Cosa dicono i numeri di Leonardo che il governo finge di non vedere

“Non è la politica che giudica un amministratore delegato, ma i numeri e i mercati” ha detto il ministro Crosetto. Ma sotto la gestione dell'ad Cingolani, non confermato da Palazzo Chigi, l'azienda ha aumentato ordini, ricavi, margini e dividendi, e ha allargato gli obiettivi del gigante italiano

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10 APR 26
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L'amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani durante lo scambio del Memorandum d'Intesa al IV Vertice Italia-Turchia, Roma, 29 aprile 2025.

Non è la politica che giudica un amministratore delegato, ma i numeri e i mercati”. Con queste parole rilasciate ieri al Foglio il ministro della Difesa Guido Crosetto ha deciso di prendere le distanze da Palazzo Chigi, che ha scelto di non rinnovare l’ad di Leonardo, Roberto Cingolani. Allora vale la pena fare proprio questo, far parlare i numeri. Sotto la guida di Cingolani, Leonardo è diventata un’azienda che dentro un ciclo favorevole per tutta la difesa europea ha aumentato ordini, ricavi, margini, cassa e dividendi, riducendo insieme il debito strutturale e allargando gli obiettivi del gigante italiano.
Nel 2022, prima della nomina di Cingolani nel maggio 2023, la capitalizzazione di Leonardo si aggirava intorno ai 4,6 miliardi di euro mentre a fine 2025 era salita a 33,8 miliardi di euro. Nel 2022 Leonardo era già solida, ma allo stesso tempo, come dice la stessa azienda nei suoi risultati preliminari del IV trimestre 2025, era ancora un “conglomerato senza una ‘One Company’ strategy”, proprio per indicare gli ampi margini di crescita dell’azienda. E da Cingolani in poi? L’ad ha scelto questa e dal 2023 al 2025 i ricavi dell’azienda sono aumentati del 22 per cento, da 16 miliardi nel 2023 a 19,5 nel 2025. L’utile operativo (ebita) è aumentato del 30 per cento (da 1,35 a 1,75 miliardi) e il margine di profitto industriale (il Ros, la percentuale di quel profitto su ogni euro di fatturato) è salito al 9 per cento nel 2025. Sotto la sua gestione anche il flusso di cassa operativo è cresciuto e l’indebitamento netto si è più che dimezzato, da 2,3 a 1 miliardo di euro. A oggi il portafoglio ordini vale 46,6 miliardi e assicura la produzione per i prossimi 2,4 anni, circa. Per la felicità degli investitori (compreso lo stato italiano), i dividendi distribuiti sono passati da 83 milioni nel 2023 a 300 milioni nel 2025. E i dipendenti sono saliti di 11.000 unità.
Ecco, questi sono alcuni dei numeri ufficiali di Leonardo, sui quali il mercato e gli investitori giudicano l’operato. E le agenzie di rating hanno ben accolto (e giudicato) i numeri di Leonardo promuovendo il gruppo: S&P e Fitch da BBB- a BBB, mentre Moody’s da Baa3 “stabile” a Baa3 “outlook positivo”.
Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare Cingolani in un taumaturgo solitario; i numeri sono figli del contesto. Tutto il comparto europeo della difesa è cresciuto dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma il confronto può dire qualcosa in più. Tra gennaio 2025 e marzo 2026, il titolo Leonardo è cresciuto del 124 per cento contro il 97 dell’indice settoriale europeo Bloomberg Aerospace & Defence. Nell’intero triennio di gestione Cingolani il rialzo è stato di oltre il 400 per cento.
Leonardo mostra poi una traiettoria solida anche sulla ricerca e lo sviluppo e sulle partnership industriali, non solo a livello Ue. Questo, peraltro, smentisce la lettura più superficiale del caso: non c’è stata una conversione improvvisa all’Europa a discapito del resto del mondo. Leonardo ha continuato a stare su più tavoli insieme. C’è il Gcap con Regno Unito e Giappone che integra velivoli con droni e AI; c’è la gamba americana di Leonardo, Leonardo Drs; c’è la joint venture con la turca Baykar per i droni. Sarebbe di conseguenza strano se il motivo del mancato rinnovo fosse davvero legato al Michelangelo Dome, un’architettura di difesa integrata e in grado di competere con la tecnologia americana.
Se la sola indiscrezione della rimozione ha fatto scendere il titolo dell’8 per cento, allora il giudizio dei mercati sui numeri è chiaro. Gli analisti di Equita hanno infatti definito la sostituzione “sorprendente”, mentre Intermonte parla di scelta “non gradita al mercato in un momento di forti tensioni geopolitiche”. Ieri, in seguito all’uscita di Reuters sulla probabile nomina di Lorenzo Mariani, nome interno all’azienda, Leonardo ha registrato un aumento del 3 per cento. Un buon segnale, ma ancora troppo poco per recuperare la caduta dei giorni scorsi.
Questo aspetto dovrebbe essere un elemento di riflessione per il governo: il Mef, detenendo il 30,2 per cento di Leonardo, ha visto la sua quota di capitale perdere circa 900 milioni di valore. Economicamente è evidente il controsenso: la scelta del governo ha bruciato valore proprio sulla sua partecipata più strategica, per ragioni non chiarite e che forse nulla hanno a che fare con i fondamentali finanziari e industriali. Sarà per questo che più di qualcuno sperava in un intervento del ministro Giancarlo Giorgetti, “il più razionale nella stanza”, che però non è arrivato.