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I rischi del petrolio americano
Dipendere da un solo fornitore di emergenza è costoso e rischioso. Specialmente con Trump
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11 APR 26

Mentre circa 230 petroliere cariche sono bloccate nel Golfo Persico in attesa di uscire dallo Stretto di Hormuz, dall’altra parte del pianeta, ai terminal del Texas e della Louisiana, la storia è opposta, perché lì le navi arrivano vuote per caricare. Con la guerra, gli Stati Uniti sono diventati il “distributore di emergenza” per il resto del mondo e sempre più navi cisterna arrivano sulle coste americane mentre i flussi stanno già toccando livelli record.
Secondo Bloomberg i carichi di greggio già fissati per aprile si aggirano sui 4,9 milioni di barili al giorno, mezzo milione in più del record di ottobre 2025, mentre a marzo le esportazioni giornaliere di prodotti raffinati hanno toccato i 3,1 milioni di barili, un altro record.
Così, con la dipendenza dagli Stati Uniti che aumenta, l’Europa si trova davanti a due sfide per il prossimo futuro: un problema di costo, e un rischio di approvvigionamento. Il problema è che mentre l’Ue cerca di rifornirsi dagli Stati Uniti deve contendersi i barili con il resto del mondo, a partire dai compratori asiatici, più esposti alla crisi mediorientale, che rilanciano facendo salire i premi e aumentando il prezzo del greggio. Il Brent, il riferimento sul mercato internazionale, a marzo è arrivato a costare 12 dollari in più al barile rispetto al Wti, il riferimento americano; lo scarto a inizio anno era di 4 dollari.
Il rischio invece riguarda l’imprevedibilità dell’Amministrazione Trump. A inizio marzo la Cnn aveva riportato che alcuni fedelissimi, dal segretario all’Energia Chris Wright al segretario al Tesoro Scott Bessent, stavano valutando diverse misure (restrizioni all’export di greggio e prodotti raffinati) per abbassare il prezzo domestico della benzina che ha raggiunto i 4 dollari al gallone (+33 per cento in un mese). Il presidente ha l’autorità legale per imporre limiti all’export in caso di emergenza nazionale, ma la Casa Bianca ha smentito quei piani di restrizione il 19 marzo, al Financial Times. Ma al Congresso c’è chi spinge nella direzione opposta, e con Trump si sa, anzi, non si sa mai.