I libertari del Cato Institute smontano il feticcio della destra trumpiana per Orbán. Parla Johan Norberg

Lo studioso liberale, tra i più ascoltati dai repubblicani, spiega perché il mito ungherese è l'opposto del conservatorismo di Reagan: meno libertà economica e stato di diritto eroso

8 APR 26
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 A quattro giorni dal voto ungherese del 12 aprile il dubbio non è più solamente se Péter Magyar batterà Viktor Orbán, come suggeriscono i sondaggi indipendenti, ma se le elezioni possano davvero cambiare un sistema progettato affinché il voto non cambi nulla. Mentre l’Amministrazione Trump continua il corteggiamento al presidente ungherese, tanto che ieri il vicepresidente americano Jd Vance è atterrato a Budapest per un ultimo endorsement pre elezioni, il Cato Institute, un tempio del liberismo a Washington, pubblicava uno studio di Johan Norberg che è la più severa requisitoria liberale contro il modello Orbán. 
Norberg non è un economista qualsiasi, ma è uno degli intellettuali più ascoltati dalla stessa destra americana. Senior fellow del Cato, ha scritto più di venti libri sulla globalizzazione, sul libero mercato e sul progresso umano (come “Progresso. Dieci motivi per guardare al futuro con fiducia” pubblicato in Italia dall’Istituto Bruno Leoni, o “Il manifesto capitalista” pubblicato da Liberilibri). La tesi dell’intellettuale liberale è che il modello di Orbán non sia un modello del conservatorismo americano, ma anzi, il suo opposto: un governo senza checks and balances che ha sostituito il libero mercato con un sistema di rendite e appalti distribuiti ai fedeli.
Come si spiega che la destra americana abbia abbracciato un sistema – quello ungherese – che ha prodotto più stato, più corruzione e meno libertà economica, l’esatto contrario di ciò che predicava Ronald Reagan? “E’ il segno che la destra americana è cambiata” dice al Foglio Norberg. “Un tempo erano i conservatori reaganiani che credevano nello stato di diritto, in una costituzione forte e nel libero mercato. Oggi celebrano un populista che ha smantellato tutto questo”. Poi continua: “La mia paura è che parte della destra americana voglia imitarlo. Ma se guardassero più da vicino, vedrebbero che smantellare i vincoli al potere del governo in nome dei più alti ideali finisce per scatenare le ambizioni più piccole e più sordide”.
Lo studioso ricostruisce la parabola di Orbán, che nel 1988 fondava il suo partito Fidesz come un movimento liberale classico e difendeva George Soros dagli “attacchi malevoli”. Ma una volta al governo, è arrivata la svolta illiberale. Nello Human freedom index del Cato, l’Ungheria è precipitata dal 31esimo al 67esimo posto tra il 2010 e il 2023, ultima nell’Ue. Nel Corruption perceptions index di Transparency international è scesa da 55 a 40 punti su cento, lo stesso livello di Cina e Cuba.
Budapest ha anche ricevuto più fondi europei pro capite di ogni altro grande paese post comunista ma è cresciuta meno della Polonia, della Romania, della Bulgaria e della Croazia. “In Ungheria se la tua azienda è vicina al partito di governo e al potere, hai una probabilità sei volte superiore di ottenere un appalto” spiega Norberg. “Il peccato originale è stato colpire le imprese indipendenti per spingerle fuori dal mercato e darne il controllo agli oligarchi fedeli”. Anche i due vessilli culturali del modello Orbán, famiglia e religione, che la destra trumpiana sventola non reggono alla prova dei fatti. Budapest spende il 5,5 per cento del pil in sussidi alla natalità, ma il tasso di fertilità dopo esser risalito da 1,25 figli per donna nel 2010 a 1,61 nel 2021, ed è sceso al 1,31 nel 2025. Lo stesso vale per la religiosità: secondo il censimento ungherese, la quota di chi si definisce cristiano è scesa dal 54 al 42 per cento tra il 2011 e il 2022. Molta propaganda e pochi frutti.
Ma allora la vera innovazione di Orbán è ideologica o istituzionale? “L’ideologia attira l’attenzione, ma la vera innovazione è istituzionale” risponde Norberg. “Orbán ha dimostrato che si possono mantenere elezioni, pluralismo formale e appartenenza all’Unione europea smantellando sistematicamente i checks and balances. Le elezioni contano ancora ma meno di prima”. Ormai anche tutte le istituzioni sono presidiate dai fedelissimi di Orbán con mandati di oltre dieci anni, che nessun nuovo premier può revocare. Si parte dagli incarichi per il Budget Council, che può bloccare il bilancio di qualsiasi futuro governo ungherese e innescare nuove elezioni, e si arriva alla Procura generale, alla Corte dei conti, al Media Council e alla Banca centrale. Tutto questo sotto gli occhi vigili ma troppo timidi della Commissione e di tutti i paesi dell’Ue.
Quello di Orbán, in sostanza, è “un autoritarismo competitivo adattato al contesto europeo” conclude Norberg. “Ciò che ha costruito è un’infrastruttura di governo progettata per durare, un potere trincerato senza dittatura formale”. Orbán stesso lo ha ammesso a un giornale austriaco: “Con questo lego le mani al prossimo governo. Anzi non solo al prossimo, ma ai prossimi dieci”. Magyar può anche vincere domenica. “Ma la vera prova – avverte Norberg – non è se il potere possa passare di mano, ma se dopo averlo preso si riesce davvero a esercitarlo”. E’ più facile trasformare un acquario in zuppa di pesce, dice, che il contrario.