i dati

No, la forte crescita italiana non è merito del Superbonus

Luciano Capone

  Conte e i suoi supporter mediatici dicono che il boom del pil è merito del "110 per cento". Non è affatto così. Il contributo alla crescita delle costruzioni è un sesto del totale e non tutto è attribuibile a una misura destinata solo alle abitazioni. Draghi ha fatto bene a criticare un bonus costoso e distorsivo

Da un po’ di tempo a questa parte ha iniziato a prendere piede, soprattutto dalle parti di Giuseppe Conte e dei suoi supporter mediatici, l’idea che la sorprendente crescita economica dell’Italia, superiore alla media Ue e ben al di sopra delle previsioni europee, sia merito del Superbonus. Secondo questa narrazione, quindi, Mario Draghi nei suoi anni a Palazzo Chigi non avrebbe favorito la crescita, ma ne sarebbe stato il principale nemico per i suoi tentativi di riformare un bonus da lui considerato distorsivo, eccessivo, iniquo e causa di frodi. Anziché criticarlo, Draghi dovrebbe ringraziare la misura voluta dal M5s che gli consente di pavoneggiarsi per i buoni risultati dell’economia italiana. In campagna elettorale questo messaggio si fa, ovviamente, più martellante e sprezzante della realtà.

 

Ed è pertanto utile cercare di inquadrare il possibile effetto del Superbonus, in assenza di valutazioni più specifiche. Secondo gli ultimi dati Istat, che hanno mostrato una crescita tendenziale del 4,7% nel secondo trimestre del 2022, se si guarda il valore aggiunto per settore, il contributo alla crescita delle costruzioni è stato circa del 16%, quindi un sesto del totale. La variazione dovrebbe includere l’effetto della misura, perché fino al secondo trimestre del 2021 i lavori conclusi con il Superbonus erano pochissimi. In realtà in quest’anno il grosso della crescita è stato prodotto dai servizi. Nel secondo trimestre del 2022, i servizi hanno contribuito per circa il 75% della crescita: a trainare sono stati il commercio, la ristorazione e il turismo. È vero che nei servizi sono incluse le attività immobiliari, che possono aver risentito dell’effetto del Superbonus, ma analogamente non tutto il settore delle costruzioni riguarda le abitazioni (che sono il target del Superbonus). Un altro contributo importante è arrivato dall’industria in senso stretto, che è cresciuta meno (+1,9%) delle costruzioni (+16,3%), ma pesa il quadruplo.

 

Se si prendono i dati congiunturali, cioè rispetto al trimestre precedente, il quadro non cambia molto. Su una crescita nel secondo trimestre 2022 che l’Istat ha rivisto al rialzo all’1,1%, il contributo all’aumento del pil è arrivato in larghissima parte dalla spesa delle famiglie (+1,5 punti di pil) e in misura inferiore dagli investimenti fissi lordi (+0,4), compensati dal contributo negativo delle scorte (-0,3), della spesa della Pa (-0,2) e della domanda estera (-0,2 punti percentuali). Ma negli investimenti (91 miliardi), che hanno dato un contributo contributo positivo di 0,4 punti di pil, le abitazioni pesano un quarto (23 miliardi), quanto i fabbricati non residenziali e le opere pubbliche (22 miliardi) e meno di impianti, macchinari e armamenti (32 miliardi). Tutte voci che hanno avuto una crescita analoga, sia su base tendenziale che congiunturale. Sarebbe un errore mettere insieme tutti gli investimenti per costruzioni, perché il Superbonus era indirizzato alle abitazioni ma non a capannoni industriali, strade, ponti e ferrovie o altre opere.

 

C’è poi da fare un altro ragionamento sull’impatto della misura. È evidente, data la mole della spesa, che il Superbonus abbia prodotto un effetto sulla crescita. Ma bisogna chiedersi anche quanti di quei lavori edilizi ci sarebbero stati comunque, o con bonus edilizi inferiori. E anche che effetti avrebbe prodotto l’impiego di quelle risorse in misure più produttive. Insomma, il Superbonus non spiega la buona performance dell’Italia e resta una misura eccessiva e distorsiva, quindi sbagliata, anche se ha avuto un impatto marginale sulla crscita.

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali