•
Come cambierà Leonardo, con meno visione e più industria
Studiare la rimozione di Roberto Cingolani e l’arrivo di Lorenzo Mariani con una nuova fase storica dell’Italia
di
10 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:42 PM

Foto Ansa
Come dicono i francesi, à la guerre comme à la guerre. E’ una battuta facile, troppo facile visto che parliamo di Leonardo e del complesso militar-industriale italiano, ma rende bene il senso del cambio al vertice con l’uscita di Roberto Cingolani sostituito da Lorenzo Mariani. E’ stata senza dubbio la decisione più delicata per il governo. Giorgia Meloni ha rinunciato a un uomo che lei aveva scelto personalmente, tre anni fa, seguendo il consiglio di Mario Draghi il quale aveva conosciuto e stimato Cingolani come ministro dell’energia nel momento in cui bisognava sostituire il gas russo, ma scontentando Guido Crosettoido Crosetto il quale aveva sostenuto Mariani, un ingegnere ed ex ufficiale di marina che ha trascorso ben 34 anni nello stesso gruppo il quale nel frattempo da Finmeccanica è diventato Leonardo. E’ vero che dopo la sconfitta nel referendum Meloni ha deciso di cambiare marcia e anche persone, ed è vero che il fido Fazzolari l’ha incoraggiata mentre Crosetto avrebbe preferito non toccare la più delicata delle aziende statali. C’è allora come molti fanno capire un “caso Cingolani?”. Il governo sovranista ha ceduto a pressioni straniere, americane in primo luogo, ma anche francesi e tedesche (quindi dei principali partner industriali di Leonardo nell’elettronica, nei missili, negli elicotteri, nei mezzi di terra e quant’altro)?
Secondo alcuni il piglio di Cingolani, la riaffermazione della propria autonomia manageriale, il perseguimento di un disegno strategico molto ambizioso, tutto ciò ha infastidito ambienti delle forze armate che vorrebbero avere voce in capitolo. Altri sostengono che l’ad sarebbe potuto restare se avesse accolto l’invito a cambiare i suoi collaboratori, le prime e seconde linee. Certo un tandem Cingolani-Mariani sarebbe stato impossibile, già messo alla prova tre anni fa, era durato poco. Le voci dal Palazzo o meglio dai palazzi si rincorrono, mentre ambienti del governo confermano la stima nei confronti di Cingolani che “ha lavorato bene”, invitando a non curarsi di loro e passare oltre. Ma oltre dove? Al clima internazionale, alla guerra.
L’ex ad è un professore, uno scienziato “prestato” alla politica e all’industria, che ha seminato moltissimo: prima una joint venture sui tank con la tedesca Rheinmetall poi ha comprato da Stellantis la parte militare dell’Iveco sempre per rafforzare le truppe corazzate; un accordo sui droni con la turca Baykar; sui satelliti con Airbus e Thales; con Londra e Tokio per Tempest, il superjet si sesta generazione; ha proposto di costruire uno scudo simile a quello israeliano, il Michelangelo dome, per proteggere l’Europa. Impegni consistenti finanziariamente, molto ambiziosi sul piano industriale, urticanti per concorrenti potenti si pensi a Lockheed e Boeing parlando di aerei o a Elon Musk e Peter Thiel (sembra che a Roma prima di Pasqua non si sia limitato a meditare sull’Anticristo). In ogni caso Leonardo ancor più della vecchia Finmeccanica ha tessuto una vasta rete di alleanze internazionali che debbono dare al più presto i loro frutti. Dopo il tempo della semina è arrivato quello della raccolta e il visionario seminatore deve lasciare il posto a un terragno raccoglitore.
Qui entrano in campo la guerra e la competizione industriale anche tra alleati. Non si tratta più di gettare le basi della futura difesa europea, ma di costruire in tempi rapidi un potenziale bellico dei più importanti paesi da coordinare e mettere insieme per obiettivi comuni, senza per questo lasciare ad altri il comando, come fa la Francia e come si avvia fare la Germania che procede a passo di marcia con l’obiettivo di costruire la più forte armata di terra in Europa. L’Italia deve stare in campo, così la pensano al governo, e deve farlo a modo suo cioè senza allentare i rapporti con gli Stati Uniti. Mariani ricorderà bene quando la Finmeccanica allora guidata da Fabiano Fabiani non entrò nel progetto Airbus per non mollare il contratto con la Boeing. Forse fu un errore, in fondo per il colosso americano l’azienda italiana a Pomigliano d’Arco produceva solo fusoliere. Chissà. Ma quella fu una decisione politica non tanto industriale. E oggi l’Italia è di nuovo di fronte a una scelta ancor più difficile perché i giochi di guerra si son fatti realtà e la politica è entrata nella plancia di comando.