to abate – e per garantire l’adeguatezza e la stabilità dei sistemi elettrici.
La domanda non è se possiamo farne a meno, ma dove prenderlo. Un continente geologicamente povero di idrocarburi, come l’Europa, continuerà a importarne la gran parte: ma siamo sicuri che le risorse domestiche non possano coprire una quota maggiore del fabbisogno? Nel 2023 l’Ue produceva circa 35 miliardi di metri cubi di gas (il 10,8 per cento del consumo interno lordo), contro i 162 miliardi del 1996 (46,3 per cento della domanda di allora). L’Italia è messa peggio: nel 2023 ha prodotto appena 2,6 miliardi di metri cubi di gas (4,4 per cento del consumo) contro i 19,5 miliardi del 1996 (35,5 per cento); nel 2025 la produzione è risalita poco, a circa 3,3 miliardi.
Da cosa deriva questo declino? Non solo dall’esaurimento dei giacimenti; ma anche dal blocco delle autorizzazioni e dalla fuga della finanza, scoraggiata da regolamentazioni che inducono a disinvestire dal fossile.
Il caso più discusso, in Europa, è quello del Mare del Nord, dove il governo del laburista Keir Starmer difende (con sempre meno convinzione) il bando alle nuove esplorazioni introdotto meno di un anno fa. Inoltre, dal 2022, quando i prezzi superano certi livelli (76 dollari al barile per il petrolio e 21 euro/MWh per il gas), nei giacimenti britannici si applica un’imposta straordinaria del 35 per cento, che porta l’aliquota complessiva al 78 per cento. Potenzialità esistono anche altrove: in Polonia (dove potrebbero trovarsi risorse non convenzionali), nel Mar Nero e nell’Alto Adriatico. Qui vige ancora la moratoria degli anni Novanta, oggi difesa da una strana alleanza tra sinistra ambientalista e leghisti veneti.
Gli ostacoli non derivano solo dalle comprensibili resistenze localistiche, ma anche dalla convinzione che la produzione di idrocarburi sia incompatibile con la decarbonizzazione: per esempio, un gruppo di 65 scienziati del clima britannici ha sottoscritto un appello contro lo sfruttamento del Mare del Nord. E’ una prospettiva miope. Lo sa bene un’altra scienziata del clima – la presidente del Messico Claudia Sheinbaum – che ha proposto un piano per avviare l’estrazione del gas da giacimenti non convenzionali, dopo che il suo predecessore e mentore, Andrés Manuel López Obrador, aveva chiesto di vietarla in Costituzione.
Anche il primo ministro canadese Mark Carney ha scelto di puntare sullo sviluppo dell’oil & gas, ricordando che – a parità di consumo – ridurre le distanze di trasporto tra luoghi di produzione e utilizzo abbassa le emissioni. Insomma: gli obiettivi climatici vanno raggiunti intervenendo sulla domanda di combustibili fossili ma, finché questa c’è, non solo ragioni economiche, ma anche di sicurezza e perfino ambientali suggeriscono di sfruttare le risorse esistenti. Quando potremo farne a meno, nessuno li cercherà più; fino ad allora, escludere la produzione domestica è puro autolesionismo.

Secondo tabù: il nucleare

Il ritorno al nucleare era parte del programma con cui il centrodestra ha vinto le elezioni, ma i risultati sono scarsi: il governo ha impiegato quasi tre anni per elaborare un disegno di legge delega, approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2025 e attualmente in discussione in Parlamento. Della realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi – condizione minima per un piano nucleare credibile – non si hanno notizie.
Nel resto d’Europa, le cose non vanno molto meglio. L’energia nucleare resta oggetto di uno scontro ideologico e viene storicamente penalizzata dalle norme Ue rispetto alle rinnovabili, che godono di sostegni specifici e obiettivi vincolanti. Eppure, con un’incidenza del 23,3 per cento nella produzione elettrica europea nel 2024, il nucleare è la principale fonte a basse emissioni. La più importante tra le rinnovabili, l’eolico, si ferma al 17,5 per cento.
Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. Bruxelles ha inserito il nucleare nella tassonomia degli investimenti sostenibili, seppure sotto stringenti condizioni e con alcuni limiti. La Spagna – che in teoria dovrebbe spegnere i sette reattori che generano circa il 20 per cento della sua elettricità tra il 2027 e il 2035 – ci sta ripensando. Il Belgio e i Paesi Bassi hanno già cancellato i programmi di dismissione. In Germania, dove le ultime tre centrali hanno chiuso nel 2023, si è aperto un intenso dibattito guidato dal cancelliere Friedrich Merz. Nel 2022, quelle tre centrali avevano prodotto 34,7 TWh di energia (pari al 6 per cento del totale), equivalenti all’uso di 5-6 miliardi di metri cubi di gas – più della metà dell’import via Tap.
L’obiezione che quella produzione sia stata sostituita da rinnovabili regge poco, e non solo perché altrettanto importante è stato l’incremento dell’import nucleare francese: se le centrali tedesche fossero rimaste attive, la riduzione del gas e del carbone sarebbe stata più profonda. Oltre alle parole di pentimento, il governo tedesco farebbe bene a verificare la fattibilità tecnica di un riavvio delle centrali non ancora smantellate.
Quanto ai nuovi impianti, è vero che i costi possono essere elevati – come dimostra il caso inglese di Hinkley Point C – ma molto dipende da un accanimento regolatorio. La Nuclear Regulatory Task Force britannica, insediata dal premier Keir Starmer per comprendere le ragioni dell’esplosione dei costi rispetto a quanto preventivato, ha documentato norme sproporzionatamente restrittive: per esempio, alla stessa Hinkley Point è stato imposto un sistema di deterrenza per allontanare i pesci dall’impianto, costato oltre 50 milioni di sterline. Grazie a questi meccanismi si stima che si salverà ogni anno l’equivalente di una singola spedizione di pesca di un piccolo bastimento.
Non è quindi chiaro se il nucleare non sia competitivo in sé o se sia stato reso tale da regole assurde. L’esperienza della Corea del Sud suggerisce la seconda ipotesi. E l’unico modo per verificarlo è consentire la costruzione di nuovi impianti, lasciando che siano i privati ad assumersi il rischio degli investimenti. Se davvero il nucleare fosse insostenibile, nessuno ci metterebbe capitale. Ma in tal caso non servono divieti o penalizzazioni.

Terzo tabù: il paesaggio

Il 2025 è stato un anno di grande crescita delle fonti rinnovabili in Italia: secondo i dati Terna, si sono aggiunti agli impianti già esistenti circa 7,1 GW di nuova capacità, di cui 6,5 GW di fotovoltaico e 0,6 GW di eolico.
La differenza tra sole e vento è enorme e si ripete da anni. C’è di più: dei 37 GW installati di fotovoltaico al 31 dicembre 2024 (i dati del Gse relativi al 2025 non sono ancora disponibili), solo 9,6 GW (25,9 per cento) erano costituiti da impianti di dimensioni medio-grandi (superiori al megawatt) e appena 3,5 GW (9,5 per cento) superiori ai 10 MW.
La spiegazione è semplice: nel nome di una spesso malintesa tutela del paesaggio, le autorizzazioni per i grandi impianti vengono centellinate, mentre i più piccoli passano facilmente. Poiché gli impianti più grandi sono anche più efficienti ed economici, finiamo per spendere molto per soluzioni meno performanti. Il paradosso è che, proprio mentre i costi delle tecnologie rinnovabili sono crollati, l’Italia continua a sovvenzionare forme inefficienti: le comunità energetiche ricevono tariffe premio tra 60 e 120 euro/MWh più un contributo a fondo perduto del 40 per cento (con un plafond di 5,7 miliardi di euro), mentre i programmi agrivoltaico e agrisolare (sistemi ibridi agricoltura-energia e pannelli sui tetti delle strutture agricole) godono di oltre 9 miliardi complessivi dal Pnrr.
C’è di peggio: lo strumento principale di sostegno alle rinnovabili, i cosiddetti contratti alle differenze, garantisce un prezzo fisso per tutta l’energia immessa in rete. Conseguentemente, spinge gli impianti a concentrarsi nelle regioni in cui la resa è massima. Così, su 322 GW di richieste di connessione, il 28,5 per cento ricade in Puglia, il 23 per cento in Sicilia e il 14 per cento in Sardegna. Il risultato è sommamente disfunzionale: incentiviamo impianti troppo costosi e li facciamo ammassare dove non servono (perché, mentre la produzione si concentra nel Mezzogiorno, gran parte del fabbisogno viene dal Settentrione). Nonostante gli sforzi del ministero dell’Ambiente di incoraggiare una più equa distribuzione sul territorio nazionale, i risultati per ora sono limitati. Per giunta, non mancano le spinte in direzione contrari: i pannelli Made in Europe godono di incentivi maggiorati mentre il decreto agricoltura del 2024 impedisce l’installazione del fotovoltaico sui terreni agricoli, di fatto vietando la tecnologia in assoluto meno costosa nel “paese del sole”.
Lo snellimento dei permessi rappresenta la via maestra. Il tentativo del governo di attuare le norme sulle aree idonee (dove vigono procedure autorizzative semplificate) si è spesso scontrato con la volontà delle regioni, oltre a numerosi inciampi giuridici. A guidare il fronte dei riottosi è la Sardegna, la cui presidente Alessandra Todde ha emanato prima una moratoria, poi una legge regionale che escludeva il 99 per cento del territorio (entrambe giudicate incostituzionali). Con questi alleati, qualcuno pensa che le rinnovabili abbiano bisogno di nemici?
Le semplificazioni, per quanto necessarie, non bastano: anzi, in alcuni casi possono avere l’effetto opposto a quello sperato. Occorre anche una revisione degli incentivi, che oggi distorcono le scelte di investimento e gonfiano il debito tariffario. I difensori del paesaggio hanno le loro ragioni nel denunciare l’assenza di criteri razionali nel rilascio dei permessi. Il miglior principio guida è la convenienza economica: bisognerebbe da un lato rimuovere gli ostacoli burocratici, dall’altro cessare i sistemi incentivanti che finiscono in bolletta e neutralizzano l’impatto delle rinnovabili sui prezzi all’ingrosso. Se gli investitori in tali tecnologie dovessero costruire il proprio conto economico sui ricavi da mercato – e non da sussidio – gli impianti verrebbero realizzati solo dove possono realmente contribuire al soddisfacimento della domanda.
Insomma: più libertà di localizzazione e meno incentivi. L’esempio americano mostra la logica del mercato: in California incentivi generosi si combinano con vincoli severi e tempi lunghi; in Texas, dove la libertà d’impresa è massima e gli incentivi scarsi, la produzione solare è esplosa.

