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Giorgetti propone, Bruxelles frena: il rischio flop di tassare gli extraprofitti energetici
L'Italia e altri quattro paesi europei chiedono alla Commissione europea di introdurre una nuova imposta sui profitti straordinari delle compagnie energetiche. Palazzo Berlaymont risponde con scetticismo, mentre le imprese si preparano a una nuova battaglia con Palazzo Chigi
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6 APR 26
Ultimo aggiornamento: 01:53 PM

Foto ANSA
Dopo quello alle banche, l’Italia tenta il “pizzicotto” alle imprese energetiche. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e i suoi omologhi di Austria, Germania, Spagna, Portogallo, hanno firmato e spedito una lettera al commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra per chiedere a Bruxelles di imporre una nuova tassa europea sugli extraprofitti energetici. “Chi beneficia delle conseguenze della guerra deve contribuire ad alleviare il peso sul pubblico”, dicono i firmatari, che vorrebbero indirizzare quelle risorse aggiuntive in misure di sostegno temporanee a tutela sia dei consumatori sia dei bilanci pubblici, già intaccati – per quanto riguarda l’Italia – da due tagli delle accise sul carburante da 500 milioni di euro l'uno. Il modello di riferimento a cui i cinque paesi guardano è il regolamento 2022/1854: un pacchetto di misure varate tra l’ottobre 2022 e il dicembre 2023 pensate per ridurre la domanda energetica, ma soprattutto per “distribuire i profitti eccedenti del settore dell’energia alle famiglie e alle imprese” legati alle fiammate dei prezzi registrati nei mesi immediatamente successivi all’invasione russa in Ucraina. Il modo scelto per farlo fu appunto un “contributo di solidarietà” a carico dell’industria dell’energia.
Bruxelles ha confermato di star “attentamente” valutando la proposta dei cinque stati e che risponderà a tempo debito. “Sebbene non ci troviamo nella stessa situazione” del 2022, hanno sottolineato dalla Commissione, “è importante tenere conto degli insegnamenti” di quando è stato introdotto quel regolamento. Accanto alla cortesia istituzionale, nelle ultime ore sarebbe emersa una certa prudenza dalle parti di Palazzo Berlaymont, secondo cui l’introduzione di una misura Ue coordinata per tassare gli extraprofitti legati al caro-petrolio non garantirebbe necessariamente la rapida disponibilità di risorse finanziarie aggiuntive per gli stati membri per coprire eventuali ulteriori spese di bilancio derivanti da questa crisi.
Del resto, la misura di quattro anni fa è stata applicata solamente da otto paesi membri, fra tempi non immediati e difficoltà di attuazione. Su 28 miliardi incassati complessivamente, all’Italia ne sono arrivati 2,8, ben al di sotto dei 10 miliardi preventivati al tempo. Il nostro paese è fra quelli che all'epoca ha scelto di adottare una misura nazionale, come consentito dallo stesso regolamento che prevedeva “misure nazionali equivalenti” in linea con l'obiettivo generale del contributo di solidarietà voluto dalla Commissione. La legge italiana (n. 197 del 2022), però, è andata ben oltre le linee guida della Commissione, finendo per estendere l’imposizione della tassa anche a molti altri soggetti che erano stati tagliati fuori dal regolamento europeo. Vale a dire produttori e rivenditori di energia elettrica, distributori, rivenditori di prodotti petroliferi, di gas metano e gas naturale e altri importatori di prodotti energetici. La questione è finita quindi di fronte al Tar del Lazio, fino ad arrivare sulla scrivania della Corte costituzionale, chiamata a decidere se la nostra legge sia compatibile con il regolamento Ue o se sia andata troppo oltre. Per dirimere il punto è stata tirata in ballo anche la Corte di giustizia europea, a cui la Consulta nel febbraio 2025 ha spedito le carte per ottenere un parere sulla questione.
Come è accaduto per le banche e le assicurazioni, ancora una volta Palazzo Chigi scivola sull’idea che chi faccia profitti in periodi di intensa crisi sia necessariamente un bersaglio da colpire. Concetto ben accolto da Alleanza verdi e sinistra e Movimento 5 stelle (“Sono contento che adesso diversi governi accolgano la nostra iniziativa”, ha festeggiato l’europarlamentare del M5s Pasquale Tridico). Molto meno dalle imprese del settore, che hanno espresso “sorpresa e sconcerto” per l’iniziativa a cui l’Italia ha preso parte. “In un momento caratterizzato da tensioni geopolitiche, fragilità degli approvvigionamenti e costi logistici eccezionalmente elevati, sarebbe necessario evitare ulteriori elementi di instabilità”, si legge in un comunicato dell’Unione energie per la mobilità (Unem), associazione di categoria che rappresenta le aziende del comparto petrolifero. Dopo le tensioni (poi rientrate) dovute al taglio delle risorse di Transizione 5.0, ecco che la fuga in avanti di Giorgetti rischia di aprire un nuovo possibile fronte di discussione – economico, ma anche giudiziario – con gli industriali.