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Il Piano casa di Meloni
La presidente del Consiglio lancia un progetto da 100 mila alloggi, ma dai comuni, con Gaetano Manfredi, arriva l’invito a riqualificare prima il patrimonio esistente e a coinvolgere le amministrazioni locali. Decreto atteso per il 1° maggio.
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10 APR 26

foto Getty Images
Ha scelto la ricorrenza del Primo maggio la premier Giorgia Meloni per la definizione del piano nazionale per la casa. “Un piano – ha detto – robusto, imponente, strutturale, che ha come obiettivo quello di rendere disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, 100 mila case nei prossimi dieci anni”. Il decreto sarà portato in Consiglio dei ministri a ridosso di una data dal forte valore simbolico e anche con un potenziale di consenso elettorale: la festa dei lavoratori. L’attesa è grande poiché in Italia un vero piano casa non si vede dai tempi di Fanfani e rispetto ad allora bisogna dare una risposta anche più articolata all’emergenza abitativa.
Da un lato, garantire alloggi dignitosi alle classi più disagiate e dall’altro creare un mercato che sia in grado di offrire alla classe lavoratrice case in affitto a prezzi abbordabili, che vuol dire non più di un terzo del salario del nucleo familiare. Ed è intorno a questo secondo filone che il provvedimento del governo riserverà le maggiori sorprese, come la partecipazione di un gruppo di fondi di investimento internazionali, chiamati a raccolta dal manager Mario Abbadessa, e la messa a punto di un iter amministrativo veloce e semplificato per le autorizzazioni edilizie.
Secondo quanto risulta al Foglio, il decreto in preparazione prevede l’istituzione di una piattaforma normativa dedicata al piano casa, e, dunque, in deroga alla normativa esistente, con la possibilità di nominare commissari ad hoc per investimenti che superano un miliardo di euro. In questo ambito, però, non si potrebbe prescindere dai comuni, che in Italia sono gli enti responsabili della pianificazione urbanistica. Che cosa ne pensano?
Secondo quanto risulta al Foglio, il decreto in preparazione prevede l’istituzione di una piattaforma normativa dedicata al piano casa, e, dunque, in deroga alla normativa esistente, con la possibilità di nominare commissari ad hoc per investimenti che superano un miliardo di euro. In questo ambito, però, non si potrebbe prescindere dai comuni, che in Italia sono gli enti responsabili della pianificazione urbanistica. Che cosa ne pensano?
Ieri il presidente dell’Anci, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, intervistato da Bruno Vespa durante un evento sul tema energetico, ha detto che il piano casa “è un’occasione per riqualificare il patrimonio edilizio”. Per Manfredi, l’esperienza del Pnrr dice che quando vengono affiancati da consulenti specializzati nella progettazione, i comuni “vincono” ed è su di loro, dunque, che il governo dovrebbe contare per rinnovare il patrimonio edilizio pubblico, estremamente degradato, con tecnologie obsolete e una qualità energetica bassissima. “Come Anci – ha aggiunto – abbiamo più volte chiesto al governo di affrontare questo tema. Le nostre stime ci dicono che il patrimonio di edilizia residenziale pubblica ammonta a 750 mila unità, di cui oltre il 53 per cento è detenuto dai comuni, parliamo di oltre 400 mila immobili”. Il senso del suo messaggio è che riqualificando le case già esistenti si risolverebbe già buona parte del problema. Questo non vuol dire proprio che Manfredi si stia mettendo di traverso al piano di Meloni, anche perché i comuni avrebbero da guadagnarci, ma che ha espresso qualche dubbio sull’opportunità di realizzare nuove costruzioni quando ne esiste già una gran quantità che potrebbe essere riutilizzata.
In ogni caso, il programma di Palazzo Chigi dovrà confrontarsi con le amministrazioni di Roma, Napoli, Firenze, Bologna, Milano e Genova dove sono previsti i maggiori interventi del piano. E, ironia della sorte, si tratta di tutte giunte di centrosinistra. Sono le città dove la crisi abitativa è più sentita, perché c’è maggiore domanda di lavoro, e per la stessa ragione sono le mete predilette dei fondi di investimento internazionali per ottenere dei rendimenti. In tutto il mondo, infatti, sono i lavoratori a garantire il pagamento degli affitti quand’anche a prezzi calmierati. Per sapere come si strutturerà questo meccanismo pubblico-privato – che gioco forza dovrà prevedere anche una quota di edilizia libera per garantire l’equilibrio finanziario di tutto il piano – bisogna attendere il decreto. “I comuni sono disponibili ad affrontare la sfida con proposte e progetti – ha detto Manfredi – nel cassetto già un anno fa si contavano più di 150 progetti segnalati da città e comuni capoluogo già pronti per essere realizzati per un valore complessivo di oltre 1,6 miliardi.
Il piano casa, dunque, non è solo questione di numeri o di metri quadri, ma rappresenta il banco di prova decisivo per coniugare sostenibilità ambientale e giustizia sociale, per restituire dignità all’abitare pubblico e futuro alle nostre città”. In conclusione, Manfredi evidenzia il ruolo dei municipi in un settore che il governo sembra orientato a gestire accentrando iniziative e funzioni esattamente come ha fatto con il Pnrr salvo scoprire che gli attuali ritardi del piano europeo non dipendono dagli enti locali.