Quarto tabù: il mercato

Molti di questi problemi derivano dalla pretesa di sostituire il mercato con decisioni politiche. Impedire la produzione nazionale di idrocarburi (“perché non conviene”), vietare le centrali nucleari (“perché non sono competitive”) e incentivare le fonti rinnovabili dove non sono profittevoli (vietandole dove lo sarebbero) sono manifestazioni diverse del medesimo errore: rimpiazzare il giudizio dei consumatori con quello, più malleabile, della politica.
L’ultimo caso in ordine di tempo è il decreto bollette. Da un lato, esso interviene sul modo in cui si formano i prezzi dell’energia elettrica, sterilizzando il costo della CO2 e altri oneri legati al trasporto del gas. Questi sgravi avvengono per mezzo di un sussidio alle centrali a gas, simile al “modello spagnolo” tanto a sproposito invocato da Elly Schlein. Il decreto impone che vengano interamente trasferiti ai consumatori, obbligando l’Autorità per l’energia (Arera) a istituire un meccanismo di sorveglianza. L’organismo presieduto da Nicola Dell’Acqua dovrebbe verificare, istante per istante, se le offerte presentate dai produttori sono giustificate dai loro costi marginali (cioè il combustibile e i permessi di emissione) e dai “costi opportunità”, cioè dalla possibilità di utilizzare diversamente il medesimo impianto. La questione è molto tecnica e va oltre gli obiettivi di questo articolo, ma, per come è formulato, il meccanismo è perlopiù inapplicabile, senza contare che si sovrappone – complicandoli – ai poteri già previsti dal regolamento europeo sulla manipolazione dei mercati energetici (Remit). A questo pastrocchio si somma l’obbligo per i venditori finali di energia di trasmettere all’Autorità dati sui loro “margini di profitto”, suddivisi per tipologia di offerta e per tipologia di cliente, come se questi potessero dire qualcosa sulle loro condotte.
Ma non è tutto: misure analoghe colpiscono il settore dei carburanti, dove sono stati rafforzati i poteri di Mister Prezzi e la Guardia di finanza è stata sguinzagliata dopo il taglio delle accise. Per chiudere il cerchio, il governo ha prima introdotto un’addizionale Irap sulle imprese del settore energetico e poi ha chiesto un’imposta europea sugli “extraprofitti”, che fa seguito a quelle già applicate in passato (il tetto ai ricavi delle fonti rinnovabili, il prelievo sulla differenza dei saldi Iva durante la crisi del 2022 e l’addizionale Ires l’anno successivo).
Ora, questa costruzione infernale è ingiustificata. Il livello dei prezzi non è causato dai presunti extraprofitti; al massimo è vero il contrario. Entrambi riflettono una situazione eccezionale che chiunque può osservare e che ha sia una dimensione emergenziale (legata alla guerra in Iran), sia una componente strutturale e profonda, derivante dalle non poche rendite accumulatesi negli anni. Se vogliono intaccare strutturalmente i prezzi elettrici, Giorgia Meloni e il ministro Gilberto Pichetto Fratin dovrebbe concentrarsi su queste: identificarle, diagnosticarne l’estensione e proporre misure adeguate a rimuoverle. La scelta della via fiscale è doppiamente contraddittoria: equivale ad accettare un comportamento ritenuto dannoso purché il “colpevole” ne condivida parte dei frutti con lo stato. Inoltre, come ha argomentato Massimo Beccarello, “la richiesta di una tassa sugli extraprofitti assume i tratti di quello che si potrebbe definire un ‘Leviatano pentito’: lo stesso soggetto pubblico che definisce le regole, partecipa al mercato come azionista e beneficia dei risultati, interviene ex post per correggere esiti che derivano anche dalle proprie scelte regolatorie”. Tutto ciò genera confusione. Né la risposta può venire dalla brutale sostituzione dei privati con l’intervento pubblico: durante la crisi del 2022 ci siamo illusi che una centrale d’acquisto coordinata dalla Commissione europea avrebbe potuto far arrivare più gas a prezzi inferiori. Invece ha prodotto complicazioni burocratiche, mentre la nostra fame di energia è stata saziata solo dal funzionamento del sistema dei prezzi, che hanno spinto le imprese attratte dai profitti a trovare nuovi fornitori o fonti alternative.
Questa continua stratificazione di interventi, che correggono gli interventi precedenti, non fa che esacerbarne i difetti e i limiti. Per esempio, nel settore elettrico, la somma di “cerotti” messi per correggere le storture precedenti ha prodotto un mostro. Non c’è quasi asset che non sia sussidiato: le rinnovabili attraverso i vari incentivi, le centrali tradizionali attraverso il mercato della capacità, le batterie attraverso un sistema chiamato Macse, le reti attraverso la remunerazione garantita degli investimenti. Il problema non sono gli extraprofitti nelle crisi, ma la socializzazione del rischio nei periodi normali. Se non si restituisce al mercato la sua dimensione – che è anzitutto la privatizzazione del rischio, presupposto dei profitti – non si avremo una soluzione duratura per i consumatori.

Il dogma: basta una legge

Questi quattro tabù poggiano su un dogma: che per uscire da qualunque impaccio “basta una legge”. Bisogna tagliare le emissioni per mitigare il cambiamento climatico? Facciamo una legge e stabiliamo un obiettivo. L’installazione delle fonti rinnovabili non procede alla velocità sperata? Facciamo una legge e imponiamo target e incentivi. Le persone consumano troppa energia? Facciamo una legge e fissiamo standard di efficienza, con tanto di bonus e superbonus. Continuiamo a usare petrolio e gas? Facciamo una legge e impediamone l’estrazione. Le leggi precedenti spingono i prezzi verso l’alto? Facciamone un’altra e imponiamo prezzi più bassi. Le imprese fanno utili? Facciamo una legge e confischiamoglieli.
Questo atteggiamento non risolve i problemi, li esaspera. La moltiplicazione delle norme impedisce comportamenti efficienti e virtuosi, generando extracosti (altro che extraprofitti). Beninteso, nulla avrebbe potuto prevenire i contraccolpi della Terza guerra del Golfo o evitare un incremento dei prezzi date le condizioni. Anzi: che i prezzi crescano durante uno shock di offerta è necessario e sano. Ma più libertà, più innovazione e più flessibilità avrebbero consentito una reazione ancora più forte di quella che stiamo osservando; e, quando c’è, questa è in gran parte frutto degli spazi di libertà rimasti tra una legge e l’altra, più che delle leggi in sé. Per stare agli esempi citati: avremmo un cuscinetto di produzione nazionale di idrocarburi con cui attutire gli impatti della chiusura di Hormuz. Avremmo una quota di nucleare per ridurre l’incidenza del gas e stabilizzare i prezzi. Avremmo più rinnovabili dove servono e meno dove scaricano oneri sui consumatori. Avremmo un’economia più dinamica e pronta ad adattarsi a un cambiamento improvviso e drammatico. Invece, abbiamo reagito alla crisi aggiungendo regole alle regole, tasse alle tasse e sussidi ai sussidi. Peggio ancora: abbiamo trasformato ogni emergenza in un momento rivoluzionario, fondando su circostanze eccezionali misure che, poi, si sono ingarbugliate e hanno zavorrato ancora di più la nostra economia. Invece di rendere i sistemi energetici più flessibili e reattivi, li abbiamo imbrigliati e li stiamo continuando a imbrigliare con complicazioni assurde, che producono costi fissi e ne azzoppano la capacità di adattamento e risposta.
Cercare nelle leggi la pietra filosofale è, del resto, la malattia professionale dei politici. Ma la difficoltà del tempo che stiamo attraversando, l’esperienza delle crisi passate e la forse insospettata resistenza della nostra economia dovrebbero spingerci alla continenza: lasciare libera la mano invisibile, non legarla con le carte dei ministeri.