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Meloni difende in Aula la sua politica energetica, che però ha un punto forte e uno debole
Punta il dito contro gli eccessi del Green Deal, sorvolando su ciò che lo stesso esecutivo avrebbe potuto fare. La premier fa bene a non rinnegare i pilastri della sua azione, ma deve stare attenta a non indulgere in un atteggiamento autoassolutorio
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10 APR 26

Foto ANSA
L’energia occupa una posizione centrale nella narrazione con cui Giorgia Meloni si è presentata ieri davanti al Parlamento. La premier ha rivendicato quanto fatto nel corso della legislatura, enfatizzando due aspetti: l’intensa attività diplomatica, che si è concretizzata anche in queste ultime settimane attraverso vari incontri con i principali paesi fornitori, e lo sforzo di riduzione dei costi dell’energia. Non c’è, dunque, alcun aggiustamento di rotta, e forse non era questa la sede per farlo. Anzi: c’è un rilancio, seppure formulato in modo dialogante, sui diversi fronti di scontro con l’Unione europea, che vanno dalla riforma dell’Ets (il mercato della CO2) alla richiesta di allentare i vincoli del Patto di stabilità e l’invito a varare un’imposta europea sugli “extraprofitti” energetici.
Questo approccio nasconde una forza e una debolezza. La forza sta nella coerenza e nel pragmatismo con cui Meloni difende le sue scelte di politica energetica. In questo senso, è giusto tessere una rete di buoni rapporti politici a sostegno delle partnership commerciali e cercare di ritagliarsi un ruolo nella stabilizzazione dell’area del Golfo, che è nevralgica per il nostro paese come per il resto del mondo. La leader di Fratelli d’Italia, inoltre, prende atto delle differenze strutturali tra i prezzi italiani ed esteri – con particolare riferimento all’energia elettrica e con un occhio di attenzione all’industria – e cerca di intervenire su alcune di esse. Nella logica del governo, queste vanno ricondotte principalmente al Green Deal (da sempre contestato) e all’applicazione di strumenti come l’Ets. Da qui deriva la scelta di rottura compiuta col decreto Bollette, che punta a sterilizzare l’incidenza dei permessi di emissione sui prezzi elettrici, e che è oggetto di un negoziato con la Commissione europea (che “sta andando abbastanza bene”, ha detto ieri il ministro Gilberto Pichetto Fratin).
Meloni fa bene a non rinnegare i pilastri della sua azione, ma deve stare attenta a non indulgere in un atteggiamento autoassolutorio, che rischia di essere la parte debole della sua presentazione. Per esempio, quando punta il dito contro gli eccessi del Green Deal, coglie certamente le perversioni della politica europea, ma sembra sorvolare su ciò che lo stesso esecutivo avrebbe potuto fare – e non ha fatto. Per fare solo alcuni esempi, la ripresa della produzione nazionale di gas resta una promessa e il nucleare una chimera. Persino l’installazione delle fonti rinnovabili incontra ostacoli, se è vero che gli impianti più grandi ed efficienti (come il fotovoltaico in campo) sono stati di fatto bloccati, come ha notato ieri il responsabile energia di Confindustria, Aurelio Regina. Quel che resta, allora, sono essenzialmente tentativi di redistribuzione: dai produttori ai consumatori di energia (l’intervento sull’Ets), dalla fiscalità generale agli automobilisti (il taglio delle accise), dal futuro al presente (l’indebitamento attraverso la sospensione del Patto di stabilità), dagli gnomi di Zurigo al popolo lavoratore (le tasse sugli extraprofitti). E’ difficile costruire una strategia organica su queste basi, tra l’altro scommettendo su misure fuori dal nostro controllo (in quanto subordinate al via libera dell’Ue).
Meloni ha, infine, difeso l’efficacia del “meccanismo anti-speculazione” sui carburanti (il rafforzamento di Mister Prezzi e i controlli nelle stazioni di servizio). Ma lo stesso avrebbe potuto dire delle norme contenute nel decreto Bollette per imporre il pieno trasferimento ai consumatori finali dei benefici attesi dalla manovra sull’Ets. Questi interventi estemporanei e polizieschi si prestano bene alle escalation retoriche ma raramente funzionano e spesso producono risultati opposti a quelli voluti.
La crescita dei prezzi energetici trova una spiegazione proprio nella lunga e corretta riflessione della premier sulla crisi in atto: il prezzo del pieno e della bolletta non cresce per colpa di qualche furbetto, ma perché c’è una guerra che ha messo in ginocchio i traffici globali di oil & gas. Se poi qualcuno mette in atto condotte abusive, l’Antitrust e l’Autorità per l’energia hanno tutti i poteri per intervenire. L’invenzione di nuovi controlli, nuovi illeciti, nuove sanzioni e nuove tasse non porta legge e ordine ma incertezza e arbitrio, che sono il genitore 1 e il genitore 2 degli aumenti dei prezzi nel lungo termine.