Economia
L'analisi •
Il Fmi smonta le illusioni sul riarmo come moltiplicatore per la crescita
Un euro di investimento in spesa militare rende circa un euro, e si paga in deficit o in tagli alla spesa pubblica. Per l'Italia, con il debito al 137 per cento e la procedura europea aperta, i margini sono stretti
11 APR 26

Quanto rende un euro speso in Difesa? Circa un euro, risponde il Fondo monetario internazionale (Fmi) in un’analisi uscita l’8 aprile. Il moltiplicatore della spesa militare non produce l’effetto amplificato che di solito ci si aspetta dalla spesa pubblica e il ritorno può ridursi ancora di più se una parte rilevante di quell’euro serve a comprare armamenti dall’estero. L’analisi non è un manifesto pacifista né un plauso al riarmo. Ma in un momento in cui persino l’Ocse ha richiamato i diversi governi a essere più cauti con i sussidi alla domanda di carburanti, estremamente costosi per il bilancio pubblico, l’Fmi ricorda che non esiste un riarmo che sia, di natura, esponenzialmente più redditizio rispetto all’investimento fatto.
Il riarmo può dare una spinta nel breve periodo, ma i costi fiscali che si porta dietro, sia che venga finanziato in deficit sia attraverso un taglio delle altre spese, rischiano di pesare più dei benefici nel medio-lungo periodo se non vengono adeguatamente bilanciati dal punto di vista fiscale. E’ un messaggio scomodo che arriva in una stagione ancora più scomoda. I paesi europei non stanno solo cercando di aumentare vertiginosamente la spesa per la difesa in rapporto al pil, ma si trovano anche a dover fare i conti con la crisi in medio oriente che ha tagliato quasi tutte le stime di crescita globali mentre ha aumentato quelle per l’inflazione.
Il Fondo dedica un focus agli effetti economici della guerra nei paesi in cui si combatte. Qui il pil cala in media del 3 per cento nei primi anni di guerra e di circa il 7 per cento nell’arco di cinque anni, mentre le perdite restano visibili un decennio dopo. Inoltre, secondo l’analisi, circa il 40 per cento dei paesi che escono da un conflitto poi ci ricade entro cinque anni. Non che sia una previsione sull’esito della guerra in medio oriente, ma mentre la tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran resta fragilissima e lo Stretto di Hormuz bloccato, può essere un dato che si può leggere con meno astrazione statistica.
L’analisi dell’Fmi poi va oltre le guerre in corso e cerca di capire cosa succede alle finanze di un paese quando decide di armarsi anche senza essere sotto attacco. Il Fondo ha studiato i grandi aumenti di spesa militare in 164 paesi dal secondo Dopoguerra e ha registrato che, in media, durano quasi tre anni e valgono circa 2,7 punti di pil, una dimensione comparabile allo sforzo richiesto ai membri Nato per arrivare al 5 per cento entro il 2035. Circa due terzi di questi sono stati finanziati in deficit e lì il disavanzo è peggiorato in media di 2,6 punti di pil. Quest’impulso viene pagato a caro prezzo perché in media, in questi paesi, il debito pubblico è salito nell’arco di tre anni di riarmo di circa 7 punti percentuali. Quando invece il riarmo non è finanziato in deficit, vuol dire che la strada intrapresa è stata quella di tagliare la spesa pubblica da qualche altra parte, e l’Fmi osserva che a pagarne il conto di solito tendono a essere la sanità, l’istruzione e il welfare. Ovviamente, gli effetti economici più longevi arrivano quando la spesa va in equipaggiamenti e infrastrutture prodotte in casa, con standard comuni e procurement integrato. Non irrilevante per un paese come l’Italia che importa buona parte dei propri sistemi di difesa.
Roma finora ha legato politicamente l’aumento di spesa sulla difesa all’uscita dalla procedura per deficit eccessivo, e il governo ha presentato un piano di investimento da 14,9 miliardi, già approvato dall’Ue, per accedere al programma europeo di prestiti Safe (Security Action for Europe). Ma se il deficit fosse confermato sopra il 3 per cento la procedura resterebbe aperta, e l’Italia si troverebbe non solo con un aumento della spesa militare da finanziare senza extra deficit, ma anche con enormi oneri fiscali derivanti dalla scelta del taglio delle accise dopo l’aumento del prezzo dei carburanti.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, rispondendo in Senato due giorni fa, ha evocato la possibilità di sospendere il Patto di stabilità se la crisi dovesse proseguire. Per ora, il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis ha chiuso a questa possibilità: per attivare la sospensione serve una grave recessione nell’Eurozona, che oggi il commissario non vede. Ma se il Patto fosse sospeso, e si applicasse la media storica del Fondo a un paese con un debito al 137 per cento del pil e un deficit al 3,1 per cento, come l’Italia, il debito salirebbe verso il 144 per cento in tre anni. Non è il destino del nostro paese, ma è l’ordine di grandezza dello sforzo solo per la difesa, senza contare altre spese extra finanziate in deficit.