Borse col fiato sospeso in attesa che scada l'ultimatum di Trump

Milano chiude in calo dello 0,5 per cento una seduta volatile. Wall Street è incerta. Petrolio sopra i 110 dollari, indice della paura a 26 punti. Alle 20 (le due di notte ora italiana) scade il termine lanciato dal presidente americano all'Iran

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7 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:13 PM
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Un trader invia ordini dal suo desk al New York Stock Exchange (foto Getty Images)

Articolo aggiornato alle 19:50
Le piazze europee hanno chiuso in calo una seduta volatile. A Milano, l’Ftse Mib ha perso lo 0,5 per cento, dopo aver oscillato più volte attorno alla parità nel corso della giornata. In rialzo lo spread Btp-Bund che è arrivato a 90 punti base. Vendite anche sugli altri listini del Continente: Francoforte ha ceduto l’1 per cento, Parigi lo 0,7. Londra è arretrata dello 0,8 per cento. Il peggioramento è iniziato nel pomeriggio, quando gli investitori sono tornati a vedere il bicchiere dei negoziati mezzo vuoto. Il presidente Donald Trump, con un post sul social Truth, ha infatti rilanciato toni durissimi nei confronti dell’Iran : “Un’intera civiltà può finire stanotte. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà”.
Clima teso anche a Wall Street. Gli indici americani, dopo aver perso oltre l’1 per cento nel corso della seduta, riducono i cali: intorno alle 19:45 il Dow Jones e l’S&P 500 segnano entrambi una discesa dello 0,3 per cento, mentre il Nasdaq resta più debole a -0,5 per cento. Il Vix torna a salire con decisione: l’indice della paura registra un balzo dell’11%, segnalando un aumento marcato della volatilità. Sul fronte delle materie prime, prosegue la corsa del petrolio: i contratti futures sul WTI salgono a 115 dollari (+2,5 per cento), mentre il Brent si attesta a 111 dollari (+0,8 per cento), alimentato dai timori di un’escalation.

Articolo aggiornato alle 13:15
Le Borse europee, a fine mattinata, si muovono come chi aspetta una telefonata che può cambiare tutto: piccoli passi in avanti, qualche esitazione, lo sguardo fisso sull’orologio. Milano sale dell’1 per cento a 46.010 punti, Parigi fa lo stesso e Francoforte si ferma a +0,5. Londra resta più prudente a +0,2 per cento. I listini tengono. Alle 20 americane (le due ora italiana) scade l’ultimatum di Donald Trump all’Iran, e i mercati trattengono il respiro.
A Piazza Affari corre Stmicroelectronics, in rialzo del 5 per cento sulla scia dei buoni conti di Samsung, mentre Leonardo scivola di oltre il 7 per cento. A pesare sono le voci sempre più insistenti su un possibile addio del ceo Roberto Cingolani, con il governo orientato a non confermarlo alla guida del gruppo della difesa. Il titolo paga l’incertezza in un momento in cui il comparto è sostenuto da una domanda in forte crescita grazie al riarmo europeo. Il resto del listino si muove con disciplina: banche positive, da Intesa Sanpaolo a Bper, insieme a Inwit e Fincantieri. Ritraccia del 2 per cento lo spread Btp-Bund a 86,7 punti base. Dall’Asia, chiusa qualche ora prima, sono arrivati segnali di momentanea stabilità. Tokyo ha archiviato la seduta senza scossoni con un +0,2 per cento, sostenuta dai titoli tecnologici, mentre Shanghai e Hong Kong hanno oscillato attorno alla parità. Anche lì, più attesa che direzione.
Sul fronte delle materie prime, il vero termometro resta il petrolio. Il Brent si mantiene sopra i 109 dollari al barile, il Wti attorno a quota 113. Livelli elevati, sostenuti dalla tensione sullo Stretto di Hormuz e dalla concreta possibilità che l’offerta resti compressa, nonostante gli annunci di aumento della produzione da parte dell’Opec. Il gas europeo, ad Amsterdam, si muove invece in lieve calo, intorno ai 49,4 euro al megawattora. L’oro resta stabile in area 4.600 dollari l’oncia, come spesso accade quando la paura è presente ma non ancora dominante.
E infatti il Vix, il cosiddetto “indice della paura”, sale ma senza strappi: +2 per cento, a quota 24 punti. È un livello che segnala tensione, ma non panico. Sopra i 30 si entra in un’altra fase, quella delle vendite disordinate. Per ora il mercato si limita a guardarsi attorno, con crescente inquietudine. Negli Stati Uniti, i futures viaggiano appena sopra la parità. Il contratto sull’S&P 500 segna un rialzo marginale dello 0,02 per cento. Wall Street, ieri, aveva chiuso in positivo, ma senza slanci. Oggi sembra voler prendere tempo in attesa dell’annuncio di Trump: nessuno vuole essere dalla parte sbagliata della Storia.
Nel frattempo arrivano segnali meno incoraggianti dall’economia reale. L’indice Pmi dei servizi dell’Eurozona rallenta a 50,7 da 51,9. Siamo vicini ai 50 punti, la soglia che separa crescita e contrazione. Francia e Italia scivolano sotto quota 50, entrambe a 48,8. La Germania rallenta a 50,9, mentre solo la Spagna accelera a 53,3. “L’economia europea è già stata colpita dalla guerra in Medio Oriente”, ha osservato l’analista Chris Williamson di S&P Global.
È un quadro dai contorni sfumati: mercati in salita, ma senza entusiasmo; petrolio alto; volatilità in aumento ma sotto controllo; futures americani prudenti. Tutto appare sospeso. Perché la storia insegna che questi momenti sono i più ingannevoli. Come quando, alla vigilia del risultato sul referendum Brexit, i mercati, che allora si erano schierati, salirono rassicurati dall’idea che avrebbe vinto la scelta più razionale ed economicamente vantaggiosa, il Remain. Poi arrivò il risultato. E in poche ore Milano crollò del 12,4 per cento, l’Eurostoxx del 7, il Dow Jones del 3,4. Nei giorni successivi, alcuni traders raccontarono con freddezza la loro strategia: “Se il mercato è già salito, la buona notizia è già nei prezzi. Ma quella cattiva no”. Per questo avevano puntato al ribasso, con posizioni corte, pronte a guadagnare in caso di shock